Login
Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Un non morto in Porto Vecchio

Autore: Alessandro Mezzena Lona
Testata: Il Piccolo
Data: 9 maggio 2017

Nel cuore di Trieste c’è un immenso buco nero. Si chiama Porto Vecchio. Sembra il set perfetto per girare le “Cronache del dopobomba”. O, se preferite, assomiglia a un paesaggio lunare, postapocalittico, che da tanti, troppi anni nessuno riesce a modificare. A restituire alla città. E allora, chi passa di qua per caso, ma anche chi ci vive da sempre, continua a chiedersi: qual’è il problema? Una domanda che dev’essere rimbombata spesso nelle orecchie di Veit Heinichen. E lui, tedesco della Foresta Nera che da tempo vive a Trieste, l’ha lasciata lì, in un angolino della sua fantasia. Ripromettendosi, un giorno, di darle una risposta. Costruendoci attorno una storia piena di morti ammazzati, personaggi loschi, intrighi innominabili. Un giallo, insomma. Il nono della serie, per l’esattezza. Il fratello minore di una lunga sequenza di indagini del commissario Proteo Laurenti, iniziata nel 2003 con “I morti del Carso”. E proseguita, poi, con “Morte in lista d’attesa”, “A ciascuno la sua morte”, “Le lunghe ombre della morte”, “Danza macabra”, “La calma del più forte” e “Il suo peggior nemico”. Giovedì arriva nelle librerie “La giornalaia”, tradotto da Monica Pesetti per le Edizioni e/o (pagg. 317, euro 18). Giovedì, alle 18, verrà presentato al Malabar, in piazza San Giovanni a Trieste, oppure alla Libreria Minerva in caso di maltempo. Giovedì 18 maggio, invece, sarà di scena nell’appuntamento speciale che la rassegna Il libro delle 18.03 dedica a Veit Heinichen in Sala Apt alla stazione di Gorizia. Un romanzo che proietta Proteo Laurenti nel passato. Ma soltanto per il flashback che serve a costruire il capitolo iniziale. Il commissario, infatti, di trova a investigare su uno strano furto avvenuto dentro il perimetro invalicabile del Porto Vecchio di Trieste. E sì, perché dal magazzino di una ditta che si chiama GelFish, e che come dice il nome dovrebbe occuparsi di pesce e prodotti ittici, vengono rubati un bel po’ di capolavori d’arte. Non quattro croste qualunque, ma opere firmate da pezzi grossi come Klimt, Modigliani, Pontormo, Caravaggio, Mantegna, de Chirico, Morandi, Sironi. In più, prendono il volo anche gioielli e oggetti preziosissimi. Un furto su commissione? Laurenti non si preoccupa tanto di quello. Ma del fatto che il colpaccio sembra portare la firma di un suo vecchio rivale. Quel Diego Colombo, immigrato dall’Argentina in Italia, che dovrebbe averci rimesso le penne all’alba del 14 aprile 1991. Quando tentava di far saltare in aria uno yacht ancorato nel mare di Trieste. Ma come può un morto tornare in circolazione così? E andare in giro a sventrare con una bomba la facciata principale del Ferdinandeo, passando poi per il Porto Vecchio a rubare un bel po’ di capolavori d’arte e di preziosi. Dimostrando a tutti che lì, il regime di punto franco viene rispettato con maniacale attenzione per coprire affari non proprio puliti. Veit Heinichen non crede agli spettri. Non ha mai cercato scorciatoie soprannaturali nei suoi romanzi. E non lo fa neanche stavolta. Proprio per questo, il suo Proteo Laurenti, che ha fatto ormai del Malabar di piazza San Giovanni una sorta di dependance della Questura, preferisce pensare che Diego Colombo non sia morto quella notte a bordo dello yacht. Anzi, potrebbe essere la procace moglie Teresa Fonda, la giornalaia che dà il titolo al libro, ad avere orchestrato la sua sparizione. Per continuare a vederlo in segreto. Comincia così un minuetto di pedinamenti, corteggiamenti veri o recitati ai fini delle indagini, controllo maniacale di vecchie carte d’archivio. Soprattutto, Proteo non può fare a meno di tenere d’occhio un vecchio finanziere finito, non certo per caso, sotto le ruote della macchina della giornalaia e rimasto vivo per miracolo. Seppure inchiodato su una sedia a rotelle. Ma perché Teresa Fonda odia tanto il maresciallo La Rosa? E chi è quella donna che ogni giorno si aggira in piazza San Giovanni e controlla la sua rivendita di tabacchi e giornali, lasciando poi la cacca del suo cane avvolta in un pacchetto nei posacenere del Malabar? E come mai Walter, barista-intellettuale esperto di monete vecchie, sembra non accorgersi mai di quello che avviene sotto i suoi occhi? La girandola dei sospetti non può non tenere conto del misterioso direttore del Mercato coperto. Un uomo che non ha impronte digitali. Dal momento che le sue mani sono state massacrate nella sporchissima Guerra delle Falkland.