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Ma quanto sono saggi i veri romanzi

Autore: Paolo Di Paolo
Testata: La Repubblica
Data: 8 giugno 2017

Che cosa ci aspettiamo, oggi, da un romanzo? La risposta — con un po’ di sincerità e di coraggio — sarebbe questa: poco. Genere ipertrofico e tutt’altro che moribondo, stinge comunque nella calca di narrazioni diverse, più convinte e ipnotiche. Quale lettore va in libreria aspettandosi qualcosa in più che “una storia”? Parecchi scrittori, d’altra parte, tendono a smarcarsi da qualunque ufficio che non sia quello di puri storyteller: raccontiamo storie — ripetono come dischi rotti — non vi aspettate altro, non ci chiedete idee, impegno, interpretazioni, non ci chiedete niente. È giusto così? Di sicuro suonerebbe insolito, se non paradossale, sentir teorizzare nel 2017 una volontà di «dominio intellettuale sul caos dell’esistenza» attraverso il romanzo. Eppure — come racconta Stefano Ercolino, docente di letteratura comparata a Seul — a narratori come Robert Musil, Thoman Mann o Hermann Broch, cent’anni fa, pareva tutt’altro che assurdo. Nelle dense pagine di Il romanzo saggio (Bompiani, traduzione di Lorenzo Marchese, pagg. 300, euro 13), Ercolino esplora il passaggio che, dalla crisi del romanzo naturalista ottocentesco, porta a una forma nuova e più ambiziosa: quella in cui assorbe un contenuto saggistico. Il romanzo resta romanzo, resta finzione narrativa, ma assorbe uno strato concettuale e argomentativo, un nucleo di idee; lo mimetizza, lo camuffa, lo cala nei dialoghi fra personaggi. Il decadente Huysmans, a inizio ventesimo secolo, confessa l’urgenza di «infrangere le barriere del romanzo, di farvi entrare l’arte, la scienza, la storia», di usarlo come una cornice in cui «inquadrare lavori più seri». Si tratta di un’ansia condivisa: la necessità di aprire la letteratura a diverse esperienze conoscitive — nuove dottrine filosofiche, biologia, scienza politica — di sentirsi meno impotenti di fronte alle trasformazioni sociali, alla complessità — questa la parola chiave — del presente.

Il romanzo-saggio, da Controcorrente a La montagna incantata, frena — spiega Ercolino — «il dipanarsi dell’intreccio, determinando un effetto di sospensione, di dilatazione, di rarefazione o, in certi casi, anche un’esplosione dell’intreccio». Una sorta di esorcismo formale, così la chiama lo studioso, della pressione del tempo storico, «talmente ambiguo e minacciosamente complesso da richiedere una reazione sia difensiva, che critica».

Vi ricorda qualcosa? In un’epoca di turbolenze altrettanto forti, pochi cercano risposte nei romanzi. Pur amandoli, oggi diamo quasi per scontato che esse non siano lì. E tuttavia, scrittori meno contagiati dal disimpegno dominante, compiono ancora uno sforzo non dissimile da quello, mettiamo, di Mann: «Fornire un’immagine di un mondo sull’orlo del precipizio», un mondo la cui complessità è percepita come schiacciante. Il fatto è che — da lettori o da critici — ce ne accorgiamo poco e male, né lo rileviamo a dovere: tutt’al più, ci concentriamo su reportage narrativi e cosiddetta non fiction. Ma interamente fiction è, per esempio, Exit West (Einaudi): Mohsin Hamid resta nel territorio dell’invenzione, e da lì prende di petto il presente. Migrazioni globali, terrorismo, identità, confini: nella storia d’amore fra Nadia e Saeed c’è tutto questo, ma l’attualità non raggela — come spesso si teme — la narrazione, semmai la intensifica e dà sostanza a uno straordinario romanzo fiabesco-politico, a un saggio emotivo travestito da romanzo: «Aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo». Non c’è un solo nodo di questi anni che Hamid non sfiori e non renda più visibile, in una storia che gioca con l’invisibile, con il magico, con l’irreale.

Su temi vicini, un coetaneo dell’anglo-pakistano Hamid, il francese Mathias Énard, aveva costruito con Bussola (e/o) un’impressionante meditazione sui rapporti fra Occidente e Oriente. Adoperando uno fra gli stilemi più tipici del romanzo-saggio: la dissertazione dialogica, e facendo interagire «due fumatori d’oppio ognuno dentro la sua nuvola». Énard alza parecchio l’asticella, costringe il lettore a un tour de force speculativo, ma senza perdere di vista un pur esile sviluppo di trama amorosa.

Ercolino, nel suo libro, non si spinge fino ai nostri anni: si limita a citare in un elenco Infinite Jest di Wallace e Le particelle elementari di Houellebecq, scrittore, quest’ultimo che nel più recente e discusso Sottomissione non solo mette in gioco i rapporti fra Islam e Francia contemporanea, ma offre al lettore uno strepitoso saggio implicito — guarda caso — su Huysmans. Mentre Rushdie e Shteyngart promettono ciascuno un romanzo su Trump (Howard Jacobson, con Pussy, l’ha già scritto), l’infaticabile Joyce Carol Oates ha appena pubblicato A book of American Martyrs, in cui fa esplicitamente i conti con aborto, religione, pena di morte, terrorismo.

Si potrebbero aggiungere alla lista narratori sempre pensosi come Coetzee e Naipaul, o l’Amos Oz di Giuda, l’iperletterario Vila-Matas, che in Kassel non invita alla logica ragionava sull’arte contemporanea e in Mac y su contratiempo, ora in cima alle classifiche spagnole, insiste ancora una volta sul rapporto tra realtà e finzione. Ma non si tratta di canoniche digressioni: Jeffrey Eugenides, con La trama del matrimonio, riesce a nascondere dentro un romanzo tradizionalissimo un illuminante saggio di narratologia (nel titolo, la parola “plot” non è casuale). Zadie Smith, con la stessa naturalezza del precedente Sulla bellezza (titolo apertamente saggistico), in SwingTime, uscito per Mondadori, ragiona sulla costruzione dell’identità attraverso la danza. Ercolino lo definirebbe un saggio «in indiretto libero», perché il racconto che la protagonista fa di sé, la sua “confessione” assorbe e adatta la zona saggistica del testo.

Azzarda anche di più il trentenne olandese Joost de Vries: titolo saggistico pure in questo caso — La Repubblica, uscito per Bompiani — per uno pseudo-thriller accademico che si rivela via via un saggio filosofico centrifugato in cui la Repubblica di Weimar, i baffi di Hitler, i neutrini, Woody Allen e una ragazza coltissima servono a ragionare su verità e immaginazione. «Ci rifletti mai su queste cose?» domanda un personaggio a un amico, a brutto muso, ma forse lo sta chiedendo soprattutto al lettore. Per non lasciargli pensare che un romanzo sia solo una storia.