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Che faccia hanno Lila e Lenù?

Autore: Jason Horowitz
Testata: Vanity Fair
Data: 8 giugno 2017

Un'amicizia lunga sessant'anni, un evento editoriale da oltre un milione di copie, un'autrice diventata a sua volta un caso: adesso la saga L'amica geniale di Elena Ferrante - pseudonimo su cui molti si sono interrogati, fino a darle un nome, Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, mai però ufficialmente confermato - diventa una serie Tv, che si vedrà l'anno prossimo. Il progetto internazionale è firmato Hbo-Rai, prodotto da Mario Gianani e Lorenzo Mieli per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango. Saranno 8 puntate, sceneggiate da Saverio Costanzo, Laura Paolucci, Francesco Piccolo e dalla stessa Ferrante. Dopo i casting per le bambine protagoniste, Lila e Lenù da piccole, le riprese partiranno in agosto .. con la regia di Saverio Costanzo. L'intervista all'autrice è stata fatta per email. La Ferrante ha un po' «sforato» i tempi di consegna, ma alla fine ha risposto a tutto.

Che cosa prova vedendo le sue opere entrare nella vita di bambine napoletane simili a quelle che ha raccontato, e che adesso fanno la fila sperando di diventare Lila o Lenù?

«Per me è un cambiamento radicale. I personaggi e il quartiere nascono dalle parole, ma adesso si spostano dalla letteratura allo schermo. Escono dal mondo dei lettori per entrare in quello, molto più vasto, degli spettatori, incontrano persone che di loro non hanno mai letto e altre che, per circostanze sociali o per scelta, non ne leggerebbero mai. È un processo che mi incuriosisce. La sostanza dei libri viene rielaborata in base ad altre regole e priorità, e la sua natura cambia. Il primo segno di tutto questo sono proprio le bambine che si presentano alle audizioni, e che dei libri sanno poco o nulla. Sono spettatrici che sperano di diventare attrici, per gioco o perché rappresenta una possibilità di riscatto».

Lei crede che chi cresce in situazioni difficili sia più adatto a esprimere lo spirito dei suoi protagonisti, o preferirebbe bambini attori con più esperienza?

«I bambini attori interpretano i bambini come li immaginano gli adulti. I non professionisti hanno la possibilità di uscire dallo stereotipo, soprattutto se il regista riesce a trovare il giusto equilibrio tra realtà e finzione».

Molti di questi bambini non avranno mai sentito parare dei suoi romanzi, saranno più interessati alla fama televisiva. Lei, così riservata, non teme che questo casting possa alimentare l'ossessione della celebrità, oggi condivisa da molti giovani?

«A stimolarli è il mito del cinema, della Tv, non certo quella della parola scritta. Vogliono apparire sullo schermo, trovarsi al centro dell'attenzione, diventare star, e non ne hanno colpa. È l'aria che si respira nel mondo degli adulti, e di conseguenza anche nel loro. Entrare a far parte del mondo televisivo oggi è una delle aspirazioni più potenti delle masse e chiunque, indigente o benestante che sia, la considera una straordinaria opportunità. Vale per tutte le classi sociali, ricchi e poveri, colti e incolti».

Non trova però che sia un'opportunità per avvicinare dei bambini, molti dei quali svantaggiati, alla lettura?

«Spero che accada. Ma questi bambini vogliono entrare nel mondo dello spettacolo, nient'altro. Il che non vuol dire che alcuni di loro non scoprano che tutto è cominciato da un libro; che dietro il mondo dello spettacolo, con i suoi tanti meccanismi e il suo cospicuo flusso di denaro, esiste sempre, benché subordinato, il potere evocativo della lettura e della scrittura».

Gomorra ha offerto un ritratto di Napoli poco lusinghiero. Lei che cosa si aspetta da questa serie?

«L'energia delle città deriva dalla densità della loro storia, dal potere della letteratura e delle arti che producono, dalla ricchezza emotiva degli eventi umani che vi hanno luogo. Spero che la fiction provochi emozioni autentiche, sentimenti complessi e anche contraddittori. È questo che ci fa innamorare di una città».

Ha chiesto di approvare la scelta delle bambine prima che siano scritturate ufficialmente?

«Mi piacerebbe esprimere un parere, ma lo farei con prudenza, e sapendo che sarebbe inutile dire cose come "Lila non ha nulla a che vedere con questo corpo, questa faccia, questo sguardo, questo modo di muoversi". Nessuna persona reale corrisponderà mai all'immagine che io o il lettore abbiamo in mente. Questo naturalmente perché la parola scritta definisce, ma per natura lascia molto all'immaginazione del lettore. L'immagine visiva, invece, restringe i margini. È destinata a omettere sempre qualcosa che la parola ispira, qualcosa che ha sempre molta importanza».

In che misura partecipa alla produzione? Mi hanno detto che spedisce appunti sulla sceneggiatura, e che ha aiutato a ideare il set nei dintorni di Caserta. Come se lo immagina?

«Il quartiere è un insieme di luoghi di Napoli che conosco bene. Quando scrivo è sempre così, che si tratti di persone o di cose. Non so cosa accadrà sullo schermo. Per il momento il mio contributo alla scenografia si limita ad alcuni appunti in cui dico se hanno o meno l'aspetto giusto. Quanto alla sceneggiatura, non scrivo nulla, non ho le capacità tecniche per farlo, ma leggo i testi e mando note dettagliate. Non so ancora se ne terranno conto. Probabilmente le useranno più avanti, nella stesura definitiva».

Mi dicono anche che visivamente lei immagina la serie come una fiaba, dove magari i cattivi sono ritratti come mostri o cose simili.

«No, il racconto è realistico. È l'infanzia a essere tinta di elementi fantastici, e senza dubbio anche Lila. Mi aspetto ci sia fedeltà ai romanzi, ma compatibilmente con le esigenze del racconto visivo, che sfrutta strumenti diversi per ottenere gli stessi risultati».

Uno dei produttori è Hbo. Spera - o magari teme - che l'adattamento si trasformi in un fenomeno globale, nel Trono di Spade italiano?

«L'amica geniale, ahimè, non contiene lo stesso tipo di snodi narrativi».

(Traduzione di Matteo Colombo)