Login
Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Kate Tempest - Let them eat chaos

Autore: Giuliano Delli Paoli
Testata: Ondarock
Data: 24 novembre 2016
URL: http://www.ondarock.it/recensioni/2016_katetempest_letthemeatchaos.htm

Negli ultimi due anni sono accadute parecchie cose. Tra guerre, attentati, flussi migratori, muri, e chi ne ha più ne metta, il mondo sembra aver preso una piega decisamente preoccupante. Tale impressionante catena di eventi sconvolgenti deve aver scosso, e non poco, la sensibilissima Kate Tempest, rapper e poetessa inglese di elevata caratura, reduce dai tanti apprezzamenti ricevuti a destra e a manca per il magnifico "Everybody Down". Fin dalle prime apparizioni, la Tempest ha spiazzato la platea con la sua innata capacità di saper alternare al meglio rabbia e passione, odio e amore; la propria gestualità, semplice e diretta, e una scrittura, tanto vorticosa, quanto pungente fino al midollo, arricchiscono una ricetta sonora esplosiva, talvolta conturbante.

Messa da parte una visione geograficamente più ristretta, la Tempest ha deciso di osservare il mondo con la veemenza e il disincanto di chi le viste fin troppe. “Let Them Eat Chaos”, quinto Lp tra uscite ufficiose e acclamati poemi sulla pur sempre amatissima Londra (“Brand New Ancients” del 2014), pone così in evidenza la contrapposizione netta della performer londinese ai mali del capitalismo e della globalizzazione nella sua accezione più scellerata. Il titolo e la copertina dell'album esplicano da soli il cuore afflitto e tutta la collera della Tempest. A dominare la scena, è una rabbia che non prevede salvezze o improbabili ricette. Non c’è luce all’orizzonte, bensì devastazione e follia, disprezzo e scetticismo.

Per l’occasione, la ventinovenne di Brockley amplia ulteriormete il proprio raggio d’azione. Se da un lato, lo sguardo è ancora rivolto verso personaggi della vita comune - legati da un senso di perdizione, metaforizzato qua e là da un’insonnia perenne - dall’altro lato è questa stessa vita vissuta dentro un contesto globale ad alimentare la rivolta. Una contestazione resa esplicita fin dalle prime battute di “Picture A Vacuum”: “The people, the life, their faces are bright/ In your body, you're feeling/ You want to be close to them, closer/ 'Cause these are your species, your kindred/ Where have you landed?/ Uncurl yourself, stand up, and look at your limbs/ All intact, clothed in the fashion/ This is a city, let's call her London/ And these are the only times you have known/ "Is this what it's come to?" You think/ "What am I to make of all this?”.

La musica, ancora una volta curata dall’amico produttore Dan Carey (Emiliana Torrini, Miles Kane, TOY, Bat For Lashes) segue gli andazzi ritmici palesati in “Everybody Down”, tra battute più pacate in scia Red Snapper (!) (“Lionmouth Door Knocker”), potenti assalti frontali (“Europe Is Lost”), tempi squisitamente hip-hop con la tastiera a fungere da metronomo in un crescendo appena abbozzato (“We Die”), sfarfallii al laptop da apripista a un’andatura cocciuta e al tempo stesso esilarante (“Whoops”, “Don’t Fall In”) e piccole cascate di synth da contraltare a improvvise ripartenze (“Perfect Coffee”). E anche quando il racconto si fa più morbido e cadenzato, le soluzioni adoperate da Carey risultano comunque azzeccatissime, come il beat vaporoso della struggente “Pictures On A Screen”.

Le parole stuzzicano puntualmente la pelle. La rapper inglese mette in fila tutta una serie di esternazioni che non risparmiano niente e nessuno, tra paradossi quotidiani (“Desperate for a body who could save me/ But I never really wondered what they gave me/ Always wanted something else/ Sweating in the dole queue/ Spittin' like a villain in the pantomime old shoes” da “Ketamine For Breakfast”) e acute riflessioni politiche, narrate per l'occasione da uno dei vari personaggi creati dalla Tempest; come nel caso di Esther, un’infermiera e operatrice sociale che si scaglia contro tutti quelli che hanno deciso di soprassedere dinanzi al dramma dei rifugiati e degli immigrati (“Europe is lost, America lost, London lost/ Still we are clamouring victory/ All that is meaningless rules/ We have learned nothing from history/ The people are dead in their lifetimes/ Dazed in the shine of the streets/ But look how the traffic's still moving/ System’s too slick to stop working/ Business is good, and there’s bands every night in the pubs/ And there’s two for one drinks in the clubs”, da “Europe Is Lost”).

Ciò che cattura l’attenzione, oltre al peso specifico delle parole, è la genuina assenza di elementi pressapochisti, spocchiosi e populisti, nonostante la complessità dei temi affrontati. Un pericolo ben evitato mediante l’utilizzo di una formula poetica mai scontata, tagliente, schietta ed efficace. Insomma, questa tenera ragazza dai capelli rossi e il sorriso da eterna bambina è riuscita ancora una volta a fare centro. La sua lingua infuocata e il suo battito caldo continuano a soprendere.