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“La notte dell’oblio” di Lia Levi

Testata: Le notti in bianco
Data: 29 giugno 2017
URL: https://lenottinbiancoilblog.wordpress.com/2017/06/29/la-notte-delloblio-di-lia-levi/

“La notte dell’oblio” di Lia Levi (edizioni e/o) è un romanzo di cui è difficile parlare senza rischiare di cadere nel banale o di usare una retorica superflua.

Esattamente quello che non fa Lia Levi, che con una sorprendente semplicità priva di odio o di tragicità, racconta la storia di una famiglia di ebrei italiani a partire dalla Seconda guerra mondiale fino ad arrivare più o meno agli anni Sessanta. Questo libro, però, è quel tipo di romanzo che, ingrandendo sulla vita di alcune persone, dà voce ad un’intera comunità, diventa un romanzo “corale”; infatti, va ad analizzare quella storia di cui spesso non si sente molto parlare, ovvero quello che successe agli ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale in Italia.

Prima partiamo, però, dalla trama del libro. “La notte dell’oblio” vede protagonista una famiglia romana di ebrei che è costretta ad abbandonare la propria casa e cambiare cognome per sfuggire ai nazisti. Elsa e Giacomo con le figlie adolescenti, Milena e Dora, si rifugiano, quindi, nella canonica di Don Gioacchino in un paesino di campagna. Giacomo, però, è costretto a tornare una volta al mese a Roma per riscuotere l’incasso del suo negozio, lasciato nelle mani del fedele Italo. Durante una di queste sortite viene arrestato dai nazisti per una soffiata anonima e questo avvenimento costringe Elsa a combattere con le sue forze per difendere le figlie dal dolore e dall’odio, nascondendo la sua sofferenza e l’angoscia di non avere le forze sufficienti per costruire un futuro sereno a Milena e Dora. Finita la guerra, tornano a Roma, dove le attende la verità su quanto è successo a Giacomo, una verità che viene a scoprire solo Elsa, ma che decide di non rivelare a nessuno per tagliare definitivamente i ponti con il passato e permettere alle figlie di costruirsi una nuova vita. L’oblio è proprio questo, il silenzio che caratterizza gli anni del dopoguerra: nessuno racconta, domanda o ascolta. Ma la Storia gioca a volte in maniera subdola e ciò che vuole essere dimenticato, riaffiora nei peggiori dei modi, inquinando proprio quelle vite che volevano essere protette dal passato.

Il romanzo sfiora, senza analizzare in profondità, gli avvenimenti storici più importanti dopo 1945 e tra questi la fondazione di uno Stato ebraico, Israele, in Palestina da parte dell’ONU. Dopo la Seconda guerra mondiale tra molti giovani ebrei era nata la necessità di avere un paese, un terreno nel quale riconoscersi e difendersi nell’eventualità di guerre future. Il romanzo mostra nella figura del nipote di Elsa, Giorgio, poi diventato Yehuda, questo sempre più incalzante desiderio di lottare affinché venga riconosciuta loro una patria. A Giorgio si contrappongono il fratello Davide (poi diventato David) e la cugina Dora, figlia di Elsa. Il primo vive la religione ebraica dal punto di vista più tradizionale, studiando sui libri di testo e misurando il suo futuro a piccoli passi, decidendo con calma se seguire il fratello in Israele o intraprendere un percorso totalmente diverso. La cugina Dora, invece, vive confusamente sia la politica che la religione; lei è la “vittima per eccellenza” della guerra, che ha vissuto quando era troppo piccola per avere coscienza di ciò che le accadeva; passa dai riti dell’ebraismo dell’infanzia a quelli del cattolicesimo (quando si trasferisce da Don Gioacchino) per poi ritornare nuovamente all’ebraismo, trovando nella ritualità di entrambe le religioni “un mondo diverso dove tutto sembrava distendersi in una sorta di incantata pace”. Nonostante questa calma apparente, non si riconosce in nulla, annaspa per costruire un’immagine di sé ben delineata, ma sa solo individuare quello che non è. In questo si capisce la grandezza del romanzo: ci offre una visuale su ciò che significava essere giovani ebrei sopravvissuti alla guerra.

Poi, come scritto in precedenza, si ripercorre il tema dell’oblio, che l’ha fatta da padrone nel dopoguerra, aggravato, nella storia raccontata dal romanzo, anche dalla cosiddetta “amnistia di Togliatti”, che assolveva coloro che avevano commesso crimini con pene inferiori ai 5 anni durante la guerra.

Per concludere, consiglio fortemente “La notte dell’oblio” a tutti perché è esattamente un libro che può leggere chiunque, dalla scrittura semplice e con una storia intensa. È la prima volta che mi imbatto nel tema della gioventù ebraica del dopoguerra e grazie a questo romanzo ho avuto modo di conoscere uno spaccato di vita di cui non si parla così spesso. Sicuramente acquisterò altri romanzi di Lia Levi. E spero di aver convinto pure voi a farlo.