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London, la luce oltre la sofferenza

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 21 luglio 2017

Dall’Australia arriva il romanzo di una scrittrice, Joan London, che guarda e rinnova la tradizione di uno dei più importanti scrittori australiani del Novecento, Patrick White, poco noto in Italia, ma premio Nobel per la letteratura nel 1973. Si tratta di una storia di sentimenti forti e drammatici, che la London, riesce a raccontare con un tono soffuso, mai accentuando sugli stereotipi del dolore, anzi cercando di restituire una forma di speranza, di far comparire sempre una luce che possa illuminare oltre la sofferenza. Anche il tema che tratta è di grande attualità e mette in scena il dramma della poliomelite, malattia diffusa negli anni Cinquanta e Sessanta fino alla scoperta del vaccino.

La London non ci presenta un romanzo “storico” sugli effetti della malattia, ma ne racconta le cure, le conseguenze, quella possibilità di ritornare ad una normalità, nonostante le menomazioni subite, attraverso una serie di personaggi che presentano, ognuno dal proprio punto di vista, un dramma interiore, dove la drammaticità, giustamente, viene superata dalla fiducia nella vita, dal senso di una bellezza “naturale”: «La bellezza era dappertutto; una strana bellezza, perfino (specialmente) in un sanatorio per bambini poliomielitici. Era questo a renderlo felice?». Tutto ruota intorno a un edificio, il Golden Age, “l’età dell’oro”, che prima era stato una locanda e poi era diventato un moderno centro terapeutico per bambini provenienti dalle aree rurali o impossibilitati a ricevere assistenza a casa propria. Uno di questi è Frank, figlio di una famiglia sopravvissuta alla Shoah ed emigrata da poco in Australia, in cerca di una vita più tranquilla, ma minata dalla solitudine dei genitori. Il padre è sfinito dalla finzione di normalità, dal peso del passato, dall’irrealtà dei suoi giorni in Australia; la madre Ida, famosa pianista quando viveva in Ungheria, non riesce ad accettarsi in un lontano continente semideserto.

Frank scopre che la poesia può essere un modo per superare le difficoltà della malattia e a nutrire questa sua passione per i versi che continua a scrivere, c’è l’incontro con una ragazzina, Elsa, anche lei in cura nel sanatorio, con una madre che non riesce a reggere la ferita interiore che la malattia della figlia le ha causato. «La violenza della poliomelite, l’istantanea trasformazione generata dalla malattia le ricordavano uno scherzo crudele, un sortilegio in un racconto di fiabe». Così per lei la figlia, tanto bella, diventa una vittima sacrificale. La madre capisce subito, dal primo momento che la vede che quella è «una bambina speciale. Così aggraziata e solenne che la gente sembrava inchinarsi di fronte al passeggino!».

Elsa colpisce subito la sensibilità di Frank e il loro rapporto, fatto di tenerezza e di ammirazione reciproca, sembra illuminare le stanze del Golden Age, costruire una possibilità di bene e di fiducia rispetto alle paure e alle incognite del futuro. La loro storia, il loro amore così puro attraversa un libro che interroga le ombre segrete dell’anima, attraverso una specie di accorato, inatteso stupore.