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I dolori del "Giovane robot" in bilico fra uomo e macchina

Autore: Daniele Abbiati
Testata: Il Giornale
Data: 20 agosto 2017
URL: http://www.ilgiornale.it/news/i-dolori-giovane-robot-bilico-uomo-e-macchina-1432039.html

«Il mio aspetto è quasi uguale a quello umano. Mi rendo conto, però, di essere diverso, perché non provo sentimenti. Se esistessero robot uguali agli umani perfino in questo, come potrebbero avere coscienza di sé in quanto automi?».

Non male come domanda. Un giorno sì e l'altro pure, magari titillati dalle notizie o sedicenti tali di cronaca o sedicente tale (come quella di tre settimane fa relativa a due robot che si sarebbero messi a dialogare fra loro in una lingua sconosciuta), noi umani ci chiediamo se un giorno riusciremo a costruire robot dotati di coscienza di sé. Intendendo ovviamente per «coscienza» una coscienza come la nostra. Qui invece il piano è ribaltato: un robot si chiede se un giorno i robot potranno avere una coscienza robotica, non umana. Un interrogativo molto umano...

Il nostro adolescente amico robot (e filosofo in senso antropologico) afferma di non provare sentimenti. Ma dobbiamo fidarci? Non sarà per caso un robot bugiardo? O guasto? O andato fuori di testa? O magari schizofrenico? Certamente con la schizofrenia ha ingaggiato una battaglia personale chi lo fa parlare: Sakumoto Yosuke. Ha 34 anni, e quando ne aveva 19 venne per la prima volta assalito dalla malattia mentale. Allucinazioni uditive, ansia, psicofarmaci. A lenire gli effetti di questo inferno è stata la letteratura, prima come lettore, a partire dal racconto del 1959 Fiori per Algernon di Daniel Kayes, ritenuto fra i migliori racconti di fantascienza in assoluto, dove protagonista è un uomo affetto da disabilità intellettiva, poi come scrittore. Proprio con questo Il giovane robot che le edizioni e/o manderanno nelle librerie giovedì prossimo (pagg. 221, euro 16, traduzione di Costantino Pes). Qui parla proprio il robot che si è (e ci ha) posto quella domanda da un milione di dollari. Ha un volto «androgino», di cognome fa Tezaki, e di nome Rei, che in giapponese significa «Zero». La locuzione latina nomen omen, evidentemente, vale anche per quel «trabiccolo», come lo apostrofa amichevolmente un ragazzo che ha conosciuto al centro ricerche. Infatti Rei ha una considerazione di sé pari a zero. «Vivere tra gli umani e renderli felici è la missione che mi è stata assegnata», afferma, e tanto gli deve bastare, perché i robot sono un po' come i soldati semplici, devono «ragionare» quel tanto che basta per obbedire agli ordini di chi li ha programmati. Nelle parole di Rei avvertiamo l'eco delle tre leggi della robotica poste dal professor Isaac Asimov in esergo a Io, robot. Leggi ferree che mettono i robot all'esclusivo servizio degli umani. E se nell'antologia di Asimov il filo conduttore è la dottoressa Susan Calvin, asettica ma tecnologicamente santa protettrice delle macchine pre (o post) umane, nel romanzo di Sakumoto sarà un'altra donna, anzi una ragazzina, la dolcissima Sango (in italiano sarebbe Corallo, infatti si rivelerà tanto pura nei sentimenti quanto preziosa come assistente sociale e forse fidanzatina), la chiave di volta della narrazione.

Pagina dopo pagina, dal diario di Rei, intervallato dai punti di vista di alcuni umani, emergono qua e là alcuni particolari che, di pari passo alla partecipazione emotiva nei confronti di una «creatura» sofferente, preoccupata di non surriscaldare troppo i propri circuiti, di non mostrare il proprio corpo, di non andare in frantumi cadendo, di simulare la stanchezza per non insospettire gli interlocutori, ci instillano il dubbio: davvero questo «io» è soltanto il titolare di una forma di vita dimezzata, un utensile da maneggiare con cura? Certo, quando gioca a ping pong con la squadra della sua scuola Rei ha una precisione meccanica sbalorditiva, da robot, appunto, come qualcuno dice scherzando. Certo, senza mamma e papà se la cava meglio di un adulto nel governare il suo appartamentino. Certo, il suo senso civico (possiamo davvero chiamarlo così?) è fuori dal comune per essere l'equivalente di un ragazzino. Ma... Ma c'è, ogni tanto, una sorta di fantasma che gli si para davanti, un signore dai vestiti sporchi e con un berretto di lana che pare sorvegliarlo da lontano, quando rientra a casa. Chi è? Qualcuno che sospetta della sua vera «natura» e che dunque potrebbe provocarne la rottamazione?

Il mistero di quella presenza inquietante non va svelato, a chi non ha ancora letto Il giovane robot. Perché è l'anello di congiunzione fra il robot e l'uomo, fra due dimensioni che apparentemente possono interfacciarsi ma non fondersi in un unico «io». Fra lo specchio e ciò che gli sta davanti. «Le persone cambiano in modo più rapido e complicato delle macchine», dice il nostro piccolo eroe con molto realismo e buonsenso. Ma la complessità accompagna l'evoluzione... E se lo «zero» Rei diventasse «uno»? Se la schizofrenia, che deriva dal greco schizo, diviso, e phren, cervello, si dissolvesse nella composizione di due diversi che diventano uno normale? Lo auguriamo sia a Tezaki Rei sia a Sakumoto Yosuke.