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Dal belga Bauchau una rinnovata religiosità

Autore: Lorenzo Fazzini
Testata: Avvenire
Data: 28 novembre 2009

L’ambiente francofono, soprattutto in ambito letterario, è stato uno dei primi a laicizzarsi, se con questa parola non s’intende il sacrosanto principio di distinguere il sacro dal profano, bensì quel processo di espulsione della religione dall’arena pubblica. Che è arrivato fino ad un’avversione pregiudiziale verso qualunque esperienza religiosa. A tal processo di secolarizzazione anche il Belgio ha preso parte: proprio in quel Paese ha sede – lo segnalava già il compianto storico René Rémond – uno dei santuari europei dell’anticlericalismo, L’Université Libre de Bruxelles. Ma sempre dallo stesso contesto culturale arrivano oggi segnali in controtendenza, ovvero di una rinnovata attenzione alla religiosità, anche nella narrativa contemporanea. Ce ne offre un esempio l’ultimo lavoro dello scrittore belga Henry Bauchau, Il compagno di scalata, romanzo a doppio binario, sia storico che narrativo. Antigone (1999) e Il reggimento nero (1997), editi da Giunti, avevano fatto conoscere al pubblico italiano la penna delicata e profonda di Bauchau. Ora arriva questo testo, che scorre sul filo dei ricordi di un’amicizia tra l’io narrante e un amico di cordata, Stéphane, ucciso dai nazisti durante l’occupazione della Repubblica di Petain. La narrazione contemporanea invece si concentra sul legame d’affetto tra la voce in prima persona e la propria nuora, affetta da un cancro inguaribile. Ebbene, l’intero svolgesi di questo romanzo del 95enne psicanalista-narratore, evidenzia importanti segnali di una religiosità silenziosa ma non assente, tanto più che di recente il quotidiano transalpino Le Croix ha presentato come ‘credente’ Bauchau. Che può vantare un Centro studi a sé dedicato nell’università cattolica di Lovanio.

 La narrazione de Il compagno di scalata è intervallata da alcuni segnali di un chiaro riferimento religioso, o quanto meno della nostalgia per una fede che nella società francese attuale sembra scomparsa. Anzitutto, vien presentata una confusione esistenziale simboleggiata nel titolo originale, “Le boulevard peripherique”, ovvero “la tangenziale” che il protagonista percorre ogni sera per tornare a casa trovandola spesso intasata di traffico: metafora di una vita complicata da attraversare per arrivare al porto d’arrivo. “L’amore di Dio ha illuminato la mia vita con segnali brillanti e intermittenti”, afferma a un certo punto l’io narrante. “Le intermittenze di Dio, ecco la mia reale esperienza”. Una limpida dichiarazione verso il rimpianto rapporto con il divino che viene qualificato con il tratto proprio del cristianesimo, l’amore.

 È lo stesso protagonista, in cui si può intuire l’esperienza di Bauchau, a riconoscere: “Ho voglia di pregare, ripeto mentalmente le Beatitudini e l’inizio dell’inno all’amore di San Paolo” e segue la citazione di un passo della prima lettera ai Corinzi. E recentemente Bauchau ha dichiarato: “Solo l’amore può confrontarsi con la morte, anche se la promessa è senza garanzia.” L’ultimo indizio di un cristianesimo fragile eppur presente l’autore lo offre raccontando i preparativi delle esequie della protagonista, Paule: “Penso a Dio e dentro di me aggiungo: se esiste. Se accetta di vivere in un mondo come il nostro e nel cuore distratto degli uomini.” Un appello che suona come una professione di fede, e chiama in causa il nostro essere e il nostro agire.