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Sandro Veronesi sul Calciatore di Massimiliano Governi

Autore: Sandro Veronesi
Testata: L'Unità
Data: 15 maggio 1995

“Le volpi con le code incendiate/non parlano ma gridano, pazze/tra gli alberi per il dolore”: a leggere Il calciatore di Massimiliano Governi viene in mente questa strofa, composta vent’anni fa da Roberto Roversi per una bellissima canzone di Lucio Dalla. È l’implosione, infatti, la musa ispiratrice di questo intenso romanzo d’esordio, col quale Governi si trasporta di peso nel proprio protagonista, trascinandosi dietro nome e cognome, a viverne la febbricitante sofferenza per un senso del mondo appunto mai sfogato, rinchiuso nelle spelonche dell’io, e per questo destinato a incanalarsi nei binari della riscossa delinquenziale. Agli altri lascio volentieri l’interpretazione di questa scelta (di sapore céliniano) che sovrappone il Governi-protagonista al Governi-scrittore, e i conseguenti, eterni interrogativi sull’intreccio tra finzione e autobiografia; poiché ciò che è importante, per me, in questo romanzo, a prescindere dalla natura del materiale che lo compone, risiede nella sua misteriosa capacità di dare una compattezza quasi minerale a tutte le diverse tecniche di rappresentazione del dolore: esercizio tanto più arduo quanto più, come in questo caso, la causa del dolore rimane incerta. Il Massimiliano Governi-protagonista, infatti, brucia di una sofferenza intollerabile senza che nulla, della vicenda personale che ci racconta, si discosti dall’esperienza – dura, come no, ma sostanzialmente normale – che qualsiasi essere umano è chiamato ad affrontare nell’attraversare infanzia e adolescenza per accedere al binario morto della maturità. Assolutamente pretestuosa appare la spiegazione che egli dà, con sospetta sicurezza, alle proprie pene: tutto, afferma, è dovuto alla decisione dell’allenatore di metterlo fuori squadra quando giocava nelle giovanili della Lazio, e si trattava di concedere anche a lui la gloria dello Stadio Olimpico gremito di spettatori, in una partita amichevole subito prima dell’incontro che avrebbe consegnato alla squadra dei grandi l’unico scudetto della sua storia. Per questa ragione, vent’anni dopo, si accampa nella propria Cinquecento sotto casa di quell’allenatore, e aspetta lo scadere della ricorrenza esatta – il 12 maggio – per ucciderlo. Ma è proprio tramite questa Cinquecento, in realtà, che il Governi-scrittore ci mostra il tema vero del suo romanzo, che non è la vendetta o il riscatto ma, come detto, l’implosione, cioè l’incapacità del Governi-protagonista di separarsi da alcunché, fino all’accumulo cieco e intollerabile che è la vera ragione della sua determinazione omicida. Proprio quella carcassa arrugginita, ormai inutilizzabile come automobile, contiene tutta la vita del protagonista, e la restituisce detrito per detrito (cimeli, ricordi, muffe, medicinali, diari e umori corporali) in una sospensione della logica spazio-temporale che fa venire in mente l’interminabile partita di pallanuoto in Palombella rossa di Nanni Moretti. Da lì fuoriescono, insieme a dischi degli Who acciaccati e vecchi album delle figurine, le reminiscenze di una lancinante vergogna nei riguardi di un padre inconsapevole, e i ricordi delle cure amorevoli prestate dalla madre alle disparate patologie infantili sofferte dal protagonista bambino (grande è la descrizione, disperatamente minuziosa, di come ella gli tagliava le unghie incarnite). Infine, è nell’angustia di quell’abitacolo, solitamente simbolo di un’Italia innocente e laboriosa, che tutto il male sofferto senza ragione si comprime e si appuntisce fino a trasformarsi nella pallottola destinata al cranio del vecchio allenatore.

La compattezza, dicevo, è il risultato più sorprendente di questa operazione, che in un insistito crossover di linguaggi, miti e citazioni, produce un cristallo micidiale rispetto al quale nessuno, davvero, nessuno può dirsi mai al sicuro: il dolore puro, appunto, nella sua aggregazione molecolare di sostanza chimica letale, il dolore come dèmone ubriacante e totalizzante che incatena a sé anziché spingere verso il sollievo, e chiude per sempre ogni spiraglio alla speranza. Una compattezza che leviga anche le comiche peripezie del protagonista nella società attiva, dal primo lavoro come precario cronista di costume alla struggente persecuzione telefonica nei confronti di Corinne Cléry, dalla infausta relazione con una sosia di Mandy Smith alle incursioni, travestito da punto (“.”) nel bestiario telematico del Videotel, dall’onanistico furore di estenuanti partite di flipper alla forzata, e presto sabotata, sostituzione del padre come critico culinario per un grande giornale. Tutto superabile, in sé, tutto sopportabile, se non fosse che il Governi-protagonista non sa superarlo, non sa sopportarlo, e in questa impotenza cova quel gesto finale nient’affatto liberatorio ma semplicemente ineluttabile che lo accomunerà ai grandi criminali del suo tempo (Charlie Manson, O.J. Simposn, Carlos Monzon, Alì Agca, Shiran Shiran, John W. Hinckley) convocati dal Governi-scrittore a recitare insieme a lui un poderoso coro finale – una specie di We are the world all’incontrario – sui versi della preghiera composta da Paolo VI per i carcerati di Rebibbia: “Dammi, o Signore, la pace del cuore, dammi la coscienza tranquilla, nuova, capace di buoni pensieri…”. Il sangue ha spento il fuoco, finalmente, la volpe prega e non grida più, e questo romanzo è molto bello.