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Mary Karr, la regina americana del memoir

Autore: Laura Pezzino
Testata: Vanity Fair
Data: 1 novembre 2017
URL: https://www.vanityfair.it/show/libri/2017/11/01/mary-karr-regina-americana-memoir-club-bugiardi-madre-alcolista

Una madre non ideale, i problemi con l'alcol, il divorzo, la religione. Mentre esce in Italia la sua prima opera, «Il Club dei bugiardi», a noi racconta come si fa a essere cattoliche, modaiole e (pure) femministe

È raro ereditare una madre della giusta misura: certe sono ombre, altre elefantesse. Poi ci sono quelle come Charlie. Sette matrimoni, svariate visite ai manicomi (ai tempi lo chiamavano «nervosismo»), un tentativo di fare fuori le figlie minorenni, alcol e una scia di Shalimar. A raccontarla è la figlia Mary Karr, 62 anni, nel Club dei bugiardi, (e/o, pagg. 416, 19 euro; trad. di C. Lionetti, in libreria dal 9 novembre) best seller del New York Times degli anni ’90 arrivato solo ora in Italia. Che Karr sia un nome imprescindibile nella storia recente del genere memoir lo ha sancito la Paris Review, dedicandole la primissima intervista della serie «The Art of Memoir». Alla scrittrice, considerata un mito dalle giovani come Lena Dunham, chiedo: «Si è mai pentita di qualcosa che ha scritto?». E lei: «Sì, di tutto. Ma il prezzo è questo». In effetti, questa ex ragazzina del Texas di sé ha detto praticamente tutto – l’infanzia girovaga al seguito di una mamma non modello, le poche e cattive amicizie, il proprio alcolismo, il matrimonio fallito – non risparmiando nemmeno uno stupro mai denunciato. Dopo la California, Karr si è trasferita all’Est, New York, dove ora abita e frequenta il bel mondo delle lettere, dall’irrinunciabile salotto di Antonio Monda agli scrittori più cool tra cui il recente Booker Prize George Saunders, con il quale era l’estate scorsa in Grecia. Di lei si raccontano cose, anche di un flirt con David Foster Wallace di cui non vuole parlare. Negli ultimi anni ha svoltato l’ennesimo angolo, e dopo avere lasciato quella dell’alcol, ha imboccato la via della fede ed è diventata cattolica.

Lei si definisce una «cattolica da caffetteria». Cosa intende?

«Che vado, mi metto in fila e prendo quello che mi piace. Come andare a messa, per esempio, ma vorrei dei preti-donna. E sono convinta che anche il Papa la pensi come me».

Lo ha mai incontrato?

«Non ancora. Quando ho ricevuto il battesimo, mi hanno fatto firmare un foglio dove dichiaravo di credere che il papa era il capo della Chiesa, ma io ho detto che no, che Cristo è a capo della Chiesa. Si chiama cristianesimo, non papanesimo. Detto questo, adoro Francesco».

Prende la religione molto seriamente.

«Nel mio gruppo spirituale diciamo spesso che la cosa più pericolosa che si possa fare è avere speranza».

Quando era bambina, suo padre le permetteva di prendere parte, unica femmina, al Club dei bugiardi. Che cosa ha imparato sugli uomini?

«Che sono semplici. Emotivamente, noi donne vediamo le cose in tecnicolor, loro in bianco e nero. Poiché per me gli uomini sono sempre stati prevedibili, sono cresciuta temendo le altre ragazze».

Scrivere di sé l’ha aiutata?

«Sono stata una bambina così depressa che se avessi continuato a non guardarmi indietro sarei impazzita. Ho iniziato ad andare in terapia a 19 anni e ho capito che non ero io quella strana in casa, che in fondo era normale essere ansiose quando tua madre usciva per fare la spesa e non tornava per una settimana. Era pazza, ma non per colpa nostra. Ho una teoria: noi donne abbiamo tutte un lato oscuro, forse perché ci dicono in continuazione di comportarci bene».

Oggi le ragazze stanno meglio?

«Molto! Sono più forti, come abbiamo visto nello scandalo Weinstein, dove in molte hanno denunciato. Credo anche che abbiano della biancheria più bella, dei tagli di capelli migliori».

Sua madre era il suo modello?

«Sì, e più passa il tempo più ai miei occhi diventa cool. Indossava cinture Chanel, abiti Dior, era intelligentissima, sapeva dipingere, scolpire, leggeva moltissimo, ha anche fatto la giornalista».

Che cosa avevate in comune?

«L’amore per i vestiti costosi, l’alcolismo, la sensibilità».

Lei è femminista da quando aveva 8 anni e ama i vestiti. C’è chi storcerebbe il naso.

«Trovo grandioso che ci siano donne che non si sentono schiave di questo pregiudizio! È una forma di auto espressione. Sono una professoressa di college, non ho mai avuto molti soldi e quasi sempre acquisto vestiti di vecchie stagioni. Ma ho sempre cercato di vivere una vita elegante».

È stata una madre migliore della sua?

«Non è stato difficile, l’asticella era veramente bassa. Ma ho anche avuto un figlio eccezionale, Dev, che ora fa il regista. È stato uno studente di Antonio e ama il cinema italiano».

Lei scrive poesie. Che tipo di poetessa è? Ha una routine diversa per quando scrive prosa e per quando scrive poesia?

«Non proprio. In entrambi i casi, non sono una a cui scrivere viene facilmente, non ho una immaginazione generativa. Amo soprattutto la poesia del reale, pensi a Seamus Heaney. Per me, in una poesia l’esperienza emozionale e quella spirituale sono più importanti della lingua che si usa. E il mio unico obbiettivo, in ogni cosa che scrivo, è fare sì che gli altri possano “sentire” qualcosa».

Lei ha sempre avuto un debole per i poeti, ne ha anche sposato uno (Michael Milburn, padre di Dev). Come è vivere con loro?

«Sono persone molto strane, introverse. Mi ha sempre attirata il fatto che con loro potevi avere un’esperienza emotiva totale».

Nel Circolo dei bugiardi, racconta di uno spaventoso uragano che devastò il Texas quando lei era bambina. Con che animo ha seguito l’ultimo, Harvey, che ha allegato sempre quelle zone lo scorso agosto?

«Ero molto angosciata perché non riuscivo a contattare le persone. La città in cui sono cresciuta è stata completamente sommersa. Per fortuna non è morto nessuno di quelli che conoscevo, ma molti hanno perso tutto».

Immagino che molte di quelli che conosce abbiano votato per Trump. Lei è democratica, come se lo è spiegato?

«Anche lei avrà qualcuno di veramente stupido in famiglia! Ma sono persone a cui voglio bene, che sono state molto gentili con me quando ero sola. E come abbiano deciso di votare non è affare mio. Il mio migliore amico di quando avevo 17 anni, un ex spacciatore, è repubblicano e non ha votato, per esempio. Socialmente è un liberale e ha amici gay e di colore».

Nel suo libro di non fiction del 2015 The Art of Memoir dice che, per scriverne uno, bisogna identificare dei «moment of meaning». Cosa intende?

«È quello che facciamo tutti i giorni: cercare nella nostra vita quei momenti che ci hanno dato soddisfazione, felicità».

Qual è stato il turning point della sua vita?

«Quando sono diventata sobria. Non avrei scritto questo libro, altrimenti. È il motivo per cui ho iniziato a pregare».

Che cosa avrebbe fatto se non fosse diventata scrittrice?

«L’insegnante di ginnastica alle scuole superiori o la massaggiatrice. Faccio molto sport, mi interessa il mio corpo, che cosa mangio. Sono una “body person”, ho una natura carnale».

Dopo questo e i successivi Cherry e Lit, continuerà a scrivere memoir?

«Ne sto scrivendo uno ora sul diventare anziana. Quando ero giovane, pensavo solo a prendere. Ora penso il mio lavoro come un servizio».