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Michel Bussi: «Sono figlio di Agatha Christie»

Autore: Giovanni Serafini
Testata: Il Piacere della Lettura - QN
Data: 19 novembre 2017

«Non sono un genio, non sono nemmeno un artista. Sono semplicemente un artigiano, un professionista che lavora con pazienza, attento più alla trama che allo stile. Mi piace esattamente quel che piace ai lettori: i colpi di scena, le situazioni che si capovolgono all'improvviso come iceberg rivelando quello che si nascondeva sott'acqua». Docente di geografia all'Università di Rouen, 52 anni, Michel Bussi è uno degli scrittori di maggior successo in Francia e nel mondo: i suoi libri, tradotti in 35 lingue, sono venduti in milioni di copie. Tre adattamenti cinematografici sono in preparazione. "N'oublier jamais", il suo sesto romanzo, esce in questi giorni in Italia per le Edizioni E/O con il titolo Mai dimenticare. È un giallo mozzafiato, un "polar" che coinvolge il lettore spingendolo a trasformarsi in giudice. Ne parliamo con l'autore: sposato, tre figli, Michel Bussi vive in Normandia lontano dai riflettori parigini che, dice, gli impedirebbero di scrivere.

Geografo di giorno, romanziere di notte. Un connubio insolito.

«Insegnare è un mestiere che adoro, ma in questo periodo ho dovuto mettermi in aspettativa perché la mia agenda stava per esplodere: impossibile conciliare le esigenze dell'università, della famiglia e della scrittura».

Lei è diventato celebre di colpo senza l'aiuto dei media: per anni gli editori hanno rifiutato i suoi romanzi mentre adesso tutti le fanno la corte.

«Beh, senza voler fare paragoni, è successo anche a Marcel Proust. Comunque non è facile per un editore capire se un libro funzionerà o no: i gusti del pubblico sono imprevedibili».

Ma come ha fatto a sfondare? Qual è il segreto?

«Bisogna avere fiducia in se stessi, lavorare molto, essere ambiziosi e modesti a un tempo. Ho scelto una formula: nei miei romanzi ci sono eroi ordinari che vivono in luoghi ordinari, ma in situazioni straordinarie. Mi rivolgo a un pubblico avido di letture, donne soprattutto, che hanno sempre un libro in mano nella metropolitana o in treno, o a letto prima di dormire. Un pubblico che vuole una trama ben fatta, palpitante, da vivere in prima persona».

Sua madre era una maestra delle elementari che ha allevato tre figli da sola. Viene da lì la sua radice popolare?

«Sicuramente. La mia era una famiglia modesta ma in casa c'erano dei libri e io li ho divorati. Agata Christie, Ray Bradbury, Kenteric, Barjavel... A 6 anni inventavo già delle storie. Guardavo le persone che passavano sotto la finestra e cercavo di immaginare cosa facevano, dove andavano e perché. Ero un fanatico di giochi di parole e cruciverba. Inventavo anagrammi, assonanze. Anziché le figurine dei calciatori io collezionavo storie. Più o meno quel che faccio oggi».

Immaginava di diventare autore di best seller?

«Ero come un ragazzino che gioca a pallone con i compagni e alla sera guarda una partita di professionisti in tv senza immaginare che un giorno sarebbe stato anche lui un professionista. Non avevo strategie, leggevo e scrivevo solo perché mi piaceva. Viene da lì, dal rapporto strettissimo fra il lettore e il libro, la mia passione per la letteratura. Non occorre essere degli specialisti per amare i libri: conosco tantissime persone che non hanno riferimenti culturali e tuttavia manifestano una sensibilità spiccatissima per la lettura. Sapesse quante volte ho visto in libreria delle anziane signore comprare opere che non ti saresti mai aspettato da loro».

Quali sono i suoi autori preferiti?

«Io sono figlio di Jules Verne, di Maurice Leblanc (l'inventore di Arsenio Lupin) e di Agatha Christie».

Qualche italiano?

«Adoro Milena Agus, che ho scoperto da poco, dal suo romanzo "Mal di pietra" è strato tratto l'anno scorso un ormanzo diretto da Nicole Garcia con protagonista Marion Cotillard. Mi piace Umberto Eco. E un po' anche Camilleri».

Che cosa le ha insegnato il successo?

«Non lo so. È arrivato tardi, non ha cambiato molto il mio modo di vivere. diciamo che mi ha obbligato a fare delle scelte: per esempio ha accelerato i miri ritmi di lavoro. Pubblico un libro all'anno, il che significa che se voglio condurre un vita normale con la mia famiglia debbo approfittare di tutte le occasioni utili per scrivere: la domenica, la sera, in macchina davanti a un semaforo rosso... È un po' complicato ma so organizzarmi. E poi mi piace scrivere quando capita, non ho una mentalità da funzionario della letteratura, semmai da avventuriero che ruba alla vita il tempo indispensabile per scrivere».

Oggi gli chef sono diventati dei guru più ascoltati dei filosofi e degli scrittori. La cosa la infastidisce?

«Neanche un po'. La cucina ha una grande tradizione in Italia e in Francia. Per quel che mi riguarda non riesco a dedicarle molta attenzione: io cucino umile e rapido».

Lei continua a vivere in Normandia. Non le piace Parigi?

«Ho bisogno di calma e di sentirmi in accordo con la natura. Non potrei mai lavorare a Parigi: debbo mantenere la distanza dai narcisismi del mondo editoriale e letterario, e qui sono al riparo».

"Mai dimenticare", il suo romanzo che esce adesso in Italia, ha come protagonista Jamal Salaoui, un uomo con una gamba sola che sogna di partecipare a una corsa a piedi sul Monte Bianco. Vuole presentarlo ai nostri lettori?

«Senza entrare nel dettaglio, diciamo che Jamal cade in un abisso in cui non si distinguono i confini con la realtà. C'è una ragazza che viene violentata e precipita dall'alto di una falaise della Manica. Un suicidio? Un assassinio? Sta al lettore decidere: è lui il giurato che dovrà pronunciare la sentenza su Jamal».