Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Aggrappati alle radici dell'«Albero della speranza»

Autore: Felice Modica
Testata: Il Giornale
Data: 14 dicembre 2017

Il 16 giugno 1964, martedì, alle 13:01, un sisma di magnitudo 7.5, colpisce la città di Niigata, Nord Est del Giappone. Il giovane Arai Man frequenta l'ultimo anno delle superiori. La terra si apre in crepe a zig zag, cadono i palazzi, crolla il ponte Shova, s'incendia la raffineria di petrolio. È già l'inferno, ma il peggio deve ancora arrivare. La scuola di Arai sorge sul fiume Shinano, il cui livello si abbassa fino a mostrare il fondo. La gente grida: «Uno tsunami!» «Scappate!». La terra rimbomba, dal mar del Giappone avanzano le acque nere. Scappano tutti. Scappa Arai, inseguito dall'acqua e dal fuoco. Si salva, ma ha provato in un solo giorno le paure di una vita intera e gli restano le ferite nell'anima. Nel '64 non si parlava di trauma psicologico, né di disturbi post traumatici da stress. Il nostro - nel frattempo diventato un poeta - ne è colpito in forma grave. Per anni lo affliggeranno ansia, spossatezza, irritazione, debolezza, senso di vuoto, disperazione, incubi notturni. Poi, pian piano, guarisce.

L'11 marzo 2011, però. nella città di Rikuzetakata, regione di Tohoku, prefettura di Iwate, Giappone Orientale, un sisma di magnitudo 9 con conseguente tsunami, fa 20mila vittime e 570mila sfollati. I notiziari trasmettono immagini di distruzione, che risvegliano in Arai i fantasmi del passato. Tornano gli incubi. Sulla costa sul Pacifico la distesa dei pini di Takata, vecchia 350 anni, risale al periodo Edo: 70mila pini rasi al suolo. Tranne uno. Arai si interroga sul perché uno sia sopravvissuto. Lo fa in diretta alla radio NHK, il 18 agosto 2011, declamando la "poesia in prosa": L'albero della speranza, adesso libro pubblicato da E/O (traduzione di Costantino Pes, pagg. 61., euro 9,50) con struggenti foto di Kaimuna Takeshi. Fior di agronomi si adoperano per salvare la pianta o, almeno, assicurarle numerosa discendenza, affinché, fra 350 anni, sia la madre di un popolosa pineta. Poco importa che le radici si siano inzuppate di acqua di mare e l'albero stia morendo. Raggiungerà la madre che si è fatta vento e il padre che è diventato stella. I sette innesti dei suoi rami sono vivi, come pure i germogli nati dai semi delle pigne raccolte a Takata dagli abitanti prima del terremoto. Il pino solitario è un inno alla vita e alla speranza.