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L'antisemitismo è un morbo che si manifesta in ogni epoca

Autore: Paolo Battifora
Testata: Il Secolo XIX
Data: 4 gennaio 2018

"Continuavano a cadere a scansione lenta, come quei goccioloni radi ma già carichi che preludono alla tempesta. Si ritrovarono fradici senza neanche essersene accorti". Uno stillicidio, dai crescenti ed esiziali effetti, in grado di scatenare infine l'uragano e spalancare le porte dell'abisso. La metafora meteorologica costituisce la significativa cifra di "Questa sera e già domani" (edizioni e/o, dal 10 in libreria), ultimo romanzo di Lia Levi incentrato sulla persecuzione degli ebrei italiani messa in atto, a partire dal 1938, dal regime fascista.

Co-fondatrice e direttrice per molti anni di "Shalom", mensile della Comunità ebraica di Roma che nello scorso luglio ha festeggiato i cinquanta anni di vita, Lia Levi ha creato un'opera in cui la finzione letteraria si intreccia strettamente con la realtà dei fatti storici e tratteggiato una vicenda familiare che, pur nella sua singolarità, viene a rappresentare ii simbolo e l'epitome di un destino condiviso dagli ebrei italiani sotto il giogo mussoliniano.

«Gli episodi di cui narro» spiega Lia Levi «sono tutti veri, in quanto il romanzo è ispirato alla storia di mio marito Luciano Tas, nato a Genova nel 1927, e per questo ho deciso di ambientarlo in questa città, connotata da una solida tradizione antifascista e partigiana. I personaggi, tranne alcuni minori, non sono frutto di invenzione, ma rispecchiano i tratti caratteriali di individui da me conosciuti. La vita reale è stata lo spunto di partenza per la trama e i dialoghi».

Emilia Rimon, madre del giovane Alessandro e moglie di Marc, è il personaggio cruciale del romanzo: incapace di leggere con acume ii susseguirsi dei fatti e ostinata nel non voler prendere atto di una realtà sempre più allarmante e inequivocabile, questa donna esemplifica la posizione di quanti, nelle comunità ebraiche della penisola, si cullarono in improbabili speranze, rigettando sino all'ultimo la consapevolezza di quel che stava accadendo (e sarebbe accaduto). «La figura di Emilia rappresenta la sottovalutazione della realtà ad opera di un tenace ottimismo che ha la funzione psicologica di proteggere l'individuo. Presi uno ad uno, i provvedimenti varati dal regime potevano forse essere oggetto di spiegazioni plausibili e minimizzanti, ma ii discorso cambiava radicalmente se quelle misure venivano messe in sequenza. Anche oggi c'è chi, di fronte a problemi come quello dei profughi e dei migranti, non vuol vedere: si tratta di un fenomeno che purtroppo capita in tutte le epoche».

La Storia si sarebbe incaricata, purtroppo, di confermare la lapidaria riflessione messa in bocca a Lelio Valobra, responsabile della Delasem, organizzazione fondata per offrire assistenza agli ebrei e favorirne l'espatrio, per il quale "l'ottimismo a ogni costo può anche essere ottusità". Amara verità, ma che non deve indurci, noi uomini e donne del dopo-Shoah, a facili, ingenerosi, se non addirittura sprezzanti, giudizi sull'altrui comportamento e valutazione, giacché "del sen di poi" sono piene le proverbiali fosse manzoniane: cosa avremmo fatto noi, in quei drammatici frangenti, non ci è dato sapere e per nostra fortuna un simile dilemma ci è stato risparmiato. Espulsione del figlio dalla scuola pubblica, requisizione dell'apparecchio radiofonico, cessazione del servizio della domestica "ariana", ritiro della licenza lavorativa al padre, imposizione del confino in una località delle Marche. E poi la guerra, i bombardamenti, il 25 luglio, l'8 settembre. A dispetto dell'incrollabile fiducia di Emilia - "c'e il Vaticano in Italia e cose estreme non ne possono azzardare" - le "cose estreme", sotto la repubblica di Salò, cominciarono a verificarsi e l'unica via di salvezza, previo ottenimento a caro prezzo dei documenti falsi e dei giusti contatti, risultò essere la fuga in Svizzera, paese impossibilitato peraltro, secondo le parole dette da una guardia di confine elvetica ai componenti della famiglia genovese in fuga, ad accogliere ogni richiedente asilo. Scongiurato, quando ormai tutto sembrava perduto, ii rischio del respingimento, grazie a una salvifica medaglietta del figlio Alessandro attestante l'ebraicità dei fuggiaschi, ii lieto fine arrise finalmente alla famiglia di Emilia, che riuscì cosi a salvarsi, come l'autrice del romanzo.

«Con altre mie due sorelle» ricorda Lia Levi «dall'ottobre 1943 siamo rimaste nascoste nel collegio romano Suore di San Giuseppe di Chambery, mentre mia madre stava in un pensionato gestito da suore. Quanta a mio padre, munito ovviamente di documenti falsi, ogni tre mesi cambiava pensione a Roma». Nel libro è quanto mai presente il tema dell'identità ebraica, imposta a forza dal regime nel segno della razza. «Ancor prima del dolore, l'emanazione delle Leggi razziali provocò un profondo stupore negli ebrei che si sentivano cittadini italiani a pieno titolo. Molti ebrei italiani erano laici, "risorgimentali", non osservanti, ma dopo la guerra nulla è stato più come prima: l'imposizione del marchio razziale e le persecuzioni subite hanno portato molti alla riaffermazione di sé come ebreo».

Adunate per onorare i caduti di Salò, ii giocatore che esultando per ii goal realizzato fa ii saluto romano nello stadio di Marzabotto, l'effigie di Anna Frank usata per denigrare i tifosi della squadra awersaria, scritte e incitamenti all'odio razziale: l'antisemitismo non cessa di manifestarsi. «È come un morbo, di cui gli ebrei sono vittime e gli antisemiti i malati. L'ostilità contra la politica dello stato di Israele, per certi versi legittima, si è trasformata in una crociata perenne. Esiste però una fondamentale differenza rispetto al recente passato: oggi si tratta di piccoli gruppi che lo Stato e la società democratica possono combattere, mentre nel 1938 e negli anni successivi era lo Stato stesso a perseguitare gli ebrei».