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Strega, l'irregolare condannato a capire

Autore: Simone Gambacorta
Testata: La Città
Data: 10 febbraio 2018

Due asimmetrie regolano la geometria essenziale de La scelta del buio, il noir di Piergiorgio Pulixi che vede protagonista il commissario di Polizia Vito Strega (Edizioni e/o, pp.190, euro 16, secondo volume della serie I canti del male aperta con Il canto degli innocenti). La prima asimmetria che s'incontra nella storia è proprio lui, il protagonista. Vito Strega è visto ed è considerato un irregolare, cosa che peraltro è e che è almeno per due motivi. In primo luogo, per via del suo passato, macchiato, agli occhi degli altri, da uno strano incidente con una pistola costato la vita a un collega. Una vicenda poco chiara che per Strega diventa uno stigma, un peccato originale da scontare con la diffidenza, quando non proprio l'astio, degli altri poliziotti con cui lavora. Strega è un osservato speciale, uno di cui si parla male e alle cui spalle si sussurra. Ma c'è chi lo detestava da sempre e che ha trovato nel guaio in cui è caduto (la "caduta" è un concetto che appartiene profondamente a questo personaggio) un utile pretesto per odiarlo meglio, più apertamente, perché il vero problema di Strega è il fatto di essere tanto più bravo di tanti, e sempre in simili casi succede che quei tanti divengano troppi. Non sono comunque pochi a credere che sia stato lui a uccidere il collega, e che le cose siano andate diversamente da come ai più sembra, è solo lui a saperlo, il che non fa che acuire l'aria di emarginazione che lo accompagna. L'altro motivo per cui Strega è un irregolare ha invece a che vedere col fatto che è un uomo colto. È un investigatore anomalo, è un criminologo, ha scritto libri, ha studiato parecchio, e tutto ciò lo rende nel suo ambiente lavorativo una sorta di straniero. Strega è però un uomo che sa stare da solo e che sa portare con sé i propri dolori così come le proprie verità e sconfitte, ragion per cui affronta i giorni uno dopo l'altro, senza la retorica fascistoide del "camminare a testa alta" ma sicuramente senza rinunciare alla sua intelligenza. Corregge quel che può correggere e schiva quel che può schivare, ma soprattutto si ostina a capire quel che per un motivo o per un altro vuol capire. Capire è probabilmente la cosa che gli piace di più in assoluto, quella che più lo fa sentire vivo, ed è proprio con questa sua necessità di comprendere che ha a che vedere l'altra asimmetria su cui si "struttura" il romanzo. Si tratta, stavolta, di un'asimmetria di contesto. C'è una certa situazione e in quella certa situazione c'è qualcosa che non va. O che va troppo. Strega viene infatti chiamato a indagare sul suicidio di un collega, L'ispettore Larocca, ma gli basta una prima occhiata per mettersi sul chi va là. Lo dice lui stesso: «La scena è troppo pulita. Tutto è come da manuale. E ci sono delle cose cha apparentemente stonano, in questa morte». Come ogni buon nipote diretto o indiretto di nonno Holmes (e via risalendo tutta la genealogia della detection letteraria), anche Strega possiede la virtù del saper osservare. Quello che non gli quadra, nel caso specifico, è che tutto quadra troppo, come nel copione di una messinscena. La sua impressione è quella di trovarsi su un set, sente puzza di simulazione, ed è a partire da questo presunto suicidio che s'inoltra in un viluppo nel quale nessuno o quasi nessuno pensava si potesse arrivare a partire da quello che, con buona pace di tutti, pareva essere un caso già risolto. Ma Sciascia (senza voler scomodare modelli sacri) ha spiegato con la grandezza che gli era propria che nessuna storia, proprio nessuna, può esserlo né mai lo e, semplice: nemmeno quelle che lo sembrano. A partire da un dettaglio, Strega scoperchia un pentolone dove ribolle di tutto. Tra il senso d'impunità di alcuni e il senso di colpa di altri, il commissario triste si inoltra in un labirinto di fatti e sospetti che alla fine lo porta a un faccia a faccia con oscuri traffici, compromissioni più o meno inevitabili e intricati grovigli di corruttela. Anche i colpevoli, in questa storia, sono dei disperati: «Per alcune persone il buio è una condanna, per altre una scelta. Dopo tanti anni di indagini su omicidi e crimini efferati, Strega trovava sempre difficile distinguere tra le due strade». Ma la vera scelta del buio è un'altra, e quella che Strega, anche lui disperato, anche lui sconfitto, fa o e costretto a fare ogni volta che si mette sulle tracce di un assassino: «Era consapevole che rituffarsi nel buio l'avrebbe fatto stare male. Ma al momento il buio era tutto ciò che gli era rimasto. L'unica cosa che desse un senso alla sua vita». C'è in questo passaggio un punto importante per comprendere come mai, da lettori, ci si affezioni a Strega, e il motivo è proprio quel suo non volersi rassegnare alla perdita di senso della vita, quel suo accanirsi nel volerlo scovare anche nel male, quel senso. Il problema è la sua porosità, il suo assorbire completamente tutto, senza mai poter davvero vuotare la sentina. Strega e uno che assorbe il male che insegue. La vocazione dell'investigatore equivale alla dannazione dell'uomo: «È come se fagocitasse il dolore degli altri per farlo proprio. Ha una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal normale, ma queste caratteristiche possono essere incompatibili col suo mestiere. Dovrebbe avere un atteggiamento più distaccato, più freddo». Ma più freddo e distaccato non sa proprio come riuscire a esserlo, Strega, che è - come tutti - un' ineluttabilità, un'evidenza, la tautologia più democratica del mondo: è quel che è, è chi è. Que! che non è evidente è il fatto che forse il lavoro che tanto ama non è quello che fa davvero per lui. Non è infatti illecito, leggendo il Libro, porsi una domanda: e se gli enigmi con cui Strega si confronta non fossero altro che dei diversivi (voluti dal destino) per dissimulare la sua vera natura? Se Strega fosse, in fondo in fondo, uno scrittore? Non ha distacco dalle storie che affronta perché se le racconta, se le dice, le pone in una relazione fortemente dialogica con la propria vita. Anzi, se le scrive: «Quando Lavorava su un caso di omicidio Strega era uso a un rituale particolare: aveva una scorta di quaderni dalla copertina nera rigida e dedicava a ogni indagine un blocco diverso su cui prendeva appunti; utilizzava rigorosamente quelli a quadretti, gli unici che potessero domare La sua grafia disordinata e sbrigativa. Solo scrivendo di proprio pugno riusciva a fare chiarezza nei pensieri. Si appuntava tutti gli elementi dell'indagine in corso in un ordine apparentemente casuale ma che casuale non era. In cantina aveva un baule colmo di dozzine e dozzine di quaderni neri sui casi ai quali aveva lavorato. In quelle pagine color ocra era come se Strega avesse cartografato gli omicidi e la follia umana, per comprenderli e sviscerarli meglio ». Non e il taccuino del tenente Colombo, ma un insieme di testi più strutturato, anche se a prima vista caotico e discontinuo. Quelli che Strega riempie sono libri, il commissario scrive romanzi veri, manoscritti inferi che restano inediti perch6 la realtà li ha già inverati. Strega non fa altro che ribadire il primato della parola scritta quale fronte estremo in cui si colloca chi sa e può esporsi al rischio della comprensione delle cose. Nome omen, il nome e la cosa. Strega si chiama Vito e con la scrittura s'avvita nei suoi casi, organizza una rappresentazione del male trascrivendo il suo punto di vista sui delitti. I casi non li perfora in modo percussivo, come un chiodo battuto da un martello, ma procede per giri, li penetra con un work in progress che è anche uno storytelling.