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A Parigi, tra felicità e abisso

Autore: Alessandra Iadicicco
Testata: La Lettura - Corriere della Sera
Data: 11 marzo 2018

Oscuri presentimenti lasciavano avvertire da un pezzo l'incedere dì una sciagura inesorabile, l'avverarsi di un incubo. Ma negli occhi dì lei, giovane, romantica, innamoratissima, tutto sembrava un sogno. E sì che lei - Franziska, Franzi, ben presto Françoise - era tutt'altro che un'ingenua. Fiera, ribelle impegnata, consapevole, quando se n'era andata tempestivamente dalla sua Vienna era partita sapendo bene di sfuggire alla minaccia della barbarie. Non era stata una fuga la sua, solo una trasferta professionale, un'occasione d'oro colta al volo al momento giusto, con buon anticipo sui tempi della storia, ben prima che i tedeschi nazificassero la sua Austria e l'annettessero al Terzo Reich. In patria lei non avrebbe avuto assolutamente nulla da temere: austriaca ariana di buona famiglia, beneducata e benestante, era stata cullata fin da piccola dall'ala della fortuna che adesso, venticinquenne, l'aveva sollevata grandiosamente e fatta atterrare con dolcezza nel posto più incantevole del mondo per darle un lavoro ultra sicuro dì segretaria in una casa di produzione cinematografica americana e uno stipendio da capogiro. Soprattutto, era approdata a Parigi, nella Ville Lumière, dove contagiosa era «l'insaziabile voglia di divertirsi e l'incrollabile volontà dj farlo», dove tutto c'est vraiment formidable!, dove «la vita è meravigliosa!».

Non aveva alcuna ragione di rimpiangere i caffè, la musica, il teatro di Max Reinhardt, la confidenza con Franz Werfel e con le belle menti degli anni entre deux guerre. E alla luce della grandeur parigina, assaggiati lo champagne e i paté, perfino la sua grande Vienna le sembrava un paesotto: laggiù i nazisti «avevano trasformato Vienna in una misera città di provincia dove si mangiavano aringhe e gnocchi di patate, dove gli uomini andavano a passeggio in giacca dì loden e le donne in Dirndl, dove nessuno poteva dire ciò che voleva, dove tutti avevano paura di tutti».

Lei invece passeggiava sugli Champs-Elysées, pranzava da Chez Marianne, giocava al Casino. La sua felicità - mentre a casa, alla vigilia del plebiscito, suo padre, un grdllde nostalgico della Doppia Monarchia, fedele ai valori internazionalisti e culturali dell'Austria-Ungheria, vedeva crollare tutto ciò in cui aveva creduto - è perfino irritante. Eppure, con tutta la sua romanticheria, con la sua estasi sognante, con il suo ottimismo ancora ignaro, Franziska non può non piacere. È sua la voce narrante - a rigore la penna scrivente - nelle pagine di Ernst Lothar, il quale ricorse all'antico escamotage del diario ritrovato per raccontare la vicenda di Una viennese a Parigi.

In due edizioni, una prima, incompiuta, americana, scritta in inglese e stampata nel 1941, a guerra ancora in corso, col titolo A Woman Is Witness («Testimone è una donna») e una seconda, molto più ampia e definitiva, pubblicata in Austria dieci armi dopo nella versione tedesca intitolata Die Zeugin. Parisier Tagebuch einer Wienerin («La testimone. Diario parigino di una viennese») uscì questo romanzone che ora le edizioni e/o pubblicano giustamente nella collana degli «Intramontabili» e nella traduzione italiana di Monica Pesetti. Singolare e preziosa è appunto - com'era nelle intenzioni dei due titoli storici - la «testimonianza» fornita da questo testo che, accompagnando la protagonista incontro al suo crudele destino, segue passo passo l'insinuarsi dell'orrore nelle coscienze, nella vita quotidiana prima degli austriaci e poi anche dei francesi, infine nell'intera storia d'Europa. L'autore non offre dettagli sulla reale identità della sua Franzi. Solo premette di aver ricevuto il suo diario manoscritto nel 1940 a New York e di aver deciso di dare alle stampe quelle sue annotazioni così significative cambiando il nome della diarista.

Un trafiletto che, ripreso dalle pagine dì cronaca di «Le Figaro», riporta la notizia ferale della morte violenta e prematura della protagonista, ricuce nel finale il doppio legame del romanzo con la storia vera. In mezzo si dipana per oltre cinquecento pagine una narrazione che sta a metà tra la favola e la tragedia, tra il melodramma sentimentale e il dramma di destino, tra il filmone americano anni Cinquanta e l'opera letteraria engagée. Ciò non sminuisce il valore del testo, ne aumenta semmai la godibilità. Ed è perfino in linea con lo stile di Lothar, di Ernst Lothar Sigismund Muller che, di origine ebraiche, nacque a Brno nel 1890 quando la cittadina ceca era ancora austroungarica, crebbe a Vienna, fuggì a New York nel 1938 e donò al cinema Usa la trama di tanti suoi romanzi trasformati in film. Il più celebre tra questi è La casa dell'angelo (1948), tratto da La melodia di Vienna che, già edito in Italia da e/o, rappresenta il lungo capitolo precedente della saga della viennese a Parigi.

L'autore

Nato del territorio dell'allora Impero austroungarico (oggi Repubblica ceca), Ernst Lothar (Brno, 1890 - Vienna, 1974) ha raccontato in diversi romanzi il clima viennese a cavallo del secolo, la vivacità sociale e culturale di un mondo in profonda trasformazione, le due guerre mondiali, il nazismo e I dopoguerra, lui che visse da esule dopo l'Anschluss, l'annessione dell'Austria alla Germania nazista nel 1938. La sua vita e la sua carriera di intellettuale e romanziere, tra le anime del Festival di Salisburgo con i fondatori Max Reinhardt e Hugo von Hofmannsthal, muta radicalmente proprio nel 1938: di origini ebraiche, è costretto a fuggire dall'Austria prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti, a New York, dove è insegnante e lavora insieme ad altri esuli per diffondere la cultura austriaca. Torna a Vienna solo a guerra finita, nel 1946, insieme agli Alleati, come tenente colonnello dell'Us Office of War Information, per poi rituffarsi nella vita culturale viennese dopo il 1948, dirigendo il Burgtheater e tornando al «suo» Festival di Salisburgo, che dirige per due anni. In Italia sono stati pubblicati negli anni Trenta i romanzi giovanili, Piccolo amico (1931, uscito per Mondadori nel 1933) e Romanza in fa maggiore (Mondadori. 1936), seguiti da una delle sue opere più note. ora appunto ripubblicata da e/o, Una viennese a Parigi, del 1941. Lothar tornò allo sfondo viennese con un'altra opera. anch'essa ripubblicata da e/o nel 2014: La melodia di Vienna è la storia di una famiglia e del palazzo in cui abita nella capitale, tra i fasti austroungarici dell'ultimo Ottocento e la fine della Seconda guerra mondiale. Un'altra saga di Lothar, riedita da e/o nel 2016, è Sotto un sole diverso, del 1961, storia di una famiglia del Sud Tirolo che si spacca allo scoppiare della guerra tra chi appoggia il nazismo e chi si avvicina alla Resistenza,