Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

La "difesa della razza" che sconvolse l'Europa

Autore: Francesco Di Bella
Testata: Nuovo Quotidiano di Puglia
Data: 8 marzo 2018

Fu la mattina dell’11 novembre del 1938. Quel giorno, nelle edicole e nelle mani degli strilloni, il Corriere titolava a tutta pagina: “Le leggi per la difesa della razza approvate dal consiglio dei ministri”. E subito sotto: “I matrimoni misti sono proibiti. L’esclusione dagli impieghi statali, parastatali e di interesse pubblico. Le norme concernenti le scuole elementari e medie e gli insegnanti”. Quel giorno ebbe inizio la pagina di storia più crudele e drammatica del secolo ventesimo, quella che doveva culminare, da lì a poco, nella Shoah, lo sterminio delle persone di razza ebrea.

La campagna antisemita, in realtà, era partita già da qualche tempo, quando il “Manifesto degli scienziati razzisti” apparso con grande evidenza sulla prima pagina di un quotidiano aveva ribadito senza mezzi termini che “esiste una razza italiana” e che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Ma quell’11 novembre, quando il governo fascista promulgò le leggi razziali, per le migliaia di famiglie semite sul territorio italiano iniziò un periodo di terrore e di fuga, niente più lavoro, niente più casa, e la paura delle deportazioni sempre più forte.

E’ in questo scenario che si dipana la trama di “Questa sera è già domani” (edizioni e/o), l’ ultimo libro della scrittrice Lia Levi. Un romanzo che nasce da una storia vera, quella di suo marito Luciano Tas, di famiglia ebrea, nato a Genova nel 1927. E a Genova è ambientato il romanzo, la storia di una famiglia ebrea con un padre tagliatore di diamanti, un figlio ex bambino prodigio e poi “genio mancato”, una madre delusa e piena di rancore. Passioni, debolezze, paure che si intrecciano in un crescendo di avvenimenti, tra il desiderio di restare nel luogo in cui sono le proprie radici e la necessità, sempre più forte, di fuggire per salvarsi. «Le persone sono attaccate al luogo in cui sono nate spiega Lia Levi nel libro viene affrontato il problema di cosa fare di fronte alla persecuzione: o cerchi di adattarti, il modo per convivere con questa situazione in cui ti trovi, o pensi alla fuga. In tutto questo incide, oltre alle considerazioni storico-politiche, anche il privato. I risvolti dell’animo umano sono infiniti, quindi la decisione può essere determinata sia da una cattiva valutazione politica, sia dalla psicologia delle persone. Nel romanzo c’è un personaggio, la madre, che è un carattere oppositivo, negativo verso le altre persone della famiglia, e ciò gioca un ruolo importante. Perché sottolineo questo? Perché non possiamo mai dire che nella vita la storia e la politica ci condizionano; le persone sono quelle che poi agiscono e, nel momento in cui sono influenzate e schiacciate da quello che poi accade, vengono fuori i caratteri, le frustrazioni, le speranze. È un intreccio fra privato e pubblico che ha rappresentato la mia chiave di scrittura, ciò che mi interessava sviluppare».

Al centro del racconto c’è il ragazzo, l’ex “bambino prodigio” mancato...

«Succede spesso quando ci sono questi ragazzi precoci, che magari a scuola all’inizio saltano dei gradini, ma poi col tempo la situazione rientra nella normalità. E così accade al protagonista del mio romanzo, che all’ inizio sembrava un ragazzo prodigio, poi è diventato solo un ragazzo sì intelligente, ma normale. E quando questo è avvenuto, per il padre è stata una cosa normale, la madre invece l’ha vissuta come una delusione e ciò l’ha resa ostile e oppositiva a tutto quello che faceva».

E il rapporto tra genitori e figli gioca un ruolo importante nell’intreccio...

«È fondamentale. Anche io, sebbene fossi più piccola, ho vissuto situazioni analoghe. Personalmente sono stata all’ombra di genitori che per proteggere i figli non mi hanno spiegato niente. E questa è stata una cosa negativa, perché tu puoi avere delle spiegazioni elementari, minimizzanti e al tempo stesso però sentire attorno a te un’aria, un’atmosfera di complotti, di paure, di segreti che a un bambino fanno forse più male che sapere la verità. Nel caso nella storia che racconto io, invece, da un lato c’è l’atteggiamento più sano da parte del padre, dall’altro invece quello della madre, che è quella che non vuol partire, non tanto per proteggere il figlio, perché lei è ostile al figlio, quanto per proteggere se stessa. Per lei non dire al figlio che sta succedendo qualcosa di grave significa non dirlo a se stessa. Per lei continuare a dire: ma no, l’Italia non è un paese razzista, non può accedere nulla di male, significava difendere anche la propria posizione».

E poi c’è il tema della fuga e di migliaia di persone che si ritrovano nella condizione di “rifugiati”, spesso respinti. Proprio nel 1938, dopo l’approvazione delle leggi razziali, 32 Paesi si riuniscono per affrontare il problema degli ebrei in fuga da Germania e Austria. In pratica nessuno li vuole. Una sorprendente analogia con ciò che accade ai nostri giorni.

«Con l’ occupazione nazista c’ è la caccia all’ ebreo e quindi lì la fuga diventa necessaria. E siccome le difficoltà sono enormi, c’ è la storia della fuga in Svizzera con tutte le peripezie per arrivare in questa terra di salvezza e poi c’è il respingimento, anche se magari allora non si chiamava così, con un termine che oggi invece abbiamo molto presente. Nell’ ultima parte, quindi, il romanzo si trasforma in un libro avventuroso, nel senso letterale della parola. E’ la lotta per la vita, quindi l’incalzare della storia che ho raccontato è determinato dall’incalzare della situazione che mette i protagonisti in un pericolo crescente».

Una storia inventata, ma dietro ci sono momenti di vita reale vissuti da suo marito...

«Luciano, mio marito, era giornalista e saggista. Qualcosa del suo passato l’aveva buttato giù, ma ovviamente con i caratteri del saggio, non del romanzo. Io ogni tanto, scherzando, gli dicevo: perché tutte queste tue avventure non le scrivi? Altrimenti te le scrivo io. E lui anziché dirmi di no, mi rispondeva: magari. Così ho capito che gli avrebbe fatto piacere. Poi, nel 2014, mio marito purtroppo è venuto a mancare. Io ho avuto bisogno di un po’ di tempo per elaborare, però con la certezza che scrivendo questo libro avrei fatto una cosa che lui desiderava».