Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

«L’angelo del mare fangoso» di Roberto Tiraboschi

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: SoloLibri
Data: 21 marzo 2018
URL: https://www.sololibri.net/angelo-mare-fangoso-Tiraboschi.html

Il 1119 d.C., un anno dopo il secondo libro della trilogia che Roberto Tiraboschi ha dedicato ad una ricostruzione romanzesca, ma attentissima alla cura dei particolari storici, filologici, della Venezia delle origini.

Tornano i personaggi con cui avevamo familiarizzato nei due romanzi precedenti, ma questa volta nella narrazione emergono prepotentemente le donne, che l’autore sceglie come protagoniste del grande affresco veneziano che sembra concludersi con “L’angelo del mare fangoso”: Kallis, sposata con lo scriba Edgardo, schiava che si cela ormai sotto le spoglie del mercante egiziano Ibrahim al-Fazari, per non incorrere nella giustizia dati i suoi gravi precedenti; Magdalena Grimani, padrona di una flotta che rischia di portarla alla rovina dopo che suo marito Tommaso è stato esiliato per gravissime colpe, e infine Abella, magister medicarum, l’unica medico donna che esercita nella città lagunare, amica e consigliera delle altre due. La trama complessa che si snoda nelle pagine del romanzo parte dalla uccisione di Tataro, il vecchio fiolario padrone della più grande fornace veneziana, trovato con un pugnale orientale piantato nel petto: del delitto viene accusato il mercante Ibrahim, di cui ancora nessuno conosce la vera identità, tutti sono convinti che la maschera che indossa sempre celi le deturpazioni dovute al vaiolo. Kallis teme per la sua vita, e lo stesso Edgardo non è convinto dell’innocenza della moglie. In città è giunto anche uno strano personaggio, un monaco bianco, Turchillus, che si aggira nei luoghi del potere ma trova rifugio in una torre, dove lo visita Abella, incuriosita dalla insolita personalità di una sorta di benefattore, tutto dedito alla spiritualità, ma con il quale la scienziata, razionale e sensata, finisce per vivere un intensa passione sessuale, un amplesso pieno di lussuria, quasi che dietro le sembianze del santo si celi un lupo violento, un predatore insaziabile. Nel corso della narrazione, molto segmentata, si affacciano altre microstorie: il figlio di Kallis ed Edgardo, Marco Anuar, un adolescente inquieto, vorrebbe divenire un cantore, e si presenta nella casa del direttore del coro di San Marco, Abelardo, che loda la voce angelica del ragazzo e lo ammette alle sue lezioni; Marco Anuar però finisce per innamorarsi della stravagante Angelica, figlia del maestro, e questo cambierà il suo destino di musico.

Dietro a tutti i personaggi di fantasia creati da Roberto Tiraboschi, si nasconde, ma non troppo, la Storia: i traffici delle navi con l’Oriente, il dissidio tra il potere dogale e la chiesa di Roma, che si contendono i “turisti” che giungono ormai numerosi, il destino commerciale della città che si avvia a diventare la grande potenza economica dei secoli seguenti, gli affari loschi, come il commercio lucrosissimo degli schiavi e delle reliquie sacre, fonte quest’ultimo di propaganda religiosa e di immensi guadagni. Roberto Tiraboschi ci fa seguire la vita della città con una attentissima ricostruzione di luoghi, di commerci, di botteghe: ad Amurianum si soffia il vetro con tecniche sempre più aggiornate, lo speziale Sabbatai nel suo latino sgrammaticato vende le sostanze e i veleni, le spezie e le droghe più rare, la sapiente Abella è in grado di fare una autopsia dalle caratteristiche scientifiche efficaci, le barche di ogni foggia, peate, scaule, Sanduli, chelandie, dromoni, galee, solcano la laguna, canali e rii, collegando una città ancora in costruzione sulla terraferma, mentre nelle isole, Torcellus, Memmia, Spinalunga, Amurianum, piene di vegetazione e ancora scarsamente abitate, si celano misteri, scoppiano incendi e si consumano delitti. La narrazione di Roberto Tiraboschi è affascinante, lo seguiamo mentre ci descrive una sorta di animale antropomorfo, una creatura marina, un angelo forse, rinvenuto nel fango a Venetia per dare un segnale ai cittadini: tra magia e superstizione, si celano in realtà un potere economico e religioso che confondono l’uomo semplice. A conclusione degli eventi sconvolgenti che ha vissuto, Edgardo alle sue spalle

“Vedeva solo una grande confusione; una matassa inestricabile di eventi, dolori, gioie, decisioni, errori, tutti mescolati insieme in un caos primordiale. Se un ordine esisteva, non era certo prerogativa dell’uomo svelarne il disegno”.

La Venetia che Roberto Tiraboschi ci consegna è il portato di accurate ricerche topografiche, architettoniche, linguistiche, che mostrano un’attenzione da studioso alle scienze, alla filologia, alla meteorologia, alla chimica, tanto che la narrazione, pur se incentrata sulla ricerca del colpevole, come in ogni thriller, ci accompagna nei meandri di una civiltà medioevale sporca cattiva e violenta. La schiavitù, la miseria, la sopraffazione, il degrado dei costumi offrono uno spettacolo realistico, che racconta una società profondamente ingiusta anche se dotata di un potere forte, rappresentato dalla magistratura dogale, e da una chiesa cattolica romana troppo coinvolta negli affari mondani.

“In mezzo a un gruppo di schiavi che dormiva per terra, addossato all’ostello in brolo, grufolavano due scrofe seguite da un bastardino che si attardava a leccare i resti di grasso incollati sotto i piedi di uno schiavo greco. Due ragazzini si rincorrevano intorno al corpo di un cristiano dabbene, sgozzato e senza mani, appeso alla forca davanti al palazzo… Le grida, i richiami, le voci, gli sputacchi, gli scrosci delle pisciate che annaffiavano ogni angolo… i peti odorosi, i fischi dei marinai, le grida dei gabbiani e il canto stonato di una vecchia megera ubriaca che offriva inutilmente le sue cosce aperte a ogni passante”

La natura, così benevola con quella che consideriamo uno dei posti più belli del pianeta, è descritta nel romanzo in una estate torrida, assediata dalla siccità, dalla putredine, dal caldo insopportabile, da una cappa immobile

“cinquantatre giorni di arsura che avevano messo in ginocchio un popolo assetato”.

Lo scroscio di pioggia violenta e ristoratrice, un muro d’acqua che si abbatte sui fedeli riuniti in preghiera, che per tre giorni inonderà la città rendendola

“Luccicante e splendente come un angelo sorto dal mare fangoso”

appare come la efficace metafora letteraria per raccontare un pezzo di storia antica ma dalla dimensione fortemente profetica ed evocativa.