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Il compimento è la pioggia, di Giorgia Lepore

Testata: unoenessuno
Data: 31 marzo 2018
URL: http://unoenessuno.blogspot.it/2018/03/il-compimento-e-la-pioggia-di-giorgia.html

Non si dorme, nella notte del 6 dicembre a Bari, festa di San Nicola, che si passa per le strade, perché non fa ancora freddo in questo inverno, o a sentire la messa in cattedrale. Non tutti festeggiano: c'è la persona che troviamo nell'incipit, che non riesce a calmarsi dopo quello che ha fatto, e che si muove per le strade della città fino al porto, senza preoccuparsi delle macchie di sangue sulle mani.. E, dietro di lui, un fantasma che lo segue: non il fantasma della sua coscienza per quello che a fatto. Ma un'ombra umana che si muove senza essere vista e che segue quella persona ovunque vada, senza farsi vedere, lasciando tracce di pomodoro per terra, come un novello pollicino.

Non dorme, anzi non dormirà più nemmeno Ketty Camarda, che qualcuno ha ucciso nella sua casa, forse davanti i suoi figli che ora in quella casa non si trovano più. Una morte è una cosa brutale, qualcuno che ti ha strappato il bene più caro, la vita. Ma per la povera Ketty, due figli, un compagno che è un poco di buono e che le voleva così bene da picchiarla e tradirla con le altre donne, la morte è stata proprio dura. Così appare ai primi poliziotti che arrivano:

Entrando, Gerri capì che lo stato di alterazione della signora era più che giustificato. Un taglio profondo all'altezza del collo scendeva giù verso la spalla sinistra, un altro dal collo fino all'addome, passando tra i seni, sotto quella che un tempo doveva essere una camicia da notte di pizzo bianco.

Tra questi, l'ispettore Gerri Esposito (qui al suo terzo romanzo), giunto assieme alla collega Sara Coen: strano poliziotto, questo Esposito. Non solo per i postumi della pallottola in testa, della ferita alla spalla. Strano perché è una di quelle persone capaci di entrare dentro la scena del delitto. Sentire su di sé quel dolore, quel sangue, quel peso sulle spalle:

Chiuse gli occhi un momento, pensando che forse era solo stanco, e una fitta potente gli attraversò il cervello, lasciandolo senza fiato.La testa. Non era ancora tornata a posto, e chissà se lo sarebbe tornata mai. Ecco, sì, doveva essere senz'altro quello, non c'era altra spiegazione possibile a quel senso di oppressione, di oscurità, di soffocamento. Quell'udire cose che non c'erano. Era come stare sott'acqua - già lo sapeva com'era, era stato quasi un mese così, immobile - e pensò che stava per perdere i sensi. Poi di colpo si sentì chiamare da qualcosa. Si guardò intorno. Il divano, il frigo, la dispensa, il lavello, l'armadio a muro nel piccolo disimpegno che portava alla stanza da letto.E poi la vide, in un angolo, quasi nascosta. La cassapanca.

Ecco, dove sono i bambini: si sono nascosti dentro la cassapanca, Jennifer e Kevin, appena hanno sentito arrivare quell'uomo, che picchiava sempre la mamma. Sembra un caso semplice, questo. Una donna uccisa in casa, un compagno che la picchiava e da cui non riusciva a separarsi del tutto. E poi ci sarebbe anche la testimonianza della bambina, Jennifer, che pure avrebbe visto e sentito tutto: il sangue, le botte, e che ora chiede una promessa al poliziotto buono, che per primo l'ha abbracciata come se avesse avuto sempre a che fare coi bambini

Lo stava guardando in faccia, dura, fredda, determinata, arrabbiata come a volte lo sono i bambini quando non sanno ancora cosa vuol dire quella rabbia..

«Promettimi che lo prendi e lo uccidi».
«Noi non uccidiamo le persone».
«Allora promettimi che lo prendi. Lo prendi e lo chiudi da qualche parte».

Ma non è un'indagine facile. Non lo è perché Gerri non è un poliziotto facile. La ferita, il dolore alla testa. Ma anche il suo carattere scontroso, la sua difficoltà nei rapporti, specie quelli con le donne, specie con la collega Sara, con cui ha anche avuto una relazione. C'è quel vuoto, nel suo passato: l'abbandono della madre (“aspettami qui che arrivo”), l'adolescenza cresciuta con un prete di strada e una suora. L'aspettare da sempre qualcosa che non arriva mai. Il vedere le vite degli altri, la felicità degli altri, ma dal di fuori. Come una persona che osserva il mondo da una finestra ... No, Gerri Esposito non è un poliziotto come tanti, di quelli che si accontentano della soluzione facile a portata di mano. Che in quei giorni a ridosso del Natale, quando tutti aspettano le ferie, sarebbe come una manna dal cielo.

Gli capitava da sempre di avere la sensazione di sentire il dolore degli altri, Non succedeva con tutti, ma era una cosa che Don Mimì già conosceva di lui, se n'era accorto quando un giorno Adelina aveva le coliche renali, era arrivato e aveva assistito ad una scena strana: lei era in piedi in cucina, con la borsa dell'acqua calda sul fianco, e Gerri che la guardava smarrito, si teneva la mano sul fianco nella stessa posizione ..Lo sapeva pure Marinetti, che avvertiva quella sensazione sfumata e indefinibile, riconducendola a un intuito molto sviluppato, una capacità di leggere nelle persone superiore agli altri, che il vicequestore aveva imparato a usare nelle indagini..

Le indagini del poliziotto, coordinate per modo di dire, da un pm molto milanese e molto stronzo (scusate il termine), portano a galla una storia di violenze, di degrado familiare, di vittime silenziose, che hanno avuto la colpa forse solo di nascere nella parte sbagliata della città. Il compagno di Ketty, Nicola Laforgia, un piccolo sfruttatore nel mondo della prostituzione, che andava a pescare le sue donne anche dentro i centri di accoglienza. Un bell'uomo, come quelli che si vedono al cinema. In questo modo riusciva a rubare la vita alle sue vittime. E anche i Laforgia sono una famiglia strana: una madre con la fissazione dei capelli, che difende solo il figlio. Una sensazione strana, in quella casa, come se mancasse qualcosa, un'assenza di una persona che invece avrebbe dovuto esserci.

Ma spunta fuori anche un altro uomo, che forse amava veramente Ketty, che forse l'avrebbe portata via di lì, che pure l'aveva incontrata quella sera e con lei aveva fatto l'amore. È lui l'assassino? Forse: perché l'analisi delle impronte, delle macchie di sangue e soprattutto delle ferite, racconta un quadro anomalo.

Restava il problema delle ferite inferte da un'altra mano, alcune sicuramente post mortem, e di quelle impronte piccole, appena leggibili. Bisognava prendere le impronte alla bambina, perché poteva essere stata lei a lasciarle..

Gerri ha fatto una promessa alla bambina: trovare l'assassino e impedire che lei e il fratellino tornino da quell'uomo che picchiava la mamma. E per mantenere la promessa è disposto a sacrificarsi, passare le notti alla Mobile, tralasciale gli amici, come il suo superiore Marinetti, rovinare per sempre la storia con Sara, prendere il freddo, l'acqua, la neve. Perché ad un certo punto, in quei giorni in cui tutto sembra scorrere in fretta, ad un certo punto inizia pure a nevicare. Neve vera. E il freddo atmosferico diventerà anche freddo nell'animo, perché per mantenere quella promessa, Gerri dovrà fare qualcosa di doloroso. Il compimento è la pioggia è forse uno dei noir più intensi e belli tra quelli che ho avuto la fortuna di leggere: rispetto al precedente “Angelo che sei il mio custode”, in questo domina la scena l'ispettore Gerri Esposito, i suoi pensieri, i pezzi di memoria che affiorano. Molto intenso il confronto tra il poliziotto adulto che è rimasto un po' bambino, per tutto il dolore e il vuoto che si porta dentro, e una bambina troppo adulta per la sua età, per colpa di tutto il dolore e la violenza che ha dovuto assistere.

«E adesso perché piangi?»
«Piango per te».
«Ma non devi».
«Non hai capito. Piango perché lo sento che tu vuoi piangere e non ci riesci e allo piango io. Per te».
Gerri le asciugò le lacrime con la mano.«Beh, sai, un poliziotto non può mica mettersi a piangere».
«E da bambino piangevi?».
«Si, a volte».
«La mamma anche non piangeva. E allora piangevo io per lei. Lo sentivo quando voleva piangere, anche se stava da un'altra parte, anche se stava ridendo, anche se stava dormendo. A te non capita mai di sentire il male degli altri? A me sì, sempre. Però non lo dico, perché sennò le persone poi si pensano che sono pazza».

Scrive l'autrice, al termine del romanzo, di come questo libro sia legato ad un altro, La Promessa di Dürrenmatt. Una promessa che per Gerri diventa una trappola: altro male gli si riverserà addosso, e «il male si attacca a una persona, e come una malatia, si attacca e non se ne va più». Perché ci sono persone che questo male, se lo prendono loro sulle loro spalle, al posto degli altri: come dei parafulmini – aveva detto così una volta don Mimì. Non resta che fare da parafulmine contro quel male e difendersi ricoprendo di oblio quei dolorosi ricordi di solitudine e d’abbandono.