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Qualche appunto su L’Attraversaspecchi di Christelle Dabos, primo fantasy di E/O

Testata: Le connessioni
Data: 18 aprile 2018
URL: https://nontemerenatasha.wordpress.com/2018/04/18/qualche-appunto-su-lattraversaspecchi-di-christelle-dabos-primo-fantasy-di-e-o/

Ho finito da poco Fidanzati dell’Inverno, il primo volume di quattro della serie fantasy L’Attraversaspecchi dell’autrice francese Christelle Dabos, tradotto da Alberto Bracci Testasecca ed edito da Edizioni E/O, e da loro gentilmente offertomi in forma di copia recensione. Chi mi conosce sa che tendo a essere molto selettiva sul fantasy, perché molte cose mi fanno storcere il naso e arrivano addirittura a darmi l’orticaria (in ordine dal meno peggio all’orrore orrore: draghi, elfi, profezie). Ho accettato di leggerlo principalmente per due motivi:

Del libro non sapevo niente, l’avevo visto menzionato solo in questa intervista a Eva Ferri (attenzione, è un pdf). Frequento principalmente il fandom SFF anglofono, e siccome in UK e USA si traduce poco, questa serie non l’ho mai sentita nominare, essendo francese. Dunque, nessuna aspettativa. Sono diversi mesi che anche nelle letture che toccano più il fantastico (mi piacerebbe dirvi di The Job of the Wasp di Colin Winnette) tendo a evitare il genere fatto e finito e avevo bisogno di qualcosa di diverso dal literary e di un po’ di respiro. Sono dell’idea che le quarte di copertina dicano troppo sempre e comunque, quindi di solito le leggicchio soltanto. Della scheda di questo libro ho letto solo le prime righe:

L’Attraversaspecchi è una saga letteraria in quattro volumi che mescola Fantasy, Steampunk e Belle Époque, paragonata dalla stampa francese alle saghe di J.K. Rowling e Philip Pullman. Fa da sfondo un universo composto da 21 arche, tante quanti sono i pianeti che orbitano intorno a quella che fu la Terra. La protagonista, Ofelia, è originaria dell’arca “Anima”; una ragazza timida, goffa e un po’ miope ma con due doni particolari: può attraversare gli specchi e leggere il passato degli oggetti. […] Questo significa traferirsi su un’altra arca, “Polo”, molto più fredda e inospitale di Anima, abitata da bestie giganti e famiglie sempre in lotta tra di loro. […]

Consiglierei anche a voi di fare lo stesso.

Avrei voluto buttare qualche impressione già a metà lettura ma alla fine il tempo che avevo prima che mi rapissero i mostri del Gran Sasso (lunga storia) ho preferito impiegarlo a leggere.

Ecco dunque i miei appunti (non spoiler):

Sul target

Dati i forti pregiudizi sul genere (non altrui, miei!), soprattutto laddove tende a diventare troppo avvitato nella conversazione con sé stesso, e allo stesso tempo troppo legato alle formule vincenti per determinati segmenti di pubblico, fa piacere trovare un libro che non si rifà particolarmente né alle convenzioni dei fantasy Young Adult né di quelli esplicitamente dedicati agli adulti (che nella ricerca dell’estrema violenza riescono addirittura più infantili, alle volte).

Fidanzati dell’inverno si colloca in una zona al limite, e può essere secondo me gradito sia a un pubblico adulto che a un lettore preadolescente e adolescente. Per dare un’idea, direi che starebbe bene vicino a Uprooted di Naomi Novik (Cuore Oscuro nell’edizione, pubblicato per Mondadori, un libro che all’estero ha fatto faville e che qui non ho visto molto considerato, ma è anche vero che non seguo i canali giusti) e (immancabile!) Stardust di Neil Gaiman.

Nota di merito sulla scelta di tenere le copertine originali che sono molto belle e molto di effetto nonostante siano, di base, delle illustrazioni in bianco e nero. Persone che bazzicano nel mondo di illustrazione e disegno e a cui ho mostrato il libro hanno apprezzato molto.

Sui riferimenti

Visto che si parla di riferimenti, comprendo la necessità di associare la saga a Harry Potter e Queste Oscure Materie per fare leva sul pubblico che quelli conosce (Queste Oscure Materie soprattutto come baluardo per le ambientazioni steamfantasy), ma leggendo i collegamenti io li ho fatti altrove, e curiosamente in particolare con un paio di libri di fantascienza. Le atmosfere mi hanno ricordato le prime pagine di The Diamond Age di Neal Stephenson, ambientate in una sorta di corte neovittoriana.

Se le atmosfere valgono quello che valgono, tuttavia, secondo me se c’è un riferimento appropriato per quanto riguarda la materia del libro – un fidanzamento e la navigazione difficile di una società decadente, temprata da un territorio inospitale, e dalle lotte politiche che ne conseguono – quel riferimento è Barrayar di Lois McMaster Bujold.

Altro riferimento importante: Frances Hardinge. Frances Hardinge è un’autrice inglese di middle grade che negli ultimi anni è esplosa in visibilità, possibilmente grazie alle vendite e alla vittoria del Costa Book Award per The Lie Tree (L’Albero delle bugie, pubblicato da Mondadori, che è andato piuttosto bene, a occhio, anche da noi), ma che già precedentemente aveva dimostrato di essere un’autrice con un immaginario unico, ben definito e accogliente per il lettore, capace di scardinare i luoghi noti del fantastico facendone un uso creativo e attento. In particolare la società narrata da Dabos è molto vicina a quella che Hardinge racconta in A Face Like Glass.

Sull’ambientazione

La prima sezione è la parte più debole del romanzo per quanto rigurda l’ambientazione, e dimostra una certa ingenuità e mancanza di dimestichezza dell’autrice con quella che si chiama letteratura speculativa. Dabos infatti si affida un po’ acriticamente al comune repertorio stile steampunk (qui declinato in steamfantasy, o meglio ancora gaslamp fantasy), e alcune delle sue modifiche non funzionano organicamente come vorrebbe: in particolare, su Anima lo spirito Artemide farebbe un po’ la parte della regina Vittoria, in un certo senso, ma l’informazione che la gestione dell’Arca è affidata alle Decane (donne) e che la società è fondata sul matriarcato non funziona nel momento in cui si usano elementi così legati a una società che tanto ha represso la donna nella storia (quella vittoriana), soprattutto quando per un verso o per un altro la protagonista nelle prime pagine affronta tutta una serie di difficoltà in cui dimostra quanto è oppressa in quanto donna. Appunto, una ingenuità: poiché la posizione della madre in quanto capofamiglia non è così fondamentale nel plot (la madre di Ofelia è la figura dominante della coppia, e si dice che il padre sia uno smidollato, ma questo non cambia i giochi fosse stato comunque il capofamiglia), la storia del matriarcato avrebbe potuto tranquillamente essere abbandonata, mantenendo comunque una differenza sostanziale della società e della libertà della donna tra Anima e Polo.

Questa è essenzialmente l’unica grande lagnanza che ho in relazione all’ambientazione, perché ho trovato il resto del libro, invece, generalmente ben pensato e molto misurato nel modo in cui utilizza l’immaginazione per il world-building.

In particolare ho apprezzato come i poteri posseduti dai discendenti degli spiriti delle varie arche siano idee semplici che vengono declinate a seconda della famiglia e del singolo individuo per dare carattere, e allo stesso tempo per avanzare il plot in modo organico: i poteri sono parte dell’identità dei personaggi, sono essenziali ma non usati gratuitamente. Inoltre sono poteri molto concreti, e anche per questo hanno un tocco che definisce così bene il loro portatore.

Lo stesso si può dire per quello che riguarda le specifiche trovate per le ambientazioni, dagli oggetti animati di Anima alle illusioni presenti su Polo: non solo definiscono le arche, ma rendono anche un servizio alla storia nel momento in cui la protagonista può avvertire effettivamente che “non ci troviamo più in Kansas” poiché è proprio il passaggio dall’ambientazione di Anima a quella di Polo che parla di un passaggio da un luogo non solo famigliare, ma anche giocoso, infantile, a quello più insidioso di una città di specchi, specchi non tangibili però, che la protagonista non può attraversare come quelli che conosce.

Quanto alla vita della società di Polo, e in particolare delle sue tendenze decadenti, mi sembra che Dabos sia abbastanza intelligente da prendere in prestito elementi di società realmente esistite senza tentare di copiare e così ricostruire una cultura in particolare. In questo modo, Polo è un mondo a sé stante, che un poco ricorda la Venezia settecentesca, un po’ Versailles (per Chiardiluna soprattutto), un po’ la Belle Époque appunto, ma sempre lievemente e senza dare luogo a delle ambientazioni Frankensteiniane a partire dallo stesso cadavere (e di pesante appropriazione culturale) come ha fatto per esempio Leigh Bardugo nei suoi libri ambientati in una Russia ottocentesca che non è proprio la Russia.

Sui personaggi

Nella necessità di avere, in letteratura, personaggi femminili vari e rappresentativi, si confonde il concetto del personaggio femminile forte col personaggio femminile attivo e possibilmente manesco. Si perde anche di vista, in questo senso, la necessità per un personaggio di avere difetti e un arco di trasformazione all’interno della storia.

Ofelia è una protagonista che potremmo definire il classico topo di biblioteca (museo), tutta libri (oggetti da leggere), e niente merletti, e qui purtroppo si cade subito nell’affermazione che lei “non è come le altre ragazze”, questo sì, un classico dello Young Adult che nel rifiuto della femminilità, col tempo, ci ha messo il carico della misoginia interiorizzata.

Tuttavia, il personaggio si riprende molto presto da questo stereotipo, principalmente perché Ofelia dimostra, nel corso del romanzo, di essere: 1. davvero intelligente, cauta nel muoversi e veloce a capire le cose; 2. perfettamente attiva nella sua apparente passività, nel suo rifiuto delle convenzioni sociali e della situazione in cui malgrado tutto viene costretta. Questo non esclude che finisca per risultare miope non solo letteralmente, nel momento in cui giunge a delle conclusioni sulle persone con cui si relaziona; tuttavia questi sono davvero i difetti di cui l’autrice è conscia e che porteranno il personaggio avanti nella storia e nella sua realizzazione personale nel momento in cui ci sbatterà contro.

Possiamo sicuramente vederla come un tipo Fanny Price: certo, c’è sempre chi odia Fanny Price, ma questo non ci tange. Noi le vogliamo molto bene.

Ho letto qualche critica riguardo ai personaggi femminili di questo libro che non ho ben capito. Sono troppo negativi? Non mi è parso, mi è sembrato anzi di avere, per ora, una rappresentazione abbastanza varia e anche molto presente rispetto alla controparte maschile. Tifo moltissimo affinché in questo caso la donna meccanico (no spoiler) realizzi quello che Winry di Fullmetal Alchemist ha rappresentato solo in parte.

I personaggi sono parecchi ma sono molto definiti tra loro, e prendono il giusto spazio senza sembrare artifici letterari (es. la rivelazione di un personaggio con determinati poteri non fa pensare immediatamente a come questi poteri potranno aiutare o danneggiare la protagonista o altri personaggi: il personaggio viene prima). Le uniche su cui non sono particolarmente certa sono le sorelle di Archibald, che forse anche perché fanno parte di una determinata famiglia tendono a essere un po’ troppo generiche e interscambiabili tra loro.

Sul pacing

Del ritmo della storia ho apprezzato particolarmente che l’autrice non goda del tenere sulle spine i lettori: le situazioni che si annunciano lunghe e tediose vengono risolte in modo veloce, e i segreti vengono affrontati di petto prima che diventino Grandi Fraintendimenti (o in modo che diventino fraintendimenti ancora più grandi, possibilmente, ma dando una chiusura soddisfacente almeno fino a quando non torneranno in superficie). In particolare, il libro non gira tutto intorno a una grande rivelazione, o a una risoluzione di un singolo mistero, e in questo modo non si ha l’impressione di stare assistendo a una serie di filler, ma effettivamente a una storia sola che ha tante sfaccettature, tanti punti di vista, e che ciascuno di questi è essenziale per comprendere effettivamente la direzione intrapresa dell’intreccio. Come primo volume si imparano e si scoprono molte cose, ma va in crescendo, e il finale promette un secondo volume ancora più succoso, anche se con un sapore leggermente diverso, una condizione nuova. In questo senso i finali di questo libro e di quello del primo volume di Queste Oscure Materie, La Bussola d’Oro, sono di certo comparabili.

Sullo stile

Lo stile di Dabos non è esattamente lineare, e alcuni sue costruzioni le associo più a una prima prova che non a una scelta di stile, tuttavia scrive in modo abbastanza piano, privo di pretenziosità, tanto da risultare invisibile nel momento in cui il lettore viene preso dalla storia. Tende a ripetere un poco alcune informazioni, e in questo mi ricorda in particolare anche i difetti di Frances Hardinge, ma nulla per cui prendere il libro e gettarlo dalla finestra. Sebbene alcune sue scelte un poco abbiano il gusto della “scrittura”, in altri passaggi (vedasi il sogno col cappotto) se la cava più che egregiamente.

Su quello che verrà

Il libro mi ha trovato buona e generosa, che volete? Vi dico solo che, parlando con Gardy di gerundiopresente, questo è quello che ho detto quando ero circa a metà libro:

Ti dico che penso “ah ma quando lo finisco poi come faccio a aspettare il prossimo libro?”

E a fine libro:

ora penso pure: che peccato che saranno solo 4 volumi

Also: il fangirling ci si porta via, ma questa è un’altra storia, e una storia piena di spoiler, per giunta…