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Le frontiere infantili di un Occidente che ha perso la bussola

Autore: Orlando Trinchi
Testata: EastWest.eu
Data: 1 maggio 2018
URL: https://eastwest.eu/it/cultura/intervista-mathias-enard-bussola

«Viviamo in un mondo globalizzato, in cui tutti cercano di esercitare il proprio potere sopra gli altri, ricorrendo anche alle armi: come dimostra quanto sta accadendo oggi in Siria, quelle che potrebbero essere derubricate a piccole diatribe locali vengono conseguentemente trasformate in conflitti globali».

L'interdipendenza a livello internazionale di fenomeni socio-politici e le direttrici di un dialogo inesausto tra Oriente e Occidente costituiscono alcuni fra i capisaldi dell'orizzonte narrativo dello scrittore francese Mathias Énard, vincitore del Premio Goncout 2015 con il romanzo Boussole – pubblicato in Italia, come il precedente L'alcol e la nostalgia, dalle Edizioni e/o. Riflessioni in bilico tra due mondi.

Énard, in Bussola distingue tre Orienti: quali sono?

Per primo viene l'Oriente reale, geograficamente localizzabile. In secondo luogo, quell'immagine di Oriente che pittori e scrittori custodiscono a testimonianza dei luoghi visitati. Il terzo Oriente, infine, è quello modellato su scritti e dipinti di artisti che ne hanno fatto esperienza da parte di coloro che non vi si sono mai recati e che, in tal modo, si allontanano di molto dall'Oriente reale.

Potremmo considerare in tal senso l'Oriente – anche in rapporto alle sue rappresentazioni – la rêverie dell'Occidente?

Diciamo che oggi i confini tra Oriente e Occidente sono molto sfumati: c'è molto Occidente anche a Delhi e Damasco e viceversa.

Sempre in Bussola ha scritto che l'Europa ha ampiamente saccheggiato il passato di egiziani, iracheni e siriani che, a loro volta, ne percepiscono la memoria come qualcosa di allogeno, straniero. Ce ne può parlare?

È una deriva molto pericolosa. Gli islamisti considerano il passato anteriore all'Islam come qualcosa di occidentale, che non gli appartiene. Coloro che hanno fatto scoperta di queste rovine e rubato numerosi oggetti e manufatti erano, infatti, americani, francesi e inglesi e anche la narrazione storica al riguardo è stata condotta da occidentali: è stata – così viene percepito – loro imposta. Questo è un discorso specificamente islamista in quanto, dapprima, nazionalisti siriani ed egiziani utilizzavano quel passato per dare forma a una nazione e alla sua storia, adducendo come fondamento l'antichità delle loro civiltà: mentre gli islamisti si opponevano agli scavi archeologici – considerati alla stregua di un'aggressione occidentale – essi adoperavano invece la loro storia in chiave identitaria.

Motivazioni di tal genere hanno spinto l'Isis a distruggere Palmira e altri siti archeologici?

Certo. Palmira non costituiva soltanto il punto d'incontro tra Roma e la Persia antica ma rappresentava altresì anche un importante spazio di intermediazione con il regime di Assad, che gli islamisti identificavano come nemico.

Secondo un detto di Hofmannsthal, Vienna era la porta dell'Oriente. Come le sembra invece ora la capitale austriaca?

Non si può più parlare di Vienna come di “porta dell'Oriente”, nonostante in Austria transitino ancora oggi molti profughi. Se Vienna era considerata “porta dell'Oriente”, oggi infatti c'è gente – nazionalisti, populisti – che quella porta intende chiuderla per sempre.

Cosa c'è alla base, a suo avviso, della chiusura del gruppo di Visegrad nei confronti delle realtà migratorie?

Principalmente lo sconforto odierno nei confronti dell'Ue: quando sono entrati nell'Unione Europea, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno tenuto in considerazione soltanto gli aspetti economici, tralasciando il fatto che gran parte dei Paesi hanno aderito alla costruzione europea per un progetto più ampio che riguarda la pace comune e abbraccia valori non solo economici ma anche sociali e culturali. Bisogna inoltre ricordare i loro problemi ingenti in ambito economico e democratico: vi è il pericolo che le loro difficoltà vengano manipolate da politici populisti che mirano a politiche di esclusione dalla compagine europea.

Secondo lei, si può parlare dell'Unione Europea come di un progetto compiuto?

Credo che questo rappresenti un periodo di transizione sia per quanto concerne l'Europa che in un senso più generale: non viviamo più nel mondo del XX secolo ma non è ancora il mondo di domani. I due mondi convivono oggi fianco a fianco. Penso che anche per la politica valga lo stesso: vi sono modi di fare politica che si rifanno al secolo scorso mentre, d'altro canto, non c'è stato ancora il salto verso nuove forme di azione e rappresentanza politica.

Cosa ne pensa del modo in cui vengono percepite le frontiere e come le sembra l'atteggiamento dell'Ue verso di esse?

Il concetto di frontiera rappresenta realtà plurime: da una parte, ad esempio, riassume una componente tipicamente amministrativa mentre, dall'altra, una forma di preservazione linguistico-culturale. Si tratta di limiti e, come tutti i limiti, racchiudono in sé anche qualcosa di infantile. La declinazione di frontiera come chiusura nei confronti dell'esterno, spesso adoperata in chiave anti-immigrazione, è qualcosa di molto triste, che si può risolvere soltanto per mezzo di un accordo internazionale. In Europa non si è purtroppo ancora riusciti a sostenere efficacemente Paesi in prima linea come Grecia e Italia.