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Intervista a Massimo Carlotto

Autore: Cecilia Lavopa
Testata: Contorni di noir
Data: 20 maggio 2018
URL: http://contornidinoir.it/2018/05/intervista-a-massimo-carlotto-2/

Contattare Massimo Carlotto il giorno prima di andare al Salone di Torino e chiedergli un’intervista, sarebbe già di per sé una cosa impossibile… Ma sentirsi rispondere: “Ti lascio il mio numero di cellulare, sicuramente ci riusciremo a organizzare.” Questo ha un che di fantascientifico. Eppure questa intervista è nata così, dalla curiosità di farmi raccontare che effetto fa vedersi ripubblicare – a distanza di dieci anni dall’uscita – il libro Cristiani di Allah, E/O Edizioni. Ma, soprattutto, ritrovare uno scrittore che meglio rappresenta il noir mediterraneo e che, attraverso questo romanzo, ci fa scoprire una realtà non molto conosciuta, quando gli europei fuggivano nel Cinquecento nei paesi del Maghreb, abbracciando la fede islamica e dedicandosi alla pirateria. Il libro dà anche il titolo all’opera di teatro musicale ispirata al romanzo, pubblicata e distribuita su CD nel 2008.

Sono convinto che avrà una lunga vita perché contiene ciò che fa vivere i grandi libri, e cioè una visione del mondo basata su dei valori indispensabili per il nostro Mediterraneo come laicità, giustizia, memoria e verità.

1. A distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, torna Cristiani di Allah. Qual è stata la scintilla che ti ha fatto decidere di dare voce a questa storia?

M.: L’occasione è stata un viaggio in Algeri. In occasione della Fiera del libro, con l’editore Sandro Ferri e un famoso scrittore algerino chiamato Amara Lakhous, ho scoperto l’esistenza dei rinnegati. Per ben trecento anni siamo stati noi a fare i migranti. Quando ho scoperto questa realtà storica, ho realizzato anche che dall’altra parte del Mediterraneo hanno una storia completamente diversa dalla nostra. Quello che mi stupiva era che un mare chiuso come il Mediterraneo non avesse una storia condivisa. Mi sono appassionato a questa vicenda e ho avuto una grande fortuna: il ministro della cultura mi ha aperto la Cittadella e ho trovato una marea di documenti tradotti in francese. Da lì sono partito, guardavo Algeri come la guardava Hassan Agha. E’ stata un’esperienza unica.

2. Stiamo parlando del 1541. Sono passati cinque secoli e sembra non sia cambiato nulla. Gli uomini hanno scarsa memoria o non riescono ad imparare dai propri errori?

M.: Entrambe le cose. Soprattutto, la particolarità è che l’economia del Mediterraneo è sempre stata illegale e fulcro di un conflitto che non si è mai sanato nei secoli. A me interessava andare alle origini del noir mediterraneo per dimostrare che non è da oggi che esistono queste situazioni, ma siamo partiti da allora. Io la racconto dall’arrivo di Carlo V in poi. La guerra dei corsari consisteva nel rapinare all’occidente cristiano per vendere all’occidente protestante; un meccanismo illegale, tutto sotto l’occhio dell’Impero ottomano.

3. Hai raccontato il fenomeno dell’integrazione e dell’omosessualità nello stesso libro. Come ti sei posto di affrontare entrambi gli argomenti? I personaggi di Redouane e Othmane sono nati già all’inizio? Da lettrice non ho trovato le storie invadenti…

M.: Avevo bisogno di una storia forte e ho trovato questi due lanzichenecchi. Ovviamente l’ho romanzata, perché volevo raccontare da una parte la libertà dei costumi e dall’altra il fatto che le società corsare erano delle città meticce, dove la lingua era meticcia. Per tre secoli nel Mediterraneo si è parlata la lingua franca, una mescolanza di termini che era comprensibile a tutti. Pensa che ho trovato un frammento del Padre nostro in lingua franca ed era stata tradotta tutta la messa. C’era una lingua sola all’epoca, poi siamo tornati ad averne tantissime, tutte incomprensibili fra loro.

4. Terrorismo e Islam sono diventati sinonimi. Purtroppo spesso le cronache ci riportano a fatti tragici che gettano nella paura le persone e non si riesce a distinguere più il bene dal male. Effetto pilotato? Si governa meglio nel caos?

M.: C’è stata una scelta a priori dell’Europa e degli Stati Uniti, quella di essere alleati non dell’Islam moderato, ma dell’Islam più rigido, quello dell’Arabia Saudita. Quindi c’è stata una scelta fra sciiti e sunniti; gli sciiti oggi sono una parte perdente, ma in realtà è l’Islam più moderato. Un problema complesso e in più c’è stata l’occasione delle Primavere arabe che non abbiamo saputo sfruttare. Ora c’è uno stato di conflitto perenne per contenere i migranti. Dall’altra parte, l’Islam non è gerarchico come la Chiesa cattolica, quindi chi urla di più si fa sentire. Continuiamo a fare l’errore di non capire che l’Islam moderato è una risorsa.

5. Redouane e Othmane sono i principali protagonisti della storia. Ci vuoi parlare di questi due personaggi?

M.: Sono due lanzichenecchi, il primo albanese e il secondo tedesco, che si sono conosciuti nel corpo durante il saccheggio di Roma, si sono innamorati, ma sono dovuti fuggire. C’era proprio una pena specifica per ammazzare gli omosessuali. Si rifugiano nella città corsara di Algeri e lì scelgono di dedicarsi alla guerra di corsa. Sono due ex militari, per cui per loro è facile. Redouane diventa anche comandante di una nave e invece Othmane un po’ si perde e diventerà un problema molto serio per il povero Redouane.

6. Trovo una certa ironia nel fatto che nel 1500 gli europei scappavano in Africa e abbracciavano l’Islam per vivere meglio. Cosa che, al giorno d’oggi, è esattamente il contrario. Secoli fa erano molto meno evoluti di noi, eppure…

M.: E’ un discorso di sopravvivenza, è diverso. All’epoca scappavano i poveri e i perseguitati, sapendo che comunque avrebbero trovato accoglienza, lavoro e una lingua comune. Oggi abbiamo una nuova categoria che è quella degli ecoprofughi, quelli che scappano per la desertificazione. Poi quelli che scappano dalle guerre, è una miscela esplosiva che l’Europa cerca di contenere in questi lager. Non c’è contenimento nella disperazione, una pagina molto triste della storia. Bisogna dire che all’epoca del mio romanzo i numeri erano molto più contenuti rispetto a questi…

7. Ti intervistai dieci anni fa e mi dicesti, parlando dei tuoi esordi, come Grazia Cherchi leggendo “Il fuggiasco” ti consigliò di diventare scrittore. A distanza di così tanto tempo, cosa le diresti ora, se ne avessi la possibilità?

M.: Molto spesso penso a lei e le dico: “Grazie!” Senza di lei oggi non sarei qui. Non solo ha letto il manoscritto, ha trovato l’editore e ha fatto l’editing del romanzo, ma mi ha insegnato il mestiere. Mi ha mostrato i difetti e i pregi della mia scrittura, mi ha dato consigli per migliorare. Questa è una forma di generosità che si chiama condivisione del sapere. E’ molto difficile trovare qualcuno che ti insegni il mestiere, ma Grazia pensava che con me ne valesse la pena e io sono stato fortunato a conoscerla.

8. E’ uscito un saggio per Minimum Fax intitolato “Tre passi nel buio” (2018), a cura di Luca Briasco. In questo libro ci siete tu, Maurizio de Giovanni e Luca D’Andrea. Ce ne vuoi parlare?

M.: Luca è andato a Bolzano a intervistare Luca d’Andrea, a Napoli Maurizio De Giovanni e a Padova per intervistare me. Ci ha fatto una serie di domande e ci ha chiesto cosa ne pensavamo di come affrontiamo la scrittura, cosa pensiamo del giallo, del thriller e del noir. Sono usciti tre punti di vista completamente diversi, non la pensiamo allo stesso modo su nulla, ma abbiamo lo stesso obiettivo. E’ stato molto interessante, abbiamo fatto varie riflessioni e penso possa essere utile anche per i lettori, per capire le dinamiche della scrittura, le relazioni con il pubblico e con i social.

9. Vuoi raccontarci qualcosa delle tue prossime pubblicazioni? Cosa c’è in cantiere?

M.: A proposito di Maurizio De Giovanni, ti preannuncio che il 19 giugno usciamo insieme, anche con Giancarlo De Cataldo, per Nero Rizzoli. Abbiamo scritto tre racconti lunghi, il libro doveva intitolarsi “Sbirri”, ma senza che ci fossimo messi d’accordo, abbiamo scritto tutti e tre racconti su donne poliziotte, per cui si intitolerà “Sbirre”.