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Bari, migranti e delitti nella città "stregata"

Autore: Claudia Presicce
Testata: Nuovo Quotidiano di Puglia
Data: 22 giugno 2018

“Costeggiando il lungomare mi sembrò che la città, specchiandosi nell’acqua, si scoprisse vittima di un maleficio, come se le sue sembianze di regina si fossero tramutate in quelle di strega...”. La città è Bari, le parole sono di Carlo Mazza e chiudono una delle pagine del suo “Naviganti delle tenebre” (e/o edizioni; 16 euro). È il terzo capitolo della trilogia noir con il capitano dei carabinieri Bosdaves qui impegnato a scoprire che cosa nasconde il rapimento di Samira, donna etiope superstite della strage della sua famiglia avvenuta decenni prima. La città “stregata” avvolta dalla criminalità, dal crollo verticale dell’ etica, da migranti buoni e meno buoni, è in qualche modo protetta da San Nicola e dal suo messaggio di salvezza e solidarietà che alcuni contagia.

Mazza da dove arriva questa storia?

«È un noir della collezione “Sabotage” di e/o, dedicata a libri in cui la realtà viene raccontata con spirito di autenticità, evitando verità taciute o manipolate, tipiche del nostro paese. È il mio terzo romanzo che, come i precedenti, attraverso una storia poliziesca vuole raccontare Bari senza veli. Vuole mostrare la prospettiva di una città che si avvia con lentezza ad essere multiculturale e che, pur mostrandosi ancora impreparata, dovrà fare presto i conti seriamente con l’integrazione di altre culture».

La “sua” Bari noir, animata da personaggi senza scrupoli, è la protagonista.

«Sì, credo che si debba scrivere solo di quello che si conosce...».

Il crollo dei valori etici che lei racconta è racchiuso nella frase di uno dei suoi personaggi: “la città è incattivita, il suo volto sta cambiando”. Ma Bari è solo quello?

«No, non proprio. Oggi il Sud viene raccontato sempre per estremismi: nella narrativa è Gomorra, criminalità e mafia dove non compaiono forze dell’ordine, oppure l’eden incantato dell’ eterna primavera, dove la famiglia è centrale con i suoi valori più antichi e la solidarietà. Credo invece che, non essendo né solo l’una e né solo l’altra, sia necessario raccontare la nostra terra in tutte le sue sfaccettature, non caricatura della criminalità che tutto manovra né paradiso intatto. Se cerco di raccontare la decadenza etica da un lato, dall’altro descrivo anche personaggi positivi che contro questa si battono. Il parroco della chiesa di San Tommaso che io racconto è uno che lavora molto per aiutare i migranti, e anche il capitano protagonista ha una certa tensione etica. Bari non è completamente preda dell’assalto criminale, ma purtroppo è anche quello, è nero quanto bianco...».

Quanto è una narrazione della contemporaneità ispirata dalla cronaca nera e quanto è frutto di fantasia?Sono citati fatti terribili, ma sono reali? «Il 90 per cento degli episodi sono di cronaca, anche il più banale e inaspettato, come i cinghiali al quartiere San Paolo, o la gestione “allegra” dell’ assegnazione delle case popolari. La differenza con un giornalista è che come scrittore prendo spunto da dati reali, ma poi li filtro a mio modo e li rielaboro nella mia trama del tutto inventata, ma in un contesto verosimile. Per esempio i contatti tra la malavita barese e l’imprenditoria locale, nati in tempi di difficoltà per avere commesse, sono cronaca quotidiana a Bari. Ci sono fatti magari non del tutto veri, ma certo simili a quelli reali».

Samira è la donna rapita e al centro della storia: sembra il simbolo di chi vuole integrarsi con rispetto, ma inciampa in chi non lo vuole.

«Certo, Samira rappresenta il migrante che non suggerisce nessuna idea di sovversione della legalità o di attentato alla sicurezza, ma semplicemente un desiderio di integrarsi serenamente che viene contrastato. Nonostante a Bari abbiano colpito duramente la sua famiglia e avrebbe potuto odiare la città, lei sceglie di rimanere e cerca l’integrazione, e in questo senso è un vero simbolo. Poi nel libro c’è anche un’icona che ha valore simbolico: San Nicola, un santo ecumenico che unisce Oriente e Occidente, una figura che suggerisce l’idea del superamento del vincolo nazionale, questo simulacro che una certa parte politica vuole tutelare ad ogni costo. Ma un vincolo unificante può non essere legato al concetto di razza o lingua e oggi, in senso più evoluto, può significare avere speranze comuni e la capacità di realizzarle. Aggregarsi intorno a valori comuni avrebbe oggi molto più senso che vincolarsi in base a concetti gretti come razza o provenienza».

La storia poliziesca è un espediente per lei, diciamolo.

«Sì, il noir è per me uno strumento formidabile per agganciare la letteratura al racconto del reale. Gadda nel suo “Pasticciaccio” ci ha insegnato molto: racconta Roma smitizzando il romanzo “di genere”, quasi beffandosi del lettore nel finale non concluso, e veicolando la più grande narrazione della capitale in un poliziesco. L’aspirazione di chi fa noir è esprimere un contesto, analizzarlo, per risolvere le motivazioni di un delitto va esaminata la realtà con le sue ingiustizie e brutture. Descrivendo la realtà poi si può alimentare nel lettore l’indignazione e magari contribuire a stimolare una coscienza civile».

La letteratura e la Puglia: il racconto letterario delle nostre città quando fa bene e quando fa male?

«Ho la sensazione che la Puglia venga raccontata per caricature, quella soave o quella criminale. In realtà questa terra ha diritto a essere raccontata nella sua complessità e nella sua frammentarietà. Siamo un territorio “utilizzato” per fare film dai registi e dai turisti per le vacanze: in realtà la Puglia è sempre tenuta ai margini dei grandi circuiti economici che consentono occupazione, reddito, benessere e anche cultura, rassegne letterarie, librerie. Non è un caso, come non lo è neanche che a Sud di Roma non ci siano grandi case editrici di narrativa... Questo succede anche perché il Sud in generale non rientra nel racconto della cronaca contemporanea: nei Tg le notizie del Sud sono solo il 9 per cento del totale, e solo su malasanità e criminalità, eppure siamo un terzo del Paese e qui succedono tante altre cose di cui non si parla. Quindi il problema va al di là della narrativa. È anche il modo in cui i mass media raccontano il Sud che va del tutto ripensato».