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Letture per il Tanabata / Arrivederci arancione e Nipponia nippon

Autore: Elisa Giudici
Testata: Gerundio presente
Data: 7 luglio 2018
URL: https://gerundiopresente.wordpress.com/2018/07/07/letture-per-il-tanabata-arrivederci-arancione-e-nipponia-nippon/

Il mio cuore però batte per Abe Kazushige, inutile negarlo, che sta un paio di spanne più sopra ai colleghi finora citati e ha una lettararietà più marcata e autenticamente giapponese. In una delle pochissime interviste reperibili ha dichiarato che con la sua scrittura vuole ricucire la frattura tra il grande canone novecentesco della letteratura giapponese e il corso letterario del nuovo Millennio. Di fatto è come se tentasse di cancellare il punto di rottura creato da Murakami e lo si nota subito, nel carattere marcatamente giapponese di cosa, come e quanto scrive in Nipponia Nippon. A ben vedere non è nemmeno uno scrittore di primo pelo, pur essendo considerato un “giovane”: compie quest’anno 50 anni ed è in attività come scrittore dagli anni ’90, professione che porta avanti insieme a quella di critico cinematografico. La sua carriera è decollata davvero nel 2004 con la vittoria del premio Akutagawa (il Premio dei premi in Giappone), seguito poi nel 2010 dal prestigioso premio Tanizaki. In Italia per ora non sono approdati i suoi romanzi di punta; per ora oltre a quello appena pubblicato da e/o è disponibile solo Il Proiezionista.

Nipponia Nippon non è un titolo secondario della sua produzione e se tanto mi dà tanto, spero di riuscire prima o poi a mettere le mani sulle punte di diamante. D’altronde stiamo parlando in un romanzo che traccia immediatamente un parallelo con uno dei titoli più celebri di Yukio Mishima, Il padiglione d’oro. Entrambi infatti ruotano attorno all’ossessione distruttiva di un giovane uomo nei confronti di un simbolo stesso dell’identità giapponese. Là c’era un tempio noto per la sua bellezza odiato ferocemente da un monaco tormentato dalla propria bruttezza, qui abbiamo un giovane hikikomori che sviluppa un’ossessione insana per gli ibis crestati, una rarissima specie di uccelli che sin dal nome scientifico (nipponia nippon) denuncia il proprio legame con il Giappone.

Tutto nasce dal primo kanji del cognome del protagonista Haruo Touya, che da studente delle scuole medie rimane affascinato da quell’ideogramma che richiama il nobile volatile giapponese. La storia vive tutta del contrasto che si crea tra la voce onnisciente che riporta fedelmente i deliri di onnipotenza e le fantasie feroci e ingenue del diciassettenne Haruo, facendoci entrare nella sua testa ed esplorare la sua logica, salvo poi sgretolandola puntualmente, evidenziandone tutti i limiti e le ingenuità. Haruo è consumato da una solitudine che più che desiderata sembra conseguenza del suo essere un ragazzino vanaglorioso, egoista e logorroico, vittima sì di angherie da parte dei compagni ma capace di ripagarle con crudeltà pari e superiore. Rifugge il contatto umano ma desidera compiere un gesto eclatante per attirare l’attenzione su di sè, vedersi confermata la propria eccezionalità anche se in chiave negativa.

Abe Kazushige giostra da consumato scrittore qual è la nascita e crescita del piano di Haruo che vuole sottrarre al “piano già scritto” i volatili rarissimi con cui si identifica e da cui si sente tradito. Quello che sembra un punto di partenza (la convinzione che sia nel suo destino compiere quest’impresa) si rivelerà essere un punto d’arrivo per un aguzzino che si crede autenticamente vittima incompresa. Non è insomma la solita storia sul disagio giovanile che porta la vittima a chiudersi in casa: Haruo è piuttosto l’ultima e tecnologica vittima di un’illusione secolare di giovani che si scontrano violentemente con la loro ordinarietà e cercano in un gesto eclatante la prova della loro eccezionalità. Il messaggio è ancor più sinistro e sarcastico perché nel romanzo fanno capolino (sul finale e in un punto critico per Haruo) giovani molto simili a lui, che ne negano la diversità anche in chiave di recluso volontario e parassita societario.

Il versante più riuscito e splendidamente contraddittorio è quello che traccia un parallelo tra il ragionamenti fallaci di Haruo e il suo acume nel ritrarre i limiti dell’ardore nazionalista che circonda i Nipponia nippon. Come Haruo nota infastidito, è una questione prettamente lessicale quella che porta il Giappone a impegnarsi strenuamente per ripopolare l’Arcipelago con la specie, dopo averne causato l’estinzione per consumarne le pregiate carni per secoli. Cosa c’è di nipponico poi negli esemplari donati dai cinesi all’Imperatore? Haruo è un folle, ma non ha tutti i torti nell’individuare l’interesse che circonda i volatili come derivante da un loro valore iconico e semantico. Eppure ad essere trapiantati sono uccelli cinesi, che rafforzano la convinzione che tutto sia perduto: l’impero, lo spirito giapponese e il senso della vita di Haruo.

Dopo essere stati nella cavillosa mente di Haruo per tutto il romanzo, in un lampo ne usciamo e lo vediamo per un fugace attimo per quello che è. In una scena meravigliosa Haruo è un’ombra scura che si affanna a voler catturare un obiettivo con strumenti così inadeguati da non poter sopraffare chi si trova già in gabbia. Peccato che un romanzo tanto controllato e ben condotto abbia un momento di sbandamento preoccupante sul finale, dove la pretestuosità delle situazioni e dei personaggi introdotti di tutta fretta (cfr. Segawa Fumio) costringano a frenare un poco gli entusiasmi. Meritatissimi se invece si valuta la capacità di fare luce nei cavilli più tortuosi di questa mentalità da giovane che si sente perseguito e che combatte l’angoscia trovandosi uno scopo. L’obiettivo – che sia un Ibis o un tempio – è folle eppure all’interno delle menti che Mishima e Kazushige raccontano ha una logica apparentemente solida.