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Lia Levi. «Piaccio ai giovani perché racconto cose difficili»

Autore: Roberta Scorranese
Testata: Corriere della Sera - Liberi tutti
Data: 31 agosto 2018

A 86 anni ha raggiunto la grande popolarità, nonostante scriva de sempre. «Viaggiare senza sosta per promuovere il mio libro candidato al Premio Strega non mi è pesato, ho imparato a razionalizzare le energie». È nonna di sei nipoti che la terrorizzano: «Non sono mai stata brava a cambiare i pannolini e i più piccoli ho paura di farli cadere».

Il Premio Strega Giovani quest'anno è andato a una scrittrice di 87 anni. «Quasi 87, li compio a novembre!», ironizza Lia Levi, che con il romanzo Questa sera è già domani (e/o) ha convinto i giurati tra i 16 e i 18 anni che le hanno assegnato il riconoscimento. Non è soprendente: è dalla metà degli anni Novanta che Levi scrive storie per ragazzi però lette anche dagli adulti e storie per adulti ma lette anche dai ragazzi. E con un certo successo: il suo Una bambina e basta è un classico nelle scuole e la produzione di Levi è abbastanza regolare negli anni, segno di un apprezzamento che non conosce stanchezza. Però la popolarità – cioè quel particolare successo di pubblico vasto e trasverale – è arrivata quest'anno, quando Levi oltre ad aver vinto lo Strega Giovani, è stata nella cinquina finalista dello Strega vero e proprio. A 86 anni, appunto.
Essere in finale vuol dire viaggiare senza sosta, promuovere il libro e il premio anche all'estero. Insomma, mesi di grande fatica persino per un quarantenne. Come li ha vissuti?
«Con allegria, perché io non mi risparmio quando c'è un progetto da portare a termine. Ho una strategia precisa: lascio ad altri le fatiche inutili, tipo preparare una valigia, organizzare una trasferta, fare il bucato. Mi occupo dei contenuti e della pianificazione delle cose da fare. Ho imparato a dosare intelligentemente le forze».
Razionalizzazione delle energie?
«Sì, cosa abbastanza femminile, ritengo. Pensi a quanti uomini della mia età si ostinano a portare a mano bagagli pesantissimi solo per sembrare più giovani. Ah, la vanità maschile. È sfibrante».
Nella lunga maratona promozionale alla quale, ormai, sono condannati i finalisti dello Strega, ci sono anche mete non proprio comodissime, come San Pietroburgo.
«Mi sono divertita perché è stato come fare una gita scolastica. E poi ho frequentato i salotti buoni, vuole mettere?».
Immagino che l'età consenta anche di prendere con lo spirito giusto una «quasi sconfitta», cioè il fatto di non essere arrivata prima allo Strega – vinto quest'anno da Helena Janeczeck, con il romanzo La ragazza con la Leica.
«Molto di più. L'età ti aiuta a prendere con ironia alcuni episodi come, per esempio, quella volta che una signora mi si avvicinò per strada e mi disse: "Che bello che l'hanno fatta senatrice a vita". Insomma, mi aveva scambiato per Liliana segre, una specie di associazione di identità a cui si arriva tramite le radici ebraiche. Mi sono fatta una risata, un po' come quella volta in cui uno mi disse "ah bello il suo romanzo", ma era di un'altra».
La popolarità a 86 anni vuol dire anche continui servizi fotografici, serate letterarie come quelle di Capalbio, interiviste come questa. Come la sta vivendo?
«La verità? con un "finalmente!" Sarò sincera: io ho deciso di fare la scrittrice da bambina e ho le prove. Scrissi una lettera a me stessa che conservo da qualche parte, nella quale annotai: ricordati che da grande devi fare la scrittrice. E finalmente ora sono pure, nel mio piccolo, popolare. Anche se qualche volta commetto delle ingenuità che dimostrano la mia età non adolescenziale».
D'altra parte all'epoca la lettura era una specie di rifugio obbligato per chi non poteva fare altro, come lei.
«Rimasi vittima delle leggi razziali, e certo, molte cose ci erano precluse. Per esempio, l'affezionarci a un posto. Era vietato assumere ebrei, così ci spostavamo di città in città per permettere a papà di cercare lavoro. Da Pisa a Torino a Milano e infine a Roma, dove lui trovò un posto ma in semi-clandestinità: in modo anonimo si occupò degli aspetti legali di una piccola azienda. Sì, leggere e scrivere sono state due attività che potevo fare a casa. Mia sorella, però, voleva diventare ballerina di danza classica. Non ce l'ha fatta».
Eppure, lei non indulge mai nel pietismo, nemmeno nei libri su questo argomento.
«Mai, perché la mia è stata un'infanzia tutto sommato felice, anche agiata finché ha potuto esserlo. Difficile, certo, però felice. O almeno nel mio ricordo me la sono costruita così. Per la verità, oggi capisco che la nostra è una memoria particolare, che non appartiene solo ai cosiddetti sommersi o ai salvati. I nostri erano occhi bambini, che non capivano ma coglievano la paura, il disagio, la vergogna di un genitore che non lavorava e che era costretto a stare a casa tutto il giorno».
Un ricordo preciso?
«In convento, dove ero stata costretta a rifugiarmi insieme a mia sorella e a mia madre, mi avevano dato un nome cattolico, Maria Cristina. Quando tutto finì non mi hanno riconosciuto l'anno scolastico che avevo fatto lì perché l'avevo fatto con un'altra identità».
E suo padre dove si era nascosto durante la razzia del ghetto ebraico del 1943?
«Vagava da una pensione all'altra, da un'abitazione all'altra».
Si dice che uno dei doni dell'età matura sia quello di imparare a perdonare. Nel suo caso?
«Se parliamo di perdono riferito a certe cose del passato, come le leggi razziali, è un concetto troppo limitante. Si rischia un buonismo di maniera, privo di autenticità. Se invece parliamo del perdono di piccoli torti subiti, boh, forse solo se è passato tanto tempo. Ma allora mi chiedo: se è passato tanto tempo, siamo sicuri che si tratti di perdono e non di semplice, naturale attenuazione del dolore? Per esempio allora il silenzio degli altri non mi indignava, facevo parte di quel mondo, tenevo lontane le angosce, perché ero troppo desiderosa di vita per accorgermene. È adesso che mi indigno per quel che ho vissuto».
Cosa le ha insegnato, allora, l'età?
«A non essere egoista. Quando si è giovani si pensa e si agisce spesso tenendo conto di se stessi e si condivide poco la propria vita. Io oggi non potrei vivere senza condividere delle cose, dalle gioie agli eventi negativi. È un modo di vivere corale, perché finalmente hai imparato ad aprirti agli altri».
Che cosa le pesa oggi?
«Ancora la mancanza di mio marito, che se n'è andato nel 2014. Quando un legame è così lungo e complesso, poi a mancarti sono tante cose. La quotidianità spicciola, per esempio, oppure l'abitudine a organizzare le cose insieme. Ci sono situazioni in cui mi sento dimezzata».
Era il suo secondo marito, Luciano Tas, la cui vita ha ispirato Questa sera è già domani.
«Sì, la storia di Alessandro e della sua famiglia di ebrei fuggiaschi che cerca riparo in Svizzera ma che rischia di essere rifiutata. Non sente un'analogia con l'oggi?»
Come vi siete conosciuti?
«In vacanza, molti anni fa. Poi ci siamo incontrati di nuovo, parecchio tempo dopo, quando eravamo entrambi reduci da un primo matrimonio: abbiamo condiviso anche la passione per il giornalismo, scrivendo entrambi su Shalom, la rivista che io allora dirigevo».
Sei nipoti di età diverse. Che nonna è Lia Levi?
«Terrorizzata. Perché non sono mai stata brava a cambiare pannolini menneno quando avevo sessant'anni, figuriamoci adesso. Con quelli più grandicelli me la cavo, ma con i piccoli ho paura di farli cadere o cose simili».
Che cosa le dà gioia oggi?
«La riscoperta di qualcosa. Di una persona, di un oggetto o di un libro. Per esempio, di recente ho riletto La mia vita di uomo di Philip Roth: mica ricordavo quanta letteratura ci fosse lì dentro».
È vero che lei provoca spesso dicendo che ai giovani dovrebbe essere impedito di leggere?
«Certo. Perché ci sono libri che da giovani non si possono cogliere. E così scivolano sotto i loro occhi con colpevole indifferenza. Bisognerebbe indicare l'età giusta per ogni libro. Naturalmente, ribadisco, è una provocazione».
In queste settimana si discute di un possibile ritorno al razzismo. Che cosane pensa lei?
«Di certo c'è un clima molto favorevole alle discriminazioni. E c'è una continua evocazione di antiche paure che io riconosco benissimo. Non posso credere, da persona che ha vissuto certe cose, che alcune delle aggressioni degli ultimi tempi, da Torino a Pistoia, siano casuali. C'è un ammiccare a certe idee che non mi piace. È come se avessimo sdoganato alcuni tabù che prima non si osava nemmeno nominare».
Infine, Lia Levi, perché lei piace tanto ai giovani, che idea si è fatta in tutti questi anni?
«Forse perché racconto cose difficili, tragiche, con una scrittura che sa di normalità, senza enfasi né pietismi, per non parlare del finto buonismo. La mia è una scrittura che va dritta al cuore delle cose senza perdersi in fronzoli, cosa che i giovani detestano. Frequento molto le scuole, sono spesso a contatto con i ragazzi. E credo che loro vogliano più capire che credere. Forse raccontare loro la nostra storia con il linguaggio adatto è la chiave giusta. Loro si accorgono quando noi adulti vogliamo conquistarli a tutti i costi».