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Mathias Énard, nella mente del cecchino

Autore: Laura Pezzino
Testata: Vanity Fair
Data: 30 agosto 2018
URL: https://www.vanityfair.it/show/libri/2018/08/30/mathias-enard-nella-mente-del-cecchino-primo-romanzo

Avere 18 anni, fare il cecchino di professione in un Paese in guerra e non sapere niente dell’amore. Anzi, scambiarlo per violenza e, in piena notte, quando il pensiero di lei non fa dormire, salire su un tetto e abbracciare un fucile per scaricarlo su qualcosa di vivo.

La perfezione del tiro (e/o, pagg. 192, 16 euro; trad. Yasmina Mélaouah), pubblicato ora in Italia, è il primo libro di Mathias Énard, geniale ed eruditissimo scrittore francese vincitore, nel 2017, del Goncourt e del Von Rezzori per Bussola, funambolico romanzo fiume sul concetto di Oriente costruito in Occidente (nonché storia d’amore, nonché compendio di musicologia).

Al suo esordio però, l’allora neo professore di arabo e persiano, che aveva vissuto per anni in Medio Oriente (sei solo in Siria, «uno dei Paesi più belli che abbia mai visto»), aveva optato per una narrazione scarna e iperrealista per raccontare il mondo visto da un combattente libanese orfano di padre e con una madre pazza che decide di assumere una ragazzina di 15 anni, Myrna, per farle da badante. Un personaggio sadico che «finisce per piacerti anche se dovresti odiarlo perché, pur essendo un criminale orribile, anche lui ha la sua parte di umanità», dice l’autore, del quale stanno per uscire, in Francia, due opere: un graphic novel sulla storia libanese e una storia d’amore nella Venezia del ’700.

Come ha fatto a immedesimarsi in uno psicopatico?

«Ho cercato di immaginare come sarei stato io se fossi stato così cattivo. Ho studiato le guerre libanese e siriana per anni. All’università avevo fatto ricerche su come i combattenti descrivevano le guerre. Molte delle interviste mi sono servite per il libro e mi hanno aiutato a mettermi nei panni di queste persone».

La guerra, e gli uomini che la fanno, sono sempre gli stessi dai tempi dell’Iliade?

«In parte. La violenza, la paura e il dolore sono uguali. Le armi e i conflitti diversi. Inoltre, non abbiamo più gli dei, o comunque non tanti come allora, al massimo uno e comunque non così interventista».

Sembra che i suoi personaggi provino piacere nel fare la guerra.

«È così. Lo si trova anche scritto in alcuni memoir di guerra: il piacere del coraggio, del sentirsi forti e dello stare in compagnia di altri uomini».

D’altra parte, manca del tutto un’educazione sentimentale. A un certo punto dice: «Non sapevo da dove mi venissero quelle lacrime, né da quali sentimenti. Ho pianto senza capire per cinque minuti buoni […] vergognandomi di me stesso».

«È una questione culturale: i giovani libanesi non sono preparati all’amore, così come noi non lo siamo a guerra e violenza. In questo sono molto simili ai loro padri».

Il suo modo di scrivere è stato definito «enciclopedico».

«Posso capire perché. Opere come Zona (racconto di un viaggio da Milano a Roma in un’unica frase lunga oltre 400 pagine, ndr) o Bussola hanno molti riferimenti, aree geografiche e temi diversi. Ho sempre letto moltissimo, ora per esempio mi interessa in particolare la figura di Seneca, di cui sto leggendo una biografia: oltre a essere il filosofo del “come prepararsi a morire”, era uno degli uomini più ricchi del suo tempo».

Che cosa l’ha portata in Medio Oriente da ragazzo?

«A 18 anni andai a Parigi a studiare Storia dell’arte. Al Louvre scoprii che le opere che mi affascinavano di più erano quelle orientali, musulmane e cinesi. Fu per quello che iniziai a studiare l’arabo».

Lei viene considerato l’anti-Houellebecq per la diversa visione che avete dell’Islam.

«Non lo conosco di persona, ma interpreta perfettamente il suo personaggio di uomo bianco europeo sessantenne con un forte sentimento di decadenza, grande esperienza sessuale e paura dell’uguaglianza di genere. I suoi libri sono divertenti, mi piacciono molto. Ma dell’Islam non sa niente. Ne ha una visione molto povera, ma in fondo non gli serve perché ne fa una caricatura. Che io, ovviamente, non posso condividere: per me l’Islam è qualcosa di reale, qualcosa con cui ho convissuto, di cui ho conosciuto la diversità. Ci sono i terroristi, ma anche artisti meravigliosi e grandissimi intellettuali».