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E ho aiutato l'invasor

Autore: Paolo Di Paolo
Testata: La Repubblica - Robinson
Data: 23 settembre 2018

"Le più grandi catastrofi si annunciano spesso a piccoli passi". L'ordine del giorno di Eric Vuillard - romanzo vincitore dell'ultimo Premio Goncourt- incamera l'eco quasi impercettibile di quei passi. Sono i passi di finanzieri, uomini politici, figure stinte sul fondale della Storia, gente che pare non aver lasciato traccia, né in bene né in male - e che tuttavia c'era, era là quando l'inevitabile era ancora evitabile. Quando l'ascesa del peggiore era ancora "resistibile". Vuillard, per riprodurre sulla pagina il lungo istante prima della catastrofe nazista, aggira le convenzioni del romanzo storico. È impressionante: con tocchi rapidissimi, frasi secche, stilettate, ricostruisce non tanto un'epoca - i cupi anni Trenta in Europa - ma la voragine suicida che in essa si scava; e il contributo, più o meno diretto, più o meno cosciente, fornito alla causa hitleriana da comprimari di varia natura. Nessuno è innocente. Non il signor von Ribbentrop, diplomatico tedesco e ministro degli Esteri fra il 1938 e il 1945 - che mentre si annuncia l'invasione dell'Austria chiacchiera di tennis e di vini francesi. Non i ventiquattro imprenditori e uomini d'alta finanza che approvano silenziosamente le promesse del braccio destro di Hitler, Hermann Goring: se il partito nazista ottiene la maggioranza, saranno le ultime elezioni per i prossimi dieci anni. 20 febbraio 1933, "il compromesso inaudito con i nazisti", è - racconta Vuillard - in fondo un episodio abbastanza ordinario della vita affaristica, "una banale raccolta di fondi". Banale, sì - aggettivo fin troppo ricorrente nel bilancio storiografico dei totalitarismi. Vuillard rende visibile, e inquietante, una sequenza di atti inoffensivi solo in apparenza: colpevoli? Di sicuro parecchio ambigui, legati a valutazioni erronee, storte, in ogni caso determinanti. La voce narrante - una terza persona sottilmente ironica - ragiona sulla possibilità di pietrificare quei personaggi, di bloccarne i movimenti: "Si dice che la letteratura consenta tutto. Potrei quindi farli girare all'infinito sulla strada di Penrose, non riuscirebbero più a scendere né a salire". L'effetto di una moviola inceppata. Vuillard però non ci tiene a fare la storia con i se: tutto è andato come è andato - male, malissimo - e il punto è che la cortina fumogena di ogni evento immane rischia di oscurare una quantità di eventi minimi. Un uomo si slaccia un bottone, si allarga il solino, un altro abbassa i grossi occhiali rotondi sul naso, un altro ancora si spazzola col guanto il viso rubicondo e "scatarra religiosamente nel fazzoletto, è raffreddato". Sono tutti lì in attesa di Hitler. Quelli che non l'hanno mai incontrato sono curiosi di vederlo. "Era sorridente, rilassato, niente affatto come lo immaginavano, affabile, addirittura cordiale, molto più cordiale di quel che pensavano". Non ci vuole molto per fare la storia, nemmeno te ne accorgi, a volte basta trovarsi lì dove passa e lasciarla passare, non fare la differenza.

È straordinario Vuillard nella selezione dei dettagli. "La verità è dispersa in ogni genere di polveri": il minimo, l'insignificante, ciò che non lascia traccia per definizione - mano sudaticcia, cielo grigio del mattino, fiocco di brina, fumo di pipa - qui risalta, lampeggia. Risalta come risaltano, nello studio di Hitler, le poltrone tappezzate di stoffa volgare, i cuscini mosci, i paralumi ornati da nappine. La stanza è solo una stanza, una stupida stanza con una finestra affacciata sul cielo invernale del febbraio 1938, e al signor Schuschnigg, capo di governo austriaco, pare all'improvviso troppo grande, mentre si sente addosso gli occhi pallidi di Hitler. "Per il momento Hitler lo chiama 'signore' e Schuschnigg, imperturbabile, continua a chiamarlo 'cancelliere'. Hitler l'ha trattato come uno zerbino e lui, per giustificarsi, si è vantato di fare una politica tedesca". Invece di girare i tacchi e chiuderla lì - fa notare maliziosamente il narratore - il povero Kurt von Schuschnigg, cancelliere d'Austria, "piccolo aristocratico razzista e timorato", cerca di placare il conterraneo naturalizzato tedesco, cavando dalla memoria esempi di utilità della piccola Austria al Reich. A un certo punto, se ne esce citando Beethoven. Spera di aver colpito nel segno. "Beethoven non è austriaco", replica Hitler. "È tedesco". Può il progetto di invasione nazista dell'Austria essere connesso a un colloquio tanto ridicolo e insulso? Sì. Solo a patto di non trascurare il disagio di Schuschnigg, che fuma nervosamente, di non sottovalutare il tempo uggioso e il caffè servito a fine pranzo da giovani SS. I viennesi, un mese dopo, "erano così impazienti di essere invasi" che si accontentarono dei primi tre soldatini tedeschi entrati in città per portarli subito in trionfo. Con un lieve ghigno, il narratore ci informa che l'oroscopo del 12 marzo '38 fu splendido per Bilancia, Cancro e Scorpione, "mentre per il resto dell'umanità era nefasto". E aggiunge che solo l'oscuro caporedattore di un giornale locale farà uscire quel giorno un breve articolo "di resistenza". In mattinata le squadracce naziste si presentano al giornale per picchiare impiegati e redattori. "Eppure al Neus Wiener Tagblatt non sono di sinistra, non hanno detto una parola quando il parlamento si è dissolto nel nulla, hanno approvato docilmente il cattolicesimo autoritario...". L'eroismo, commenta Vuillard, è una cosa strana, "relativa".