Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Éric Vuillard alla Delfino la lezione del ’38

Autore: Maria Grazia Piccaluga
Testata: La Piazza pavese
Data: 3 ottobre 2018

Nella notte tra l'11 e il 12 marzo del 1938 le truppe tedesche attraversarono indisturbate il confine con l’Austria, tra la folla in festa che sventolava bandiere con la svastica nazista e l'indifferenza internazionale. Quello che accadde nei giorni precedenti l’invasione, in Europa, è raccontato nel documentatissimo “L’ordine del giorno” di Éric Vuillard, 137 pagine dense come un saggio ma narrate come un avvincente romanzo che sono valse al suo autore il premio Goncourt 2017, il più prestigioso riconoscimento editoriale in Francia.

Dietro le quinte dell’Anschluss (letteralmente l’annessione) e attorno alla follia di Hitler si mossero politici di Paesi democratici, gerarchi nazisti, gente comune. E anche il gotha dell’industria e della finanza tedesca: 24 personaggi illustri elencati per nome, dai Krupp agli Opel riuniti la notte del 20 febbraio al Reichstag da Hermann Göring e dal Fürher in persona strinsero «un compromesso inaudito con i nazisti». Lo finanziarono e ne trassero linfa (sfruttando fino alla morte nelle loro fabbriche, che ancora prosperano, i prigionieri dei campi di concentramento). Davvero si poteva non presagire l’orrore? Già nel 1933 era stato aperto il lager di Dachau, erano stati sterilizzati i malati di mente, Goebbels aveva promosso una vergognosa mostra sulla razza.

«Non si cade mai due volte nello stesso abisso. Ma si cade sempre nello stesso modo, con un misto di ridicolo e di spavento» scrive Vuillard.

Sono trascorsi 80 anni, in Europa soffiano venti di intolleranza e nascono nuovi populismi. Non si è già visto qualcosa di simile?

«Nel rapportarsi alla storia c’è sempre una sorta di contraddizione – dice Vuillard –. Da una parte diciamo che non può ripetersi, ma non rinunciamo alla voglia di fare paragoni con ciò che è stato. Nell’epoca in cui viviamo assistiamo alla coesistenza di due campi: da una parte i nuovi poteri autoritari, seppure eletti democraticamente, dall’altra numerosi Paesi, come la Francia, posizionati su un fronte quasi a volersi opporre a quelli autoritari. Sta accadendo qualcosa di inquietante se pensiamo alla Lega, alla manovra finanziaria in Italia e alla politica sui migranti. Tuttavia, facciamo un esempio concreto: sulla vicenda Aquarius Macron ha accettato di prendere 20 migranti, ma se questo è il gesto democratico forse possiamo dire che la differenza, 20 persone, è davvero sottile».

Alla fine nessuno è innocente? Lasciare che accada, non fare la differenza, anche questa è una colpa.

«Così è accaduto quando il conte Halifax, britannico, si è recato in visita da Göring, l’inventore della Gestapo. Non era un ingenuo Halifax nè un dilettante e doveva essere troppo ben informato per non trovarlo quantomeno curioso, per non notare in lui un nocciolo spaventoso. E sempre Halifax, quando incrocia Hitler, osservandone le scarpe sudicie e i pantaloni di pessimo taglio, gli porge il cappotto, pensando fosse il maggiordomo. Le èlite riuscivano a confondere un dittatore con un domestico. Direi che si potrebbe parlare di cecità sociale. Prendiamo oggi la Gran Bretagna con la Brexit: Cameron e Johnson si conoscono da bambini, hanno frequentato le stesse scuole, risulta difficile poi farsi una visione diversa del mondo».

C’è una presenza costante nel romanzo e in quanto è accaduto: la menzogna. Non trova?

«La questione è molto interessante. La menzogna si manifesta direi sotto forma di falsa coscienza. Nel senso psicologico di rimozione o diniego, nel non volere sentire o chiedere. A costruire i nostri ricordi sono i filmati di propaganda in cui le acclamazioni della gente sono state aggiunte alle immagini in seguito, in cui “il miglior esercito del mondo” era in realtà lamiera vuota rimasto in panne appena superato il confine. E poi ci sono le intercettazioni tra i protagonisti, emerse durante il processo di Norimberga, le mistificazioni».

Fingere di non sapere. E catalogare come “decesso improvviso” i 1700 suicidi di ebrei in una settimana, a Vienna, il giorno dopo l’annessione.

«Ho citato la rubrica dei necrologi dei giornali. E le storie di 4 ebrei che si sono uccisi il 12 marzo del ’38. Non potevano essere scambiati per suicidi, è una falsa coscienza. Forse Alma, Karl, Leopold o Helene hanno visto dalla finestra gli ebrei trascinati via, rapati a zero. Hanno intuito il destino, la fine. Forse i viennesi non sapevano, ma gli ebrei hanno capito subito».