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LIA LEVI, Questa sera è già domani

Autore: Silvia Cavalli
Testata: L'immaginazione
Data: 8 ottobre 2018

Una questione privata. Non stonerebbe come sottotitolo a Questa sera è già domani, il nuovo romanzo di Lia Levi vincitore del Premio Strega Giovani, denso di vicende individuali immerse nella grande storia collettiva. Marc Rimon, la moglie Emilia, il figlio Alessandro, insieme a nonni, zii e cugini, con gli affetti e i rancori che si intrecciano all’interno di ogni famiglia, sono i protagonisti di un libro attraversato dal dramma del nostro passato recente.

Siamo a Genova, negli anni dal 1937 al 1943. «La Storia aveva fatto un passetto di lato», scrive Lia Levi, ed è una frase che ci indica quasi dal principio la chiave di lettura per interpretare la vicenda di Alessandro, enfant prodige e poi ragazzino mediocre, entrato a scuola con un anno d’anticipo perché condivide la genialità con il figlio minore di Mussolini: «Una legge che va bene per uno solo non sembra neanche una legge» e, come troppo spesso accade in Italia, «se dunque c’era qualcun altro della stessa età e baciato dalle stesse doti, si poteva accodare». Eccola qui, la Storia, che scorre parallela alla vicenda del piccolo Alessandro e lo accompagna verso l’età adulta. Nessuna adolescenza è normale, men che meno quella di un ex bambino prodigio che è inseguito dal disappunto della madre e vede la propria vita scivolare lungo il declivio delle leggi razziali, della guerra, delle deportazioni.

Dall’interno di casa Rimon osserviamo le vicende di tutta Europa: leggiamo le notizie di giornali proibiti, ascoltiamo Radio Londra, accogliamo profughi austriaci in fuga verso il Sud America o l’Estremo Oriente, vediamo Genova diventare un crocevia di destini. Assistiamo alla deriva di un Paese ostaggio del fascismo, percepiamo la paura crescere giorno dopo giorno. Una paura che è tanto maggiore perché condividiamo il punto di vista di chi può solo intuire il pericolo da cui gli adulti cercano di proteggerlo. Alessandro non ha ancora compiuto tredici anni e parla a quelli di noi che come lui non possono capire la logica d’orrore che si nasconde nelle pieghe della Storia. È il nostro interprete e la nostra guida, e ci accompagna nel fitto del periodo più buio d’Europa.

La Storia s’insinua nella sua vita e la modifica, e il bambino cresce nella consapevolezza di un’identità prima solo intuita e ora resa tangibile dalle distorsioni dell’ideologia. È una presa di coscienza anche politica: messo ai margini da una patria nella quale non può più riconoscersi, straniero e nemico nel luogo in cui è nato, Alessandro è antifascista per istinto e con l’innocenza che gli è propria: «“Il saluto fascista non lo posso fare, visto che non sono fascista”. [...] Non aveva la minima intenzione di provocare, solo di portare a fondo un semplice ragionamento. “Dovreste essere contento. L’avete scritto voi proprio nel Manifesto: ‘Gli Ebrei non possono essere iscritti al Partito fascista’. Il mio è un atto di obbedienza alle leggi”». In queste parole c’è la serenità di chi farà tutto ciò che è in suo potere per conservare la speranza di un futuro, ma anche una dichiarazione d’appartenenza ebraica che sarà determinante per la sua salvezza e per quella della sua famiglia.

Il confino in uno sperduto paese delle Marche, il ritorno a Genova, la fuga con documenti falsi attraverso il territorio della Repubblica di Salò, l’arrivo clandestino in Svizzera accompagnati da uno spallone, il respingimento alla frontiera, l’agnizione... Questa sera è già domani si lascia leggere d’un fiato e solo alle ultime righe del libro capiamo davvero il significato di un titolo che suona misterioso e suggestivo come quello di altri romanzi di Lia Levi: «È venerdì sera, non ci avevano pensato, la conta dei minuti aveva sommerso quella dei giorni. Si protendono all’ascolto. [...] “Vieni, mio amato, incontro alla sposa, accogliamo lo Shabbat”, da secoli c’è qualcuno che continua a cantarlo. Adesso è già sabato».

Alessandro si muove verso alcune persone raccolte in preghiera, la madre lo segue docile, con un movimento speculare a quello che apre il libro, dove era Emilia ad accompagnare dal rabbino un figlio poco persuaso, perché «quei Rimon, una famiglia come le altre, brava gente, però quanto a osservanza ebraica davvero tiepidina». Ora anche per loro lo Shabbat inizia al venerdì sera. Il futuro che stavano aspettando arriva con la forza della tradizione e la solennità del rito. Storia autobiografica? In parte, visto che la vicenda di Alessandro, come scopriamo nell’ultima pagina, è ispirata a quella di Luciano Tas, marito di Lia Levi. Acquistano così un senso nuovo anche i versi di Emily Dickinson posti in occhiello: la scrittrice ha sfidato la polvere che regna nel «sacro ripostiglio che chiamiamo “memoria”», non ne è stata sopraffatta né ammutolita. E ha trovato la propria identità.