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#LettureDelMese – La quadrilogia de L’amica geniale

Testata: Perseinunbuonlibro
Data: 24 ottobre 2018
URL: https://perseinunbuonlibro.wordpress.com/2018/10/24/letturedelmese-la-quadrilogia-de-lamica-geniale/

Settembre è stato il mese in cui ho divorato la quadrilogia di Elena Ferrante che inizia con L’amica geniale. Pensavo che dopo il primo volume, di cui Vera vi ha già parlato qui, mi sarei dedicata ad altre letture per concludere la saga con agio. Ma non avevo fatto i conti con la scrittura densa di questa misteriosa scrittrice, che mi ha letteralmente stregato, costringendomi a vivere in un universo cartaceo composto da quasi millesettecento pagine in trenta giorni, pur di osservare le vite di Lila ed Elena, le due donne protagoniste e amiche.

Trattandosi di una serie in quattro volumi, mi limiterò a brevi cenni sulla trama, per evitare anticipazioni e lasciarvi tutto il piacere di essere risucchiati dai climax narrativi di ogni singolo episodio. La mia riflessione, in questo caso, vuole soffermarsi – come umile appassionata e senza pretese di critica – sui temi e sullo stile di Elena Ferrante, per cercare di dar voce alla fascinazione che ho subito e che, prima di me, ha già colpito numerose schiere di lettori a livello globale.

Partiamo dall’ambientazione: le vicende di Raffaella Cerullo, detta Lila o Lina, e di Elena Greco, per gli amici Lenù, si sviluppano nella città di Napoli a partire dagli anni Cinquanta, all’interno del piccolo rione dove nascono e trascorrono l’infanzia e la prima giovinezza. La scelta di Napoli non è casuale: le descrizioni e le espressioni linguistiche ci restituiscono le atmosfere, gli odori e i sentimenti del capoluogo campano. L’autrice Elena Ferrante, pseudonimo di un’identità misteriosa di cui a lungo si è parlato, probabilmente è originaria di Napoli e la restituisce nelle sue mille sfaccettature al lettore. Ciò si traduce in un microcosmo letterario percepito come reale: mentre Lila e Lenù vivono le loro avventure e sventure prima da bambine e ragazze, poi da donne e signore attempate, anche il loro ambiente d’origine sembra palpitare di una vita propria. Nel corso della narrazione ci saranno altre città, dentro e fuori l’Italia, a fare da teatro d’azione, eppure Napoli incarna il luogo principale, con l’aura di seduzione esercitata dal centro storico, dalle bellezze architettoniche e dal mare, con il degrado urbano delle zone periferiche, con la violenza esibita, sia verbale che fisica, spesso accompagnata dalla connivenza con la delinquenza, ma anche con la schiettezza dei suoi abitanti, con la dimostrazione pratica che essa riproduce in scala minore le storture e le ambivalenze del nostro Paese e del mondo intero.

La profondità, la precisione e l’iperrealismo di Elena Ferrante valgono sia per il contesto sia per tutte le figure, principali e secondarie, che interagiscono dal primo all’ultimo libro. In molti hanno scritto che è difficile provare empatia per le protagoniste, Elena e Lila. In realtà penso che l’autrice abbia riprodotto in maniera perfetta non solo la complessa amicizia tra le due, filo rosso di tutta la serie, ma le loro singole individualità. Come dice Lila nel quarto volume, Storia della bambina perduta, sono brutti i libri in cui i personaggi sanno sempre cosa fare, non sbagliano mai e si suddividono nettamente in buoni e cattivi. Elena e Lila, invece, racchiudono sensazioni e sentimenti molteplici: ambizione, affetto, gelosia, invidia, paura, insicurezza, speranza, dolore, come le persone in carne e ossa. Io ho condiviso con entrambe il loro percorso, senza giudicarle, sentendole vicine, a partire dalla passione per i libri sviluppata da bambine. Ho capito che, alla stregua degli esseri umani concreti, indossano maschere per andare avanti. Entrambe cercano di superare, più o meno consapevolmente, la loro situazione iniziale – bambine di famiglie poco abbienti di un piccolo rione napoletano – alla ricerca di un futuro migliore. Elena assume le vesti della studentessa modello, incarnando il ruolo della “buona” rispetto a Lila, spesso passando per remissiva e manipolabile dall’amica, molte volte oscurata dal fulgore e dai colpi di genio di quest’ultima. Lila, dal canto suo, è agli occhi della gente uno spirito selvaggio, dotata di un’intelligenza fuori dal comune. Il fascino di Lila, che coinvolge mente e corpo, oltre ad attrarre, spaventa. Viene percepita spesso come “perfida” e portatrice di guai. Sicuramente il successo della quadrilogia risiede nei ritratti di queste due donne, tridimensionali nei pensieri e nelle azioni. La voce narrante, però, coincide con il punto di vista di Elena, che espone in prima persona quanto è accaduto: il suo è un lungo flashback che parte dalla scomparsa di Lila nel presente narrativo, il 2010, per raccontare ben 60 anni di esistenze intrecciate. Accanto alle amiche, tutti i personaggi sono ben costruiti: Melina, Antonio, Pasquale, Enzo, Carmen, i fratelli Solara, Nino, Nunzia, Rino, Pinuccia, Stefano, Pietro, giusto per citarne alcuni, appaiono tangibili e non perdono mai efficacia nel confronto con le protagoniste.

E ora arriviamo alla trama vera e propria. I quattro tomi affrontano con scansione cronologica il rapporto – e di fatto le vite – delle due donne, coprendo un arco temporale che dagli anni Cinquanta arriva appunto agli anni dieci del Duemila. Se L’amica geniale si concentra sull’infanzia e sulla prima giovinezza di Lila e Lenù, con lo sguardo profondo delle due bambine che sembra sezionare il rione, per individuare le figure pericolose, come quella di Don Achille o dei fratelli Solara, e quelle portatrici di un domani forse più roseo, magari dietro la promessa di uno studio intenso o di un amore salvifico, il secondo volume, Storia del nuovo cognome, approfondisce il passaggio da ragazzine a donne, inclusa la scoperta dei sentimenti amorosi. L’amore nei libri della Ferrante non è mai romantico o stucchevole: a volte è appassionato, spesso si concentra su destinatari non meritevoli, e solo in rarissimi casi è uno splendido esempio di dedizione e cura, ma soprattutto non è eterno. Di pari passo con la formazione delle due protagoniste, assistiamo inoltre ai mutamenti storici e politici dell’Italia e del panorama internazionale, come ad esempio il boom economico degli anni Sessanta e le contestazioni del Sessantotto, la deriva della lotta armata, gli anni di Piombo, Tangentopoli, l’attacco alle Torri Gemelle. In quest’ottica il terzo episodio, Storia di chi fugge e di chi resta, sembra essere il più impregnato dal contesto storico e sociale della contestazione e delle sue estremizzazioni. La Storia con la S maiuscola ricade sulle storie personali di Elena e Lila, che affrontano in prima persona disagi e conquiste di un periodo di intensa decostruzione e trasformazione delle regole del vivere civile. Inoltre spicca il focus sulla dimensione di madre vissuta da entrambe, quasi più forte e istintiva di quella di amante e di donna in carriera/lavoratrice. E l’analisi del ruolo materno viene ripresa a fondo anche all’interno del quarto libro. Con Storia della bambina perduta Elena Ferrante chiude le fila della saga, accompagnando le sue eroine sulla soglia della vecchiaia. Nell’ultimo volume risposte e interrogativi si alternano fino all’epilogo, lasciando al lettore la consapevolezza di aver assaporato una narrazione letteraria e godibile, profonda e immaginifica, che esplora con perizia non solo l’amicizia al femminile, ma fotografa in senso universale i chiaroscuri della vita senza artifici.

Penso che sia difficile aggiungere ulteriori lodi rispetto a quelle già espresse dalla comunità letteraria tutta, a partire da scrittori del calibro di Elizabeth Strout e Jonathan Franzen (e a tale proposito vi suggerisco l’interessante documentario Ferrante Fever di Giacomo Durzi). Resta solo il desiderio di continuare a leggere e amare un’autrice così straordinaria.