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Saverio Costanzo: «Quando Elena Ferrante ha fatto il mio nome»

Autore: Malcom Pagani
Testata: Vanity Fair
Data: 29 ottobre 2018
URL: https://www.vanityfair.it/show/tv/2018/10/29/saverio-costanzo-intervista-amica-geniale-serie-tv-regista-elena-ferrante

Con gli amici geniali di un’epoca lontana evitava qualsiasi forma di competizione: «Luca Guadagnino scriveva analisi semiologiche dei film che vedeva la sera prima, Alessandro Piperno leggeva Anna Karenina e io facevo le “pinne” in motorino». Da allora «e senza aver mai smesso di pensarlo, in qualche modo mi sento un impostore». Disinteressato alla propria parabola: «Da ragazzo sogni di emulare Kubrick e Fellini, poi ti rendi conto di essere solo te stesso e che l’unica missione utile è trovare il meglio lì dentro», Saverio Costanzo gira film molto belli, concede interviste con la periodicità di un asceta, rifugge le definizioni: «Non solo non pensavo di diventare un regista, ma mi vergognavo proprio di pronunciare la parola» e si concentra su ciò che lo circonda: «Verso le vite degli altri nutro una curiosità quasi morbosa.

Conosco le abitudini dei miei vicini, osservo la gente camminare dalla finestra, sovrappongo le immagini che vedo nella quotidianità a quelle che creo nella mia testa e l’unica cosa che davvero amo fare è ascoltare, lasciare che le cose accadano al di là della mia volontà, concedere spazio all’istinto, chiudere gli occhi e far sì che la vita crei ponti tra il conscio e l’inconscio, tra la realtà e i sogni».

Costanzo li trascrive: «Anche di notte, svegliandomi all’improvviso», e poi impasta la materia nello spazio di una finzione che – «non sempre capita e in generale sono severissimo con il mio lavoro» – restituisca allo spettatore l’impressione di essere lì: «Il complimento più bello che possano farmi è “guardando il film sembrava che nessuno recitasse”». Per molti mesi «in una vecchia fabbrica abbandonata riadattata a teatro di posa», Costanzo ha ricostruito il mondo di un bestseller planetario con il rigore filologico dell’etnografo: «Il mestiere che avrei voluto fare davvero» e declinato L’amica geniale come un grande romanzo di formazione in cui brutalità e dolcezza, rassegnazione e riscatto, etica ed estetica, avanzamento e regressione procedano in una lotta perenne in cui si sente il peso della Storia e nulla, a partire dall’emancipazione, possa dirsi davvero conquistato. Il risultato, appassionante, è arrivato, al pari di tutto il resto, quasi per caso: «Un giorno è squillato il telefono. Mi dicevano che Elena Ferrante aveva fatto il mio nome per questo progetto».

La conosceva?

«Con il desiderio di riadattare La figlia oscura le avevo già scritto molti anni prima. Anche se poi il film non si era realizzato, era stata gentile. Sono felice di esserci riuscito questa volta perché l’onestà con cui Ferrante racconta il mondo femminile e la maniera veramente violenta con la quale ti mette di fronte al desiderio di dominio, alla bramosia sessuale o all’equazione con il potere economico che esiste da sempre, è molto più di un archetipo».

Come si è avvicinato ai libri?

«Li ho riletti e poi, rispetto ai miei film precedenti, seguendo il suo testo, ho imparato a cambiare metodo. Prima lavoravo sulla tragedia e per quanto mi impegnassi a inseguire l’epica, non la trovavo mai. Tutte le mie storie si infilavano in un gorgo. Sprofondavano senza redenzione. Seguendo Ferrante mi sono sforzato di non perdere il senso tragico della vicenda disegnando al tempo stesso un orizzonte etico. Invece di portare i miei protagonisti all’inferno senza farli riemergere, ho concesso loro uno spazio in cui rendere accettabile la realtà drammaturgica dei loro personaggi. È possibile provare empatia anche verso quelli che si macchiano di gesti molto negativi».

A che scopo?

«Di creare uno specchio in cui lo spettatore possa osservarsi, riconoscersi e accettare la più dura delle verità».

Come definirebbe L’amica geniale?

«Ognuno può dare la sua definizione, per me è una storia d’amore intima e piccolissima».

Da Private a In memoria di me, fino a In Treatment e a Hungry Hearts, lei ama girare in spazi definiti.

«In questo senso, nella mia breve storia artistica, il set dell’Amica geniale ha rappresentato la tempesta perfetta. Mi sentivo a casa mia: la mia condizione ideale. Una porta. Un mazzo di chiavi. Aprire. Chiudere. Tornare a casa. Una cosa da bottega. Disperdermi tra 60 location mi avrebbe dato un’angoscia terribile. Girare in uno spazio che potevo controllare, non disperdendo le giornate tra un trasferimento e l’altro ha aiutato me e gli attori a esprimersi».

L’amica geniale racconta anche le età di passaggio. Lei che adolescente è stato?

«Convinto da sempre di essere estroverso, ho scoperto tardi di essere introverso. Vedo ancora gli stessi amici di quando avevo 18 anni e avendo con loro rapporti di fratellanza sono la mia ricchezza, la mia salvezza e ovviamente anche molto altro».

Cos’altro?

«Il mio fardello perché, come racconta L’amica geniale, l’amicizia è anche questo. Un peso. Il passato ti ricorda cosa sei e quando evolvi vuoi soltanto dimenticare cosa eri prima».

Figlio di uno degli uomini più famosi d’Italia, lei ha fatto di tutto per non apparire.

«Mio padre e mia madre, lo ying e lo yang, non avrebbero potuto essere più diversi. Lui appassionato del proprio lavoro e al contempo pieno di sensi di colpa paterni per gli impegni. Lei pudica e riservata. Ho sempre sentito una divisione netta tra vita pubblica e privata e ho sempre cercato rapporti in cui il mio ruolo filiale non fosse un manifesto esistenziale. Da adolescente, quando non sei nessuno e non sai niente, anzi, l’ho combattuto disperatamente. Inseguivo l’indipendenza. So che non ci crederà nessuno, ma io, anche quando mi è stato proposto, un aiuto non l’ho voluto. Ho strepitato e minacciato pur di non averlo».

È un tema che la fa soffrire?

«Non più, ma anche se mio padre, una persona pulita che veniva dal niente, mi ha trasmesso serietà e desiderio di normalità, qualcosa di conflittuale, sul tema, deve essere rimasto. È un paradosso, ma ancora oggi diffido dei “figli di”. Per me non esiste che tu non abbia nulla da dire ma lo dica lo stesso, per eredità».

D’altra parte lei voleva fare l’etnografo.

«Mettermi in un piccolo villaggio di pescatori svedesi e raccontare in due anni, prima con i diari e poi con la telecamera, la vita di un minuscolo gruppo umano. Senza una storia che non fosse la relazione quotidiana tra persone che si mette in scena giorno dopo giorno».

Poi cosa accadde?

«Il primo lampo, che non avendo una grande considerazione di me, come tutti gli altri lampi, non accesi io, fu una retrospettiva di Wiseman. Insieme ad Amore tossico di Caligari che mi portò in vhs una mia amica nell’89, credo sia stato l’evento che mi ha cambiato la vita. Cercavo di raccontare per immagini la mia tesi in sociologia e mi spostai a New York per un documentario. Finii a Coney Island, nello sprofondo, a osservare un gruppo di italiani in un bar. Il pensionato, il giocatore di carte, il sedicente avvocato. Un mondo. Dopo un anno senza macchina da presa, la tirai fuori e loro neanche se ne accorsero. Mi sentivano come parte di loro. Poi feci lo stesso in un reparto di terapia intensiva per Sala rossa e quando una mia amica mi propose un viaggio in Palestina per vedere con i miei occhi la dinamica assurda di quei territori non me lo feci dire due volte. Raggiunsi la Striscia di Gaza. Conobbi un signore che aveva la sua casa occupata dai soldati israeliani e gli chiesi se potevo abitare con lui per qualche tempo per documentare quella realtà. Entrava una luce soffusa che a questo signore elegante e bellissimo tagliava il volto a metà. “È troppo pericoloso”, disse, “perché non giri un film?”. Per la prima volta, pur non conoscendo la grammatica cinematografica, pensai “ce la posso fare”».

Parlate di lavoro con la sua fidanzata, l’attrice Alba Rohrwacher?

«Ci siamo incontrati lavorando, ma parliamo di tutto. Abbiamo un rapporto miracoloso, ci somigliamo e per me, anche se stiamo insieme ormai da dieci anni, è come se non fosse passato un giorno. È un amore profondo».

Cosa ha capito di importante in questi anni?

«Che gestire gli impulsi e gli istinti è la cosa più difficile che esista e che la volontà un po’ muscolare, che mi illudevo dominasse la realtà, conta meno di quello che arriva come suggestione e ispirazione e ti travolge molto al di là delle tue intenzioni. Come dice Vasco Rossi, un uomo semplice: “Non so come ho scritto le mie canzoni, è successo”. Per me è la stessa cosa. Ti metti lì, ascolti e a un certo punto dici “Ecco! Cercavo proprio questo”».

E cosa, ancora?

«Che avanzando con l’età sono più cosciente delle decisioni che prendo, sono più sano e distaccato. E che tutto quello che non ci fa stare bene di noi stessi è frutto di decisioni prese in un’altra epoca e va accettato perché non è più reversibile. Un film si può manomettere, rimontare, cambiare. Nella vita è impossibile».