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“L’ultima volta che siamo stati bambini” di Fabio Bartolomei

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: Sololibri
Data: 11 novembre 2018
URL: https://www.sololibri.net/L-ultima-volta-che-siamo-stati-bambini-Bartolomei.html

Bambini di dieci anni, Cosimo, Italo, Vanda, Riccardo; insieme giocano in cortile e sognano grandi imprese. Ma siamo in piena guerra, da poco c’è stato l’armistizio e Riccardo, che è ebreo, viene “rubato” insieme a tutta la sua famiglia. Italo è figlio di un cittadino influente, suo fratello Vittorio, ufficiale decorato, è in convalescenza per una ferita in combattimento. Lui è un fanatico balilla, con tanto di fez e fuciletto di legno; Vanda invece è un’orfanella, accolta dalle suore alla nascita, di lei si prende particolare cura la giovane suora Agnese, che la vive come la figlia che il suo stato non le consente. Infine Cosimo, affidato alle cure del severissimo nonno, il padre è un ribelle lontano, la madre non c’è più. I ragazzini si sentono defraudati dall’improvvisa partenza di Riccardo, il più svelto e dotato di loro e decidono di andare a liberarlo; in una riunione di adulti, fra cui un ufficiale tedesco, Italo scopre che le famiglie ebree sono state portate in un campo di lavoro, poco lontano, di cui il ragazzino recupera uno schizzo: è l’entrata di Auschwitz, ma certo per i bambini conta solo la possibilità di vivere una grande avventura: andare anche loro in treno a liberare il loro amico, visto che i tedeschi che lo hanno rubato sono alleati e certamente lo rilasceranno: cosa se ne fanno di un bambino?

“L’ultima volta che siamo stati bambini” mostra la shoah vista con gli occhi ingenui e generosi di tre ragazzini coraggiosi, indomiti, che non comprendono le ragioni complesse della politica e della storia che sta devastando l’intera Europa; loro si affidano alle loro piccole certezze, seguire i binari del treno, accamparsi di notte sotto una tenda di fortuna, dormire all’aperto, digiunare, incontrare sul loro percorso poveri contadini affamati, una pastorella che permette loro di mungere una pecora macilenta, due cadaveri abbandonati e insepolti e infine i soldati tedeschi, che certamente non sono i camerati che Italo immagina. La suora Agnese e il fratello Vittorio si mettono all’inseguimento dei tre fuggitivi, ne scoprono le tracce, ma sembrano non riuscire a raggiungerli. Tra i due nasce un’empatia, intenti come sono ad un salvataggio difficile, in mezzo ad un’Italia dove gli stessi adulti hanno perso il significato delle cose: chi è amico? Chi nemico? I dialoghi tra i bambini sono surreali, come fu surreale tutta la vicenda storica di una guerra difficile da capire, durissima da combattere, problematico porsi dalla parte giusta. Il finale non è allegro e come poteva esserlo? Ma questa fiaba per adulti ci dice molto sull’assurdità di una storia nella quale furono coinvolti troppi innocenti, troppi ingenui, troppi inconsapevoli, troppi bambini spazzati via da un tritacarne senza vere ragioni. Ciò che resta è la memoria di quei giorni folli, pieni di sogni e di speranze, che solo molti anni dopo ritrovano un senso.

Il libro è dedicato ai 281 bambini razziati dal quartiere ebraico romano, nessuno dei quali fece ritorno a casa.