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Vuillard. La storia, maestra di letteratura

Autore: Antonio Buozzi
Testata: l'Avvenire
Data: 28 novembre 2018

Forse aveva ragione Céline a sostenere che "tutto quello che è interessante accade nell'ombra" e che, quindi, "non si sa nulla della vera storia degli uomini". Sapere qualcosa di questa "storia" sembra in questi ultimi tempi la missione di scrittori molto diversi tra loro per stile e milieu culturale, da Antonio Scurati a Olivier Guez, da Christoph Hein a George Saunders. Tra questi c'è sicuramente anche Eric Vuillard, autore francese di racconti e romanzi a sfondo storico (14 Juillet, Conquistadors, Congo, la bataille d'Occident) e ora per la prima volta tradotto in Italia con la sua ultima opera, premio Goncourt 2017, L'ordine del giorno (e/o, pagine 138, euro 14,00; traduzione di Alberto Bracci Testasecca).

Nel suo ultimo libro Vuillard ripercorre l'affermarsi del nazismo attraverso episodi poco conosciuti di cronaca politica, che acquistano nel racconto la dimensione della farsa e della parodia. E non perché Vuillard forzi la realtà, alla strega di uno scrittore satirico, ma perché proprio quella è la cifra del reale: la mediocrità. Così la storia è prodiga di personaggi che ha magnificato senza render conto della loro effettiva stupidità, si tratti, come ci racconta Vuillard, dei ventiquattro magnati austriaci invitati da Goring a sostenere l'affermazione del nazismo alla vigilia delle cruciali elezioni del 1933 o delle conversazioni fatue sul tennis tra l'ambasciatore tedesco Ribbentrop e i due plenipotenziari inglesi Chamberlain e Churcill, proprio mentre nella storia reale va in scena l'Anshluss, l'invasione dell'Austria da parte delle truppe tedesche nel 1938. E anche questo sfoggio di potenza militare, tanto celebrato dalla propaganda nazista, non si esime nel libro dal ridicolo, con i carri armati tedeschi in panne poco dopo il confine austriaco per mancanza di carburante. "La storia è sempre una contraddizione - spiega - e il nostro rapporto con essa è altrettanto contraddittorio. Pensare la storia è pensare due cose allo stesso tempo. Io ho cercato di dar conto di questo doppio registro".

Come mai questo ritorno di interesse degli scrittori per la storia?

"A dire il vero, un forte legame tra storia e letteratura è sempre esistito, a partire da Omero. Storia e letteratura hanno un'origine comune: la letteratura è stata spesso assoggettata al potere, ai principi, che chiedevano allo scrittore di magnificare le loro gesta e sminuire quelle degli avversari. In fin dei conti, la storia è sempre stata una disfida ideologica".

Quindi anche su un piano filosofico...*

"Certo, a partire da Rousseau. La sua riflessione sull'ineguaglianza si trova scritta nella storia stessa, perché l'origine è interpretata da lui in chiave storica, non più naturale, e quindi astratta. Il diciannovesimo secolo è stata una continua riflessione sulla storia: la filosofia pensa la storia e i suoi concetti sono caduti in essa. Anche nell'ultima opera di Victor Hugo, Novantatré, la rivoluzione irrompe nella storia tagliandola in due. E così la rende discontinua".

Però oggi ci si occupa spesso del passato più che del presente...

"Perché è l'unico modo che uno scrittore ha di confrontarsi con la realtà, che non sia quella personale e privata. Nel periodo della crisi finanziaria in Grecia, Varoufakis, il ministro delle finanze del governo Tsipras, confidò a un giornalista che nelle riunioni dell'Eurogruppo non era possibile prendere appunti. Quindi se lo scrittore o lo storico vogliono scrivere delle decisioni che vengono prese ai più alti livelli c'è ormai una chiusura, l'accesso è impedito. Tolstoj che era un principe, ha potuto scrivere Guerra e pace perché era presente nei posti che contavano, sapeva quello che succedeva nell'aristocrazia russa. Ma oggi gli scrittori, per la maggior parte, non appartengono più a questi mondi. Così l'unica possibilità per accedere alla verità risiede ormai nel passato..."

Il cancelliere austriaco Schuschnigg, uno dei protagonisti-comparse del romanzo, si interroga sul "vuoto" della memoria. C'è oggi di nuovo questo rischio?

"Nella storia la distanza degli avvenimenti "raffredda" il passato. I protagonisti appaiono solenni, dignitosi, ma poco reali. La letteratura, invece, produce un sapere che non congela la realtà, la mantiene "calda", cioè viva, attuale. Si pensa comunemente che solo una grande distanza dia la possibilità di guardare in modo oggettivo agli avvenimenti del passato, ma dimentichiamo che anche la prossimità è una forma di distanza. La letteratura ha questo di unico: consente di avvicinarsi all'oggetto senza fondersi in esso, cogliendo nel rapporto di conoscenza quella che io chiamo una "impressione primaria". Quando Gogol' nel Revisore mette in ridicolo i governanti, i notabili locali, in fondo scrive a partire da queste impressioni primarie, non tralasciando il sentimento di artificio dei costumi della élite in Russia".

Francis Fukuyama all'inizio degli anni Novanta preconizzava la "fine della storia", ma i fatti l'hanno poi smentito...

"La caduta del muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti poteva far pensare effettivamente a questo. In molti lo pensavano. Ma poi le crisi economiche e politiche del nuovo millennio hanno rimesso tutto in discussione. Oggi Il futuro è difficilmente decifrabile: non abbiamo più un'ideologia che permetta di decodificarlo, come con il marxismo. La storia diventa allora un modo per parlare del presente, delle sue cause e conseguenze: è una forma di chiarificazione ideologica."