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Così il cecchino di Enard sente il «soffio della violenza» che lo spinge verso l'abisso

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 4 gennaio 2019

Insieme a Jerome Ferrari, Mathias Enard può essere considerato non solo uno dei maggiori scrittori francesi di oggi, ma anche un punto di riferimento essenziale per la letteratura europea, soprattutto per la capacità che ha di mettere a nudo il rapporto tra Occidente e Oriente, come dimostrato dal suo ultimo romanzo, pluripremiato, Bussola. Classe 1972, conosce in profondità la realtà medio-orientale, grazie ai lunghi soggiorni in questi territori e ora che si è stabilito a Barcellona, insegna all'università come professore di arabo. E lo dimostra già dal libro con cui ha esordito come narratore nel 2003, che viene tradotto ora, dopo che conosciamo tutta la sua produzione narrativa, da Yasmina Melaouah e che mette in rilievo quanto sia solida e non convenzionale la sua scrittura, in una storia a cui è negata la possibilità della speranza, anche se intervengono lampi di nostalgia, rispetto a un tempo, l'infanzia, in cui l'abisso del male non era così vicino e inevitabile.

Enard mette in scena un protagonista che agisce durante una non precisata guerra civile in un paese dell'area medio-orientale che non viene nominato, quasi a indicare un destino simbolico che non è attribuibile a un confine geografico, ma riguarda una situazione che coinvolge territori e tradizioni più vaste. Si tratta di un ragazzo giovane, che ha perso il padre e che vive con la giovane madre, che la guerra civile ha portato verso la follia, incapace di gestire se stessa, di riconoscere lucidamente gli altri. Lui, invece, il ragazzo la fa diventare una ragione di vita, nell'eccezione del cecchino, di colui che dai tetti e dalle ferite degli appartamenti colpiti, mira a caso sui civili, scegliendo le proprie vittime secondo un piano non decifrabile. Ciò che gli importa è la perfezione del tiro, la calma, ma anche la lucidità. «Ovunque ti trovi, su un tetto, dietro una finestra, ovunque, devi organizzare lo spazio, controllarlo, farlo tuo... Devi essere te stesso e nient'altro, l'occhio nel mirino telescopico, il braccio di metallo teso verso il bersaglio». Questa è la vita che ha scelto, alla quale deve ritornare sopratutto quando le cadute emotive diventano forti, la rabbia non riesce a contenersi e non c'è più uno spazio che rassicuri, se non questo gioco letale che è la guerra, ma anche l'asservimento a un male che non lascia spazio di umanità, spiragli di pietà, lo scrittore, attraverso la sua voce, ne mette a nudo le contraddizioni evidenti, l'asservimento a un meccanismo violento che, pur nel controllo assoluto della meccanica del tiro e nella ricerca della sua perfezione, mette in luce un'interiorità devastata e incapace di trovare risposte adeguate. Nemmeno l'innocenza di una quindicenne, Myrna, assunta per badare alla madre, per la quale il ragazzo sembra nutrire un'attrazione che non avrà risvolti concreti, riesce a cambiare il suo destino.

Nell'indagare il senso del suo agire, una lotta quasi fine a se stessa, in un racconto serrato e duro, spietato nel far emergere la brutalità di una violenza che sembra non avere ragioni, Enard mette in rilievo una deriva esistenziale che non trova ragioni se non quelle dell'accerchiamento della barbarie. Fa dire al protagonista e questo suona come un giudizio severo, implacabile, quello che sta sotteso a tutto il romanzo: «Sento il soffio della violenza spingermi verso l'abisso, come una barca sull'orlo del mondo, e non posso rimpiangere né provare niente, andrò fino in fondo, farò quello che devo fare».