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“La figlia oscura” di Elena Ferrante.

Testata: Fimmina che legge
Data: 3 febbraio 2019
URL: https://fimminachelegge.wordpress.com/2019/02/03/la-figlia-oscura-di-elena-ferrante/

Leda è una donna di 48 anni, insegnante universitaria in partenza per una vacanza al mare, sulla costa ionica; la prima a concedersi senza remore da quando le figlie – Bianca e Marta – sono andate a vivere in Canada con il padre, Gianni, l’uomo dal quale ha divorziato e con cui ha mantenuto un rapporto cordiale.

Durante le sue giornate al lido, tra fogli, libri e letture, l’attenzione di Leda viene attirata da una famiglia napoletana, chiassosa e con un accento che le ricorda quello melodioso della propria: «il napoletano che amo, quello tenero del gioco e delle dolcezze. Ero incantata. Le lingue per me sono un veleno segreto…».

C’è qualcosa di familiare in quello che osserva, qualcosa che nonostante tutto la infastidisce: «Quella gente mi indispettiva. Ero nata in un ambiente non diverso, i miei zii, i miei cugini, mio padre erano così, di prepotente cordialità. Cerimoniosi, di solito molto socievoli, ogni domanda suonava sulle loro bocche come un ordine appena corretto da una bonomia falsa e all’occorrenza sapevano essere volgarmente offensivi e violenti.»

Li osserva, li studia e cerca segretamente di scoprire quali siano i ruoli parentali di ognuno. Anche la donna viene notata dalla famiglia e da lì a poco iniziano a scambiare qualche parola. Nina è una giovane donna, di bell’aspetto e madre di Elena, una bambina di tre anni affezionata alla sua bambola Nani che non lascia nemmeno un istante. Il sereno legame tra madre e figlia suscita immediatamente in Leda un sentimento di ammirazione e invidia «Se la ragazza era di per sé bella, in quel suo modo di essere madre c’era qualcosa che la distingueva, pareva non aver voglia d’altro che della bambina.»

Il loro rapporto, tra Leda e Nina, si intensifica, seppur con un velo di distacco, e forse anche di superiorità, da parte della donna («Autodifesa dell’ozio pensoso, tendenza colta a dare lezioni di civiltà.») quando la bambola Nani, un giorno, improvvisamente, sparisce. Questo accadimento, seppure apparentemente banale e di poco conto, sarà il fulcro di tutta la narrazione.

Per non rovinare il piacere della lettura non svelerò altri dettagli del libro.

La narrazione viene condotta in prima persona da Leda, sarà lei infatti a condurre il lettore durante tutta la narrazione. Scopriamo che Leda è un’insegnante di letteratura inglese, docente all’università, e vive a Firenze da sola.

Il primo capitolo del libro, come una sorta di struttura invertita, viene compreso solamente al termine della lettura perché costituisce il finale del romanzo. La narratrice racconta di un incidente che le è capitato durante un viaggio di ritorno dalle vacanze estive, riferisce ai familiari di avere avuto un colpo di sonno, ma confessa a se stessa che tutto è dovuto ad un gesto senza senso. In un primo momento quindi, il lettore viene indotto ad ipotizzare un tentativo di suicidio.

Leda è un’osservatrice minuziosa e, attraverso i suoi occhi e il suo filtro di giudizio, ci mostra la rete di personaggi che la circondano. Da quel momento le confessioni di Leda, i dejavu e i ricordi, trascineranno lettore nella mente della protagonista. I ricordi ricadono spesso sulle figlie, sul loro rapporto e il loro abbandono. Scopriamo infatti che, ancora piccole, Marta e Bianca sono state abbandonate ( o lasciate) a vivere con il padre per inseguire la carriera all’università. E per tre anni non ha avuto più loro notizie.

«Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa.»

Emerge così il senso di soffocamento, la stanchezza di essere madre, il desiderio di fuga e di emancipazione, l’insofferenza nei confronti del marito, delle figlie, la stessa sofferenza che, forse, vede patire a Nina, la ragazza incontrata al lido. Leda disobbedisce alla sua storia, alle credenze dei suoi antenati secondo cui la donna deve essere prima di tutto madre e moglie che dedica la sua vita ai figli e al marito.

Nei ricordi di Leda emergono tratti oscuri della propria esperienza di maternità un’ambivalenza di sentimenti che una madre si trova ad affrontare e che a parer mio possiamo riscontrare, nel personaggio più importante dell’intera storia: un oggetto, la bambola Nani, da cui prende avvio tutta la storia narrata.

Nani la bambola fortemente amata da Elena, e a cui la piccola dedica mille attenzioni, diventa il simbolo di maternità. In gergo, come sottolinea la stessa Leda, la bambola viene chiamata “Mammuccia” «una parola per dire bambola che ormai non si usa più». Un vezzeggiativo che marca il paragone della figura materna a quella della bambola. La disperazione della bambina all’idea di aver perso la bambola è il sentimento opposto a quello provato da Leda quando decide di lasciare le proprie figlie.

Se la prima gravidanza di Leda era stata voluta e desiderata: «Bianca l’avevo voluta, un figlio lo si vuole con un’opacità animale rafforzata dalle credenze correnti», con la sua seconda figlia, Marta, la donna prova un sentimento di distacco. Avverte un senso di estraniamento, di repulsione quasi. Non riesce ad accettare, addirittura ad umanizzare quella creatura che ha partorito. Così quando nel ventre della bambola Nani, Leda trova un verme, sembra voler comunicare proprio quell’aspetto oscuro o addirittura animalesco (opacità animale) che è intrinseco nella gravidanza.

“Avrei dovuto prendere atto subito, da ragazza, di questa enfiatura rossastra, molle, che ora stringo tra il metallo della pinza. Accettarla per quello che è. Povera creatura senza niente di umano”.

Leda non era stata una madre esemplare, ambiva ad essere una professionista nel proprio lavoro e la strada che aveva dovuto percorrere per emanciparsi l’avevano compromessa in quel ruolo materno che la voleva madre amorevole.

Leda è sicuramente una donna moderna, composta, strutturata con una geometria di modi eleganti e preconfezionati che via via si frantumano (la frantumaglia di cui parla spesso la Ferrante) fino a scomporre quell’impiattamento rigido. Si svela frastagliata, con profonde fragilità e sensi di colpa. Quando torna dalle sue figlie lo fa più per amor proprio che per loro: «Mi sono sentita più inutile e disperata senza di loro che con loro». E ancora: «Disancorarsi, percepirsi leggere non è un bene, è crudele verso se stessi e verso gli altri.»

Si combina in questo gioco di rimembranze a scatole cinesi, anche il suo rapporto con la madre, una donna severa seppure presente, nonostante le sue continue minacce di lasciare la famiglia :« Lei non ci lasciò mai, pur gridandocelo ; io invece lasciai le mie figlie quasi senza annunciarlo.»

La figlia oscura è un libro di una verace potenza e prepotenza che indaga la condizione di maternità, di donne e di madri. Un processo, quella della gravidanza, che accade dai tempi del mondo e nonostante sia una fase naturale nella vita della donna e accettata biologicamente, l’obbedienza a tale processo non deve esser dato per scontato, vissuto con deferenza o senza traumi.

Una madre che abbandona i figli, una donna che rifiuta di esser (solo) madre sono tabù che la Ferrante sfata, spingendo contro un pensare univoco di una società che relega alla donna il ruolo di madre materna. Leda non è portatrice di verità universali, ma spinge il lettore a riflettere sui quesiti che si pone, sugli episodi che racconta, sui riti della vita che sembrano solo all’apparenza naturali.

«Le cose che non riusciamo a spiegare sono quelle che noi stesse non riusciamo a capire.»