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Juliette Binoche. "Che fatica avere vent'anni. Non tornerei indietro"

Autore: Arianna Finos
Testata: La Repubblica
Data: 11 febbraio 2019

Il simbolo della Berlinale 69, edizione a trazione femminile con sette registe in concorso, è Juliette Binoche, presidente di giuria e protagonista di un film (Il mio profilo migliore di Safy Nebbou, a giugno al Biografilm festival di Bologna) in cui è una cinquantenne che si rifà un’identità da ventenne su Facebook, intrecciando una relazione virtuale con un coetaneo. Nella trasposizione del romanzo di Camille Laurens Quella che vi pare l’attrice si trasforma in una sorta di matrioska in cui si rivelano donne diverse. Quella abbandonata dal marito, stravolta dal dolore con i capelli grigi, ma anche quella carismatica che insegna letteratura e quella conturbante che si masturba al telefono con il giovane amante.

Non si può dire che le manchi il coraggio nello scegliere i ruoli.

«È l’urgenza che ho da sempre di esprimermi. All’inizio ti preoccupi di essere accettata da tutti, dalla famiglia, ma poi essere te stessa diventa più importante di tutto il resto. Ho il privilegio di poter scegliere cosa voglio fare. Non sono costretta a recitare, posso dipingere, stare con i miei genitori e i miei figli. E la creazione per me è legata al rischio, al disagio».

L’ha messa a disagio interpretare una donna di mezz’età che gli uomini abbandonano, mostrandosi struccata e con i capelli grigi?

«Beh, questo è il film che mi ha messo più a confronto con i miei 54 anni. E con il fatto che tante donne della mia età sono invisibili per gli uomini. Questa donna non è una femminista, piuttosto un’anti-eroina. Lasciata per un’amante più giovane, si sente messa da parte e cerca di salvare se stessa creando una nuova identità, cercando una nuova dignità che alla fine è solo illusoria. Perciò deve distruggere anche la parte di sé plasmata dalle convenzioni sociali. È tante donne diverse: quella ingrigita che si lascia andare, quella che rinasce attraverso il suo alter ego e quella che si libera dalle paure ed è pronta a vivere».

Rimpiange i suoi vent’anni?

«No, troppo tosti. Montagne russe di sentimenti, la lotta per mantenerti, la competizione».

Resiste il cliché della differenza d’età accettabile solo per gli uomini.

«Vecchia storia legata al fatto che il potere lo hanno gli uomini. E ce la propina da decenni il cinema americano. In Francia abbiamo un bell’esempio istituzionale del contrario».

La protagonista, colta e raffinata, si fa inghiottire dalla vita virtuale.

«È il suo rifugio alla paura primordiale dell’abbandono che ci accompagna tutti. Il mio personaggio usa i social per diventare altro: tutti abbiamo desiderato essere le principesse delle favole, recitiamo ruoli diversi ogni giorno; la cosa interessante è quanto riusciamo a metterci di noi stessi, è questo che resta alla fine della giornata e della vita».

Com’è il lavoro da presidente della giuria?

«Esaltante e difficile. Pochi premi, tanti film, significa che ti farai più nemici che amici. Con i giurati c’è bel rapporto, idee diverse. Ieri abbiamo discusso fino alle tre di notte, a un certo punto l’attrice Sandra Hüller è sparita, irrintracciabile. Siamo una giuria appassionata!».

È una persona ottimista?

«Non lo so. Il mondo ha problemi gravi da affrontare, a partire dal clima. I governi fanno i summit, poi non succede nulla. Allora dobbiamo agire noi cittadini, e subito».

Che ne pensa dei gilet gialli?

«Ci sono cambiamenti che vanno fatti. Nel rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri, e tra ricchi e poveri all’interno dei paesi. Sono state fatte scelte che hanno peggiorato la situazione di persone già economicamente fragili e andava prevista una reazione, che nasce da un malessere vero. Per questo la protesta va avanti, purtroppo anche con derive violente».