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Tempest, Tiresia parla da poeta rap

Autore: Silvio Perrella
Testata: Il Mattino
Data: 5 marzo 2019

Kate Tempest è abituata a salire sui palchi e, in compagnia di altri musicisti, sa come tenere la scena a colpi di rap. Sono parole che volano nell’aria: a volte frementi di rabbia, altre malinconiche e speranzose di amori. Ma evidentemente le parole che volano, le parole orali non le bastano; non le bastano visto che s’industria anche a scriverle aggrovigliandole in versi, disponendole secondo sequenze che formano cerchi concentrici.

È proprio quel che succede in Hold you own-Resta te stessa, il libro edito nelle edizioni e/o e tradotto da Riccardo Duranti (che la stessa autrice interpreterà a Roma venerdì nell’ambito di «Ritratti di poesia»). Al centro c’è la figura di Tiresia; sì, proprio lui, che Tempest sottopone a trattamenti di metamorfosi ancor più netti di quelli che già presenti nella tradizione classica.

Tiresia è un ragazzo che si trasforma in donna e poi, dopo le esperienze di una vita a sussulti, torna ad essere uomo. È un giovane, ma è anche un vecchio. «Fa colazione con le brioche» ed ha «visto le migliori menti della mia generazione distrutte dagli/ smartphone».

L’oscillazione sessuale è un tema che attraversa tutto il poema a frammenti mobili di Tempest: «Veniamo da una combinazione di uomo e donna/ e ci porteremo dietro entrambe le parti fino al nostro ultimo/ giorno». Metamorfosi incessante, dunque. Ma anche necessità di restare se stessi nel mutamento: «per quanta strada hai fatto,/ non andrai mai oltre il punto esatto in cui sei». E se ciò comporta solitudine, poco male: «Sentirsi soli è una cosa buona./ Di solito lo sei./ Ecco a cosa serve la poesia».

Ecco a cosa serve la poesia: affermazione quasi sconcertante messa nella bocca di una rapper inglese. Ma vibrante, vera, raschiata, vissuta sin dall’adolescenza malmenata dalle incomprensioni. E quella di Tempest, badate bene, non è certo una poesia alata, perché «La poesia da sola trema, viene raccolta solo per essere sbranata».

Detto in altri termini: ogni cosa è in relazione con un’altra e se questo flusso s’interrompe, a interrompersi è la vita stessa: «Una lingua vive quando la parli. Falla sentire./ La cosa peggiore che può succedere alle parole è non dirle».

E Tiresia le parole che gli vengono richieste le dice. Un giorno viene chiamato da Zeus per dirimere un diverbio che il dio ha con Era. Solo lui, che è stato sia uomo sia donna, può testimoniare chi dei due provi più piacere nell’amore.

Lui dice: «Se si dividesse il piacere del sesso/in dieci parti uguali,/le donne ne avrebbero nove./ E dunque solo una ne rimane/all’uomo». Era insorge irosa e strappa gli occhi dalla faccia di Tiresia. Dopo lo sgomento parla Zeus: «Quel che un dio ha fatto,/ da un altro dio non può essere disfatto./ Non posso più restituirti la vita/ ma ti darò una facoltà nuova». E quel che Zeus gli dona può ben chiamarsi vista interiore, cioè la capacità di avere visioni. Ed eccolo il cieco guardante che si «aggira tra noi, lento,/ cornacchia un po’ spennata»; è «il matto che in un angolo,/ vecchio, puzzolente e strano, fa la fila per il tram/ con ossa d’uccello tra la barba».

È questo e quest’altro, ma soprattutto è un monito per un oggi sfrangiato e triste e soprattutto chiuso in una buia cecità monadica. E così, «Mentre ci costruiamo online/e fissiamo i nostri telefonini/ tu resti luminoso e terrificante,/ in fiato e carne ed ossa», il Tiresia redivivo e inaspettato di Kate Tempest insegna «a noi tutti/cosa significa restare se stessi».