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Massimo Carlotto: «L’unico aspetto positivo di questo periodo storico è che non è mai stato così semplice scegliere da che parte stare»

Autore: Fabio Poletti
Testata: Nuove Radici
Data: 1 aprile 2019
URL: https://www.nuoveradici.world/articoli/massimo-carlotto-lunico-aspetto-positivo-di-questo-periodo-storico-e-che-non-e-mai-stato-cosi-semplice-scegliere-da-che-parte-stare/

Massimo Carlotto, 62 anni, padovano, scrittore, saggista, fumettista, sceneggiatore, è uno dei più noti autori di noir a livello internazionale. La saga dell’Alligatore, dieci libri fino ad oggi tutti pubblicati per le Edizioni e/o, ultimo Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane, è stata tradotta in tutto il mondo. Con i suoi libri ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale, tra i tanti il Premio Scerbanenco, Nel 2008 sempre per e/o pubblica Cristiani di Allah, romanzo storico ambientato nel Cinquecento, sulla migrazione al contrario di europei in fuga verso il Nord Africa, dove abbracciano la religione islamica diventando corsari.

Massimo Carlotto, gli sbarchi negli ultimi tempi si sono ridotti di molto. Ma c’è chi continua a parlare di “invasione”. Come si risponde alla paura?

«Oggi è difficile rispondere in modo adeguato alla paura perché viviamo in un clima di campagna elettorale permanente che rende il confronto impossibile. Il Paese è spaccato su ogni argomento ed è inutile perdere tempo e sprecare energie cercando di far cambiare idea a sovranisti e razzisti. Credo sia importante invece rafforzare le esperienze locali di solidarietà e integrazione, portarle nelle scuole, costruire solide relazioni con le comunità circostanti. Ce ne sono molte disperse sul territorio, si tratta di costruire anche reti stabili».

Siamo un Paese razzista? O xenofobo? Lo siamo sempre stato?

«L’Italia è un Paese senza memoria. Ha rimosso l’esperienza dell’emigrazione che ha portato italiani in giro per il mondo, vivendo esperienze di rifiuto e razzismo come nel sud degli Stati Uniti o in Canada. Vale la pena ricordare i tanos d’Argentina che, impoveriti da una crisi senza precedenti, tentarono in molti di stabilirsi in Italia. Erano figli di italiani, possedevano il passaporto italiano. Eppure divamparono le polemiche e non vi fu nessun aiuto da parte di territori ricchi come il Veneto. Credo che dagli anni ’80 si sia sviluppata una modificazione antropologica, profonda e vincente che ha imposto una visione dell’altro come un problema, un nemico, un invasore. Dal punto di vista culturale, una sorta di analfabetismo di ritorno impedisce a una grande massa di persone di affrontare la “complessità”. Vittime predestinate della peggiore propaganda».

Secondo l’Onu 35 milioni di persone cercheranno di lasciare il proprio Paese. Una parte cercherà di arrivare in Europa. Migrare per stare meglio, lo si fa da millenni. Accoglienza sempre, come dice anche il Papa, è la soluzione?

«Ne sono convinto. Anche i più contrari devono convincersi che l’accoglienza è l’unica soluzione perché permette di controllare tensioni, emergenze e conflitti. Personalmente ritengo che ogni essere umano ha diritto di scegliere dove vivere. Le frontiere sono un’invenzione crudele. Un’accoglienza basata su progetti reali che prevedano lo studio della lingua e la formazione per il lavoro è il futuro possibile. Il problema è che in questi anni non si ha avuto la capacità di interpretare e analizzare i flussi migratori anche in termini di esportazioni di culture criminali che vanno assolutamente smantellate».

Secondo l’Istat ci sono 1 milione 200 nuovi italiani: sono anche chirurghi, imprenditori, ricercatori, eppure invisibili… Sembrano invisibili, un alibi per non occuparsene?

«Sono invisibili sui media ma nella quotidianità delle persone sono molto presenti. Li incontri ovunque e dato che lavorano si ricavano una sorta di legittimazione nell’immaginario collettivo. Però questi individui non vengono mai usati come esempio per dimostrare gli effetti positivi di accoglienza e integrazione».

C’è chi dice che abbiamo gli stessi problemi e le stesse paure della Gran Bretagna degli anni Settanta, con i primi arrivi dalle colonie. Se la immagina una grande città italiana con un sindaco pakistano e musulmano, come a Londra?

«Mi piacerebbe. Un sindaco musulmano significherebbe che molto è cambiato in questo Paese. Ci vorrà del tempo ma ci arriveremo».

Uno dei problemi denunciati dagli stranieri è quello della visibilità. Letteratura e musica sono strumenti molto diffusi tra i nuovi italiani. C’è un bisogno di raccontarsi?

«Il raccontarsi dell’altro è un obiettivo irrinunciabile per un percorso di incontro e confronto tra culture. Per esempio la grande migrazione che interessa il Mediterraneo è raccontata solo dal punto di vista europeo. Quindi parziale e inesatto. Il grande assente è il racconto del viaggio e della “sosta” in Libia. Un romanzo su quell’esperienza sarebbe fondamentale per scuotere le coscienze. Intendiamoci: la letteratura non cambia il mondo ma ha il potere di costringere le persone a rispondere a domande importanti».

Quando accade, dallo scrittore Antonio Dikele Distefano ai musicisti Ghali e Mahmoud, i media se ne impossessano. Voglia di esotismo? Anche i nuovi italiani campioni dello sport piacciono. Alla fine gli stranieri vanno bene solo se ci fanno divertire? Siamo tornati ai tempi della capanna dello zio Tom?

Il problema è che molto spesso, in tutti i campi, questi italiani “esotici” risultano interessanti perché così bravi che non si possono ignorare. L’atteggiamento stizzito di Matteo Salvini per la vincita di Mahmoud a Sanremo rappresenta un tentativo perdente di promettere una garanzia di italianità nelle prossime edizioni. Ma il mercato e fette consistenti di opinione pubblica hanno dimostrato di non essere disposti a sacrificare i loro bisogni e gusti

L’immagine del piccolo Alan annegato su una spiaggia turca ha fatto il giro dei media del mondo. È diventata parte dello spettacolo?

«L’immagine ha vinto la sua battaglia. Il video della strage in Nuova Zelanda è stato cliccato da milioni di persone tra cui il sottoscritto. Anche se credi in un mondo diverso, e hai riferimenti culturali diversi e lontani è quasi impossibile rifiutarsi costantemente di “guardare”. Alla fine si rischia di essere inadeguati».

La letteratura, il teatro, il cinema, si sono sempre occupati di integrazione, migrazioni e migranti. Gli intellettuali, gli scrittori, che ruolo possono avere di questi tempi?

«L’unico ruolo serio e possibile è di non rendersi complici. L’unico aspetto positivo di questo periodo storico è che non è mai stato così semplice scegliere da che parte stare. Nel frattempo c’è la fila per salire sul carro dei vincitori».