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Kate Tempest, la poetessa rapper che mescola rime, miti classici e beat per raccontare il mondo contemporaneo

Autore: Sara Mostaccio
Testata: Elle
Data: 2 aprile 2019
URL: https://www.elle.com/it/magazine/storie-di-donne/a26948308/kate-tempest-poetessa-rapper-ame/

Nel nome d’arte ha messo un intento, quello di provocare una tempesta. E ci riesce sempre Kate Tempest, al secolo Kate Esther Calvert, rapper e poetessa inglese che ha talmente tanto da dire da non bastarle gli strumenti classici della letteratura: per lanciare il suo messaggio si serve di musica, rap, poesia, spoken-word, romanzo e teatro. E anche di un mix di tutte queste cose nelle sue potentissime performance live.

È nata a Brockley, sobborgo del sud-est londinese nel 1985 e con il primo poema drammatico Brand New Ancients del 2013 ha suscitato l’interesse della critica conquistando il prestigioso Ted Hughes Prize. L’anno prima era uscito, autopubblicato, Everything speaks in its own way. Ma è stato con Hold Your Own del 2014 che si è imposta all’attenzione internazionale partecipando anche al festival di Glastonbury del 2015 con una performance che ha scosso i cuori di tutti i presenti.

Non aveva ancora trent’anni quando è stata nominata Next Generation Poet dalla Poetry Book Society nel 2014. Appena due anni dopo Let Them Eat Chaos avrebbe scosso le fondamenta della poesia contemporanea.

Il suo stile è una miscela esplosiva di rap, storytelling e street poetry. Spesso sembra improvvisare le sue rime invece ha alle spalle una solida formazione coronata da una laurea in letteratura inglese. Ma già dall’infanzia la mamma, maestra d’asilo, le insegnava le filastrocche e instillava in lei il senso del ritmo. Da adolescente lavorava in un negozio di dischi e ascoltava l’hip-hop che avrebbe dato l’impulso cinetico a ogni sua parola e nel frattempo divorava i classici Penguin che trovava a pochi penny in una libreria dell’usato sotto casa. Scoprì Samuel Beckett, James Joyce, W.H. Auden. Scoprì la poesia di Yeats e Blake, scoprì la mitologia.

E infatti i personaggi dei miti classici sono spesso presenti nelle sue creazioni. Brand New Ancients è la storia di due famiglie strettamente intrecciata alla mitologia. Il messaggio? I vecchi miti hanno solide radici nel nostro mondo: sacrificio, amore, coraggio, violenza sono innestati a fondo nel mondo di oggi. Perciò se n’è sempre servita per raccontarlo, sin dalla prima esibizione. Aveva 16 anni, partecipava a una open mic night al Deal Real, un piccolo negozio hip-hop su Carnaby street.

Anche per Hold Your Own ha attinto al mito e in particolare al personaggio di Tiresia, il veggente che per vendetta divina fu trasformato in donna e poi reso cieco. È la perfetta metafora della vita contemporanea, un continuo transito. Il mito classico trasmuta e diventa pretesto per rintracciare l’essenza del cuore umano. Ma l’autrice sceglie un linguaggio colloquiale immaginando un Tiresia quindicenne in felpa con cappuccio e così parla anche a chi di poesia è digiuno. Alla semplicità del lessico però si sovrappone una rigorosa struttura quadripartita (Infanzia, Vita di donna, Vita da uomo, Profitto cieco, le fasi della vita di Tiresia) e una solidissima griglia di rime e ritmo che unisce la metrica tradizionale della poesia inglese al beat della musica rap.

Benché le sue poesie siano in grado di restare potenti anche sulla pagina, è quando vengono ripetute a voce alta che assumono una forza ipnotica. Ancora di più a sentirle direttamente dalla sua voce, con quella inesauribile e bruciante energia che colma il palco. E dimostra come l’ibridazione tra rap e poesia sia, nel suo caso, molto ben riuscita.

Ogni suo testo, e lo fa scrivere all’inizio dei suoi libri, nasce per essere recitato oralmente. Non a caso l’artista ha iniziato con la spoken word prima di arrivare alla poesia scritta e al libro stampato e continua a proporre performance dal vivo che registrano puntualmente il tutto esaurito.

Nata con più grinta di molti altri,

nata calda.

Nata vicino ai fantasmi.

Nata tempesta.

Nata vecchia.

Diventò giovane.

Si capiva che lei non veniva dallo stesso posto degli altri,

nata forte.

Nata sbagliata.

Crebbe.

Crescere è quello che facevano tutti.

Sentiva

tutte le cose che gli altri non sentivano,

o se le sentivano

facevano di tutto per nascondere i loro sentimenti.

Lei sentiva i cieli, i mattoni e la pioggia.

Lei sentiva tutto

e la cosa la faceva cadere

a piangere sotto l’alba strisciante

quando tutto era rovinato, lacerato.

Si sentiva male.

Ma tuttavia sentiva.

Quanti diversi tu sei stata?

Quanti,

messi tutti in fila dentro,

ognuno che uccide il precedente?

Parlando dell’ultimo libro uscito in Inghilterra nel 2018, Running Upon the Wires, il Guardian ha scritto che “sia sul palco che sulla pagina, il suo linguaggio colpisce come il fulmine. Illumina e brucia”. Ed è vero. Il volume (non ancora disponibile in italiano) non segue il modello del poema narrativo dei precedenti lavori ma raccoglie una serie variegata di brani differenti: poesie vere e proprie, canzoni, ballate, frammenti sparsi, vignette. Un mosaico che svela un messaggio oltre le parole: il mondo in cui viviamo è frantumato, da ricomporre ogni volta per carpirne il senso. L’autrice questa volta prova a farlo raccontando le fini e gli inizi, il cuore spezzato quando una relazione si chiude e quella gioia vertiginosa al principio di un nuovo amore. In tutti e due i casi il nostro cuore si spacca.

“L’amore è una cosa attiva. Non è solo 'siediti e apri il tuo cuore' o qualcosa del genere, è dannatamente attiva: devi lavorare duro per arrivare a connetterti con altri esseri umani”.

Kate Tempest è una che dice verità e ascoltarla non è sempre facile. Destabilizza. Affila le domande e te le inchioda nel cuore e nella testa fino a quando non avrai trovato una risposta che abbia un senso.

Niente cambia,

tutto resta,

si mangia la tua forza

e alimenta la vergogna

Voglio solo

qualcuno così grande

da fare di me

tutto quel che non sono

Affronta ogni tema con lo stesso approccio diretto, persino brutale: parla di cuore, dolori intimi, sofferenze personali ma anche di società, politica, ambiente. Indica le storture, tutte. Auspica il cambiamento e incita ciascuno a farsene carico. Non c’è nulla che non ci riguardi personalmente, anche la più lontana delle realtà è un problema di tutti.

Non siamo la tempesta temuta che metterà fine a tutto

Siamo solo un amico

gioioso vento di burrasca

alla fine dei tempi

Venuto a ricordarti

che non sei un’isola

La vita è più vasta

dei confini

ma chi si può permettere

di pensare oltre le mura di questa fortezza.

Certo è importante

provvedere un tetto e un pavimento

per te e per i tuoi

e godersi tranquilli i propri beni.

Ma tu sei anche più

dei tre o quattro

per cui scenderesti in guerra.

Oltre alle raccolte poetiche ha scritto tre pièce teatrali tra il 2013 e il 2014 (Wasted, Glasshouse, Hopelessly Devoted), un romanzo nel 2016 (Le buone intenzioni, pubblicato da Frassinelli con traduzione di Simona Vinci ACQUISTA SU AMAZON), tre album musicali. Il primo, con la band Sound of Rum, si intitola Balance e risale al 2011. Nel 2014 ha esordito da solista con Everybody Down e nel 2016 Let Them Eat Chaos è diventato anche un disco, oltre che un libro e una seguitissima performance live sulla BBC4. Sette persone sveglie mentre tutti gli altri dormono affrontano i loro fantasmi e “rabbrividiscono nel cuore della notte | contando le pecore dei loro stupidi sbagli”.

Di qualunque mezzo espressivo si sia servita, Kate Tempest ha “catturato la confusione del mondo moderno con un lirismo affilatissimo” ha detto l’Independent. Mentre lei, con le sue parole, spiega che come nei miti classici “siamo perennemente in trappola tra l’eroico e il pietoso”.

(Le poesie citate sono tratte da Let The Eat Chaos/Che mangino caos e Hold Your Own/Resta te stessa pubblicati in italiano da E/O con la traduzione di Riccardo Duranti)