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Il paradiso perduto di Teobaldi

Autore: Fulvio Panzeri
Testata: Avvenire
Data: 5 aprile 2019

Paolo Teobaldi è uno di quegli scrittori importanti che operano appartati e che meriterebbero senz'altro maggiori riconoscimenti dalla società letteraria di oggi. Di quanto sia significativo il suo percorso lo stanno a dimostrare le sue opere precedenti, due delle quali ritornano, ristampate nella collana Le Cicogne in un unico volume che raccoglie Finte. Tredici modi per sopravvivere ai morti (1995) e La discarica (1998). Teobaldi crede ancora in una letteratura che sia, oltre che trama, anche parola letteraria, che sia ricerca morale che mette in luce le disgregazioni di un'Italia vista dalla prospettiva di una provincia, non ancora del tutto appiattita nei ritmi di un'indifferenza senza consolazioni. E lo dimostra nell'ultimo libro Arenaria che è anche uno dei suoi più intensi, un "memoir", condotto sono forma di monologo di un nonno che parla alla sua piccola nipote e le racconta la bellezza e la verità che ha attraversato il suo mondo, quello marchigiano, nella prospettiva di Pesaro, del suo rapporto, da una parte con la Pianura Padana e dall'altra con la vastità dell'Adriatico, con una metaforica bicicletta che diventa parte integrante essa stessa del racconto: «E come farò a spiegarti che le cose non sono sempre state cosi come le vedi; o come le vedresti se mai venissi a camminare con me sulla strada panoramica o anche in bicicletta». Così, il maestro di un'oralità che diventa scrittura e assume i toni della tenerezza e della meraviglia, dell'ironia e del lutto per la perdita, Teobaldi traccia un viaggio a ritroso, seguendo le tracce di un Novecento che si è sfaldato, prima che negli uomini, nella fragilità di un paesaggio, lambito dal mare, racchiuso tra venti chilometri d'arenaria, che ha il suo centro topografico nel San Bartolo, «monte, dicevano tutti, anche se il punto più alto non supera i 200 metri sul livello del mare». Sono scomparse le grandi ville padronali, sono franate le case, è andato in cenere un mondo che, pur se ristretto, aveva la prospettiva biblica del Paradiso Terrestre: l'affabulazione dello scrittore riporta a questa visione in un continuo allargare sulla vastità e restringere sulle vite quotidiane che hanno attraversato il tempo: quelle dei conti e dei loro fattori (su tutti spicca la figura del Mulìga), quelle dei pescatori e dei carrettieri che trasportano dal mare la sabbia in città, quella, in generale della povera gente; che ha visto le guerre e la terra restringersi, lambita dalle onde. Ne esce il corrispettivo di ciò che era nei desideri dei pittori del Rinascimento che, una volta soddisfatto il volere dei committenti, «avevano la mano libera per dipingere quello che avevano in fondo al cuore: i paesaggi della loro regione, i boschi dell'Appennino, le marine e le rive del San Bartolo». Teobaldi racconta, ma riesce anche a fare pittura con le parole, attraverso una lingua radicata nella sua terra, ormai desueta, ma che appare nuovissima, forte di quell'umanità che la lega agli uomini, alla natura e ai suoi particolari, al lavoro e alle sue tecniche. Ed è lingua che lo scrittore dimostra d'essere più che mai assai viva e che qui dimostra di poter essere imperitura, nonostante il linguaggio impoverito d'oggi tenda a restringersi come la costa marchigiana.