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Il mistico sufi che sa cos'è l'amore

Autore: Alessandro Zaccuri
Testata: Avvenire
Data: 12 aprile 2019

Nella sua Storia della filosofia islamica Henry Focillon saluta in Muhyi-d-din Ibn ʼArabi (1165-1240) «uno dei più grandi teosofi visionari di tutti i tempi». Affermazione impegnativa, alla quale però anche il lettore non specialista è propenso a prestare credito. Fin dagli studi pionieristici di padre Miguel Asín Palacios, infatti, il nome di Ibn ʼArabi è stato spesso accostato a quelli di Dante Alighieri e di san Giovanni della Croce: entrambi potrebbero aver tratto ispirazione dalla vastissima opera del pensatore islamico, il cui asse portante è rappresentato dalle imponenti Rivelazioni meccane. Qui, come in molti altri suoi testi, Ibn ʼArabi descrive l’esperienza mistica come un continuo compenetrarsi di ineffabilità e misericordia, di inattingibilità della sapienza creatrice e, insieme, di percezione esatta del respiro di Dio in ogni creatura. La sua riflessione segna uno dei momenti più alti della tradizione sufi (i “sapienti” che custodiscono la dimensione spirituale dell'islam), ma non si esaurisce sul piano speculativo. Al contrario, appare inscindibile dalla vita del maestro, tanto che gli eventi esteriori finiscono per fare da specchio agli accadimenti dell'interiorità.

È questo, del resto, il presupposto da cui è partito Mohamed Hasan Alwan nel predisporre la struttura di Una piccola morte, il romanzo su lbn ʼArabi con il quale lo scrittore saudita ha ottenuto nel 2017 l’lnternational Prize for Arabic Fiction. Già tradotto in una decina di lingue, il libro arriva ora in Italia per e/o nella versione di Barbara Teresi e rappresenta un’interessante occasione d’incontro non solo con la figura del protagonista, ma anche con le tendenze e le ambizioni della letteratura araba contemporanea. Del romanzo storico, infatti, Una piccola morte assume molte convenzioni consolidate, a partire quella del manoscritto ritrovato, ma le rielabora in maniera decisamente originale. Anziché limitarsi alla trascrizione dell’immaginaria autobiografia che lbn ʼArabi avrebbe composto durante un lungo ritiro sulle montagne dell’Azerbaigian, Alwan introduce un secondo piano narrativo, che fa riferimento alle peripezie che lo stesso manoscritto compie dopo che il maestro lo ha lasciato in custodia a uno dei suoi discepoli. In questo modo, al libro tocca un pellegrinaggio per molti aspetti simile a quello dello stesso lbn ’Arabi. Un viaggio nello spazio, da una città d’Oriente all'altra, che diventa un viaggio nel tempo, attraverso gli episodi più dolorosi e illuminanti della storia dell'islam, dal Medioevo a oggi.

A garantire l'intima continuità fra le due linee di racconto provvedono le citazioni poste al principio di ognuno dei cento capitoli principali (il numero non è casuale: ai 99 nomi di Dio rivelati nel Corano si aggiunge in questo caso l’appellativo segreto, noto solo a chi è giunto ai gradi più elevati della conoscenza). Si tratta di frammenti tratti dagli scritti di lbn ’Arabi, in particolare dalla lettera sul non fare affidamento, dove si elencano in forma aforistica gli aspetti salienti della vita spirituale: «Su una luce che non mette fine al buio, su una prova che non è tribolazione, sulla sopportazione di cui non ti lamenti con Dio, non si può fare affidamento». Il fuoco prospettico si sposta così dalla successione dei fatti, che pure vengono riferiti con puntualità, alla visione soprannaturale del Barzakh, che nella dottrina sufi indica la transizione vigile da uno stato all'altro.

La vocazione di lbn ’Arabi si fonda su un primo episodio di questo tipo, grazie al quale il pensatore assiste alla sua stessa nascita, e trova coronamento nel secondo, che gli permette di essere testimone della propria morte. Sono gli estremi che racchiudono una vicenda nella quale gli eventi storici si intrecciano di continuo con la ricerca dei quattro watad, i santi-sapienti che vigilano sulle sorti di ciascuna epoca. Per portare a termine il compito al quale è chiamato, lbn ’Arabi deve incontrare ciascuno di loro, assimilarne l’insegnamento, progredire nella direzione che gli viene indicata. Per questo lascia la nativa Andalusia, dove è ormai al tramonto il regno degli Almohadi, e si dirige verso il Maghreb, esegue il rituale alla Mecca, soggiorna ad Aleppo, si spinge a Damasco, di volta in volta ammirato o perseguitato da califfi e sultani. Incontra Averroè, si innamora della sfuggente Nizam, alla quale dedica un appassionato canzoniere, ha sogni premonitori e viene rapito in estasi, senza mai essere abbandonato dal timore del fallimento. Di tappa in tappa, il suo viaggio lo porta a paragonare il mondo a una dimora molto ampia, il cui padrone – Dio – è così generoso da non pretendere che tutti seguano la stessa strada. Al contrario, esistono tanti sentieri quante sono le anime: certo, la verità ama nascondersi, ma solo perché altrimenti sarebbe troppo lampante.

Quello raffigurato in Una piccola morte (è la definizione dell’amore, ma «l’amore che finisce non è un amore») è senza dubbio il volto più tollerante dell’islam, il più dialogante. Awan lo sottolinea a più riprese, fino all'invenzione della giovane studiosa che, nella Beirut dei nostri giorni, si riavvicina a Gesù grazie alla mediazione di Ibn ’Arabi. «La verità non tollera confini», come recita uno dei suoi detti. «Sei una nuvola sul tuo sole – gli fa eco un altro –, perciò non conosci te stesso».