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Quel dipinto del Seicento che piace a Elena Ferrante

Autore: Mirella Armiero
Testata: Corriere del Mezzogiorno
Data: 8 maggio 2019

«A Napoli, tra i dipinti del Pio Monte della Misericordia – lo stesso splendido spazio che ospita il famosissimo dipinto di Caravaggio dedicato alle sette opere della misericordia – c’è un’opera che mi affascina e che vado a rivedere tutte le volte che posso». Chi è lo scrittore sedotto dal dipinto secentesco? Nientedimeno che Elena Ferrante: a sorpresa la scopriamo frequentatrice del centro storico di Napoli e dei suoi tesori artistici, abituati come siamo a immaginarla lontana dalla sua città. È lei stessa a raccontare questa sua passione in uno dei capitoli iniziali del nuovo libro, L’invenzione occasionale, edito come gli altri da e/o e appena arrivato sugli scaffali.

Cosa attira l’attenzione della scrittrice? La donna ritratta nel dipinto, nonché l’identità dell’autore. «È una figurina di suora a mani giunte, gli occhi chiusi, l’espressione estatica. Il cartiglio sulla destra dice che si tratta di “Nostra Signora de la Soledad”, opera di Ignoto del XVII secolo. La dizione “Ignoto” mi è sempre piaciuta, fin dall’adolescenza».

Per la Ferrante il fatto che non si conosca il nome del pittore non ha alcuna importanza, perché quel pittore svela la propria identità attraverso la sua opera. «Più guardo la monaca, più l’Ignoto del XVII secolo mi diventa noto», prosegue la Ferrante. «Non anagraficamente, non attraverso la sua storia di vita, ma attraverso le sue strategie espressive». In altre parole, «nello spazio dell’opera d’arte, biografia, autobiografia hanno una verità del tutto diversa da quella che attribuiamo a un curriculum vitae, a una dichiarazione dei redditi». Parole che sembrano ancora una volta motivare e rimarcare la scelta di Elena Ferrante di nascondersi dietro lo pseudonimo. Eppure in questo nuovo libro il gioco dello svelamento si fa più serrato, più incalzante, perché attraverso i brevi capitoletti (nati come articoli per il «Guardian») ci appaiono, come tessere di un mosaico, molti elementi della personalità della scrittrice. Scopriamo per esempio che a Elena Ferrante piace il tipo d’uomo alto e nodoso incarnato dall’attore Daniel Day Lewis; che ama (e rivede almeno una volta all’anno) il film «Solaris» di Tarkovskji; che ride spesso e che fuma dall’età di dodici anni! «Col caffè», scrive l’autrice, «a un certo punto ho chiuso, ma per decenni non c’è stato niente della mia esistenza che non sia stato accompagnato da una sigaretta. La gioia pura, per me, è stata scrivere fumando, fumare scrivendo».

E ancora: è una donna (se è tale) abbastanza insonne; il rapporto con la maternità è conflittuale: si definisce al tempo stesso buona madre e cattiva madre (ma questo veniva fuori con forza già dalla sua produzione letteraria). E nonostante tutte le problematiche urticanti delle sue storie e dunque del suo immaginario, non è mai andata dallo psicoanalista. In politica, Ferrante ha le idee chiare: i Cinque Stelle non sono pericolosi per la democrazia, mentre Salvini lo è. Insomma, è un ritratto articolato quello che viene fuori da queste prose pubblicate lungo il corso di un anno, da gennaio 2018 a gennaio 2019. È stata la prima volta che la scrittrice napoletana ha accettato una collaborazione giornalistica con una cadenza settimanale, nella quale — annota nell’introduzione — «è prevalso l’urto casuale tra il tema redazionale e l’urgenza della scrittura». Un’esperienza che le è piaciuta ma che comunque non ripeterebbe. I suoi lettori affezionati, in ogni caso, apprezzeranno. Dal quadro generale disegnato dai vari pezzi, Elena Ferrante ha una fisionomia più concreta. Sebbene come l’Ignoto del Seicento si lasci conoscere attraverso la sua opera, dopo questo libro la sua esistenza appare accertata e concreta.