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La voracità degli infelici

Autore: Alessandra Pigliaru
Testata: Il Manifesto
Data: 12 maggio 2019
URL: https://ilmanifesto.it/la-voracita-degli-infelici/

Giornalista tra i più affermati del Regno Unito, Matt Haig (44 anni) è consapevole di essere stato apprezzato anche come scrittore. Quando nel 2005 venne pubblicato Il patto dei Labrador che narrava la vicenda intricata di una famiglia attraverso il punto di vista del cane di casa, aveva già in progetto di proseguire in quella direzione. Seguire la via dell’inconsueto come punto di avvistamento, anche quando – qualche anno dopo – rivisita l’Amleto di Shakespeare il cui centro è però un bambino che rivede il fantasma del proprio padre morto a causa di un incidente stradale.

DA QUALCHE TEMPO a questa parte, la sua produzione si muove su altre modalità comunicative, collocandosi fra l’esigenza divulgativa e quella di partire più esplicitamente dalla propria esperienza. Dà così alle stampe nel giro di quattro anni alcuni volumi che mostrano un lato inedito della sua scrittura. «I miei libri sono considerati come manuali di self-help e non so se questa definizione mi piaccia». E se per uno scrittore possa lecitamente suonare come una diminuzione, in realtà lo sono eccome. Compreso Vita su un pianeta nervoso (edizioni e/o, pp. 408, euro 15, traduzione di Silvia Castaldi) che oggi verrà presentato al Salone del libro di Torino. È che, a differenza di una sessione motivazionale spicciola, qui vi sono le premesse per credere all’autenticità dell’autore. La premura è nei riguardi degli aspetti tecnologici che assediano l’esistenza umana, e incontrato al Lingotto ci conferma come l’idea del libro sia frutto di un «interesse iniziale verso internet e il ruolo che ha all’interno delle vite. Ho cominciato a riflettere sul paradosso delle generazioni, come quelle dei millennials, che seppure iperconnesse sono le più sole. Siamo dei consumatori immersi in una economia perenne e senza soddisfazione, per cui niente è mai abbastanza». In questo regime della bisognosità che viene messo in atto per produrre soggetti manipolabili, Matt Haig non vuole porsi come teorico né fornire letture sociopolitiche, vuole invece raccontare cosa è accaduto dopo il suo crollo nervoso avvenuto quando aveva poco più di venti anni e l’allarme che avverte ogni volta che l’ansia si ripresenta.

«MI SENTIVO in una forma di invisibilità, quando ho sperimentato la prima volta questo stato di esaurimento che però non era connotato dal sentirmi triste o rallentato, al contrario era una foga, una velocità, un precipitare nello schiacciamento di obblighi. Se prima vivevamo in piccole comunità di poche centinaia di persone, ora sono numeri che possiamo raggiungere ogni sera solo aggiornando la nostra home di Instagram. In un contesto sociale così mutato, alla sovrabbondanza di stimoli non corrisponde una tenuta di benessere per ciascuno di noi».

E SE OGGI SI PARLA tantissimo di intelligenza artificiale per supplire anche le parti mancanti del tessuto relazionale, Haig conferma che «riconoscendoci imperfetti possiamo accettare noi stessi. Anche se abbiamo perduto il piacere dell’intimità, tocchiamo in continuazione i nostri cellulari ma non sfioriamo più l’altro. Oltre al fatto di aver assegnato alle protesi tecnologiche una serie di ruoli, dall’appagare la nostra noia alla relazione che abbiamo con i nostri bambini, nelle stesse stanze a guardare il telefono. O darlo in mano a loro per tenerli sereni. Non prevediamo ancora l’entità delle conseguenze, di cosa ciò provocherà nelle future generazioni. Probabilmente niente di buono. Soggetti che staranno male, mentalmente. Ci vendono l’infelicità perché è con quella che si fanno i soldi». Oltre alla sottrazione dalle esperienze carnali, pensiamo solo al selfie che ci modifica i tratti senza alcuna ricaduta sui nostri corpi, vi è una forma di minimalismo opportuno da sperimentare. A cominciare dal lavoro, per arginarne l’aspetto tossico, Matt Haig espone un decalogo di modi per sfuggire a un crollo nervoso. «L’esortazione è quella di essere buoni verso noi stessi, abbiamo una vita sola ecco perché è preferibile rimanere fedeli a se stessi». Sono mantra? Può darsi ma sono ostinati, non barano e distillano una complessità non facile che dall’orlo di un vicolo cieco ha fatto riemergere alla vitalità.