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Il senso dell'Austria per Ernst Lothar

Autore: Silvia Lotti
Testata: Pophistory
Data: 20 maggio 2019
URL: http://www.pophistory.it/popreview/il-senso-dellaustria-per-ernst-lothar/

Tra le migliori letture fatte negli ultimi anni, ci sono i romanzi di Ernst Lothar, nome pressoché sconosciuto alle mie orecchie, ma che, in realtà, si scopre essere uno dei maggiori autori austriaci di letteratura e teatro del ‘900.

Dai suoi romanzi riesce infatti a emergere prepotentemente il senso dell’Essere Austriaco, un sentimento che nel secolo scorso ha subito fortissimi urti, dallo smembramento dell’Impero Asburgico (1918) all’annessione alla Germania nazionalsocialista di Hitler (Anschluss, 1938), con tutto quello che ne è seguito negli anni successivi.

In Italia, di Lothar, possiamo leggere tre romanzi, tutti pubblicati in anni recenti dalla casa editrice e/o, sempre molto attenta nella ricerca di autori internazionali poco conosciuti e alle tematiche storiche e culturali del Novecento. Infatti, l’autore ha scritto questi romanzi diversi decenni fa, essendo morto a Vienna nel 1974, dopo aver vissuto negli Stati Uniti a partire dal 1938 ed esserne diventato cittadino. Fu infatti costretto a lasciare l’Austria sia perché di origine ebraica, sia perché contrario alle politiche di Hitler.

La mia lettura è cominciata con l’imponente La melodia di Vienna, saga familiare che racconta di tre generazioni della famiglia Alt, comprese tra il 1888 e il 1945. Christoph Alt, il patriarca della famiglia, è un fabbricante di pianoforti di altissima qualità. Assieme alla fabbrica, Christoph fonda una grande casa di tre piani al numero 10 di Seilerstätte, nido reale e simbolico in cui si svolgono le (faticose) dinamiche familiari. Alla sua morte lascia un testamento in cui si impone ai discendenti di abitare in quella casa, pena la perdita dell’eredità. La loro vita subirà tutti gli sconvolgimenti che sta subendo l’Austria stessa: intrighi alla corte asburgica, un erede al trono che si innamora e poi si suicida, tradimenti, figli illegittimi ma amatissimi, figli legittimi ma detestati, passioni brucianti e gelide relazioni, guerre, il nazismo. Una casa come specchio di un Paese, una famiglia come specchio di un popolo.

Poi sono passata a Una viennese a Parigi, che racconta la storia di Franzi, ragazza di una nobile famiglia viennese, giovane e fresca come la narrazione del suo diario. Franzi ama la vita, ama l’Amore, sembra frivola, ma non lo è. Infatti, a Parigi si trasferisce per lavoro e per scappare dall’occupazione nazista di Vienna, dopo essersi rifiutata di votare al referendum dell’Anchluss (1938). La ragione non è la sua etnia o la sua religione, non è ebrea né appartenente ad alcuna minoranza. Solo non riesce a sopportare l’idea di assistere all’ascesa di Hitler. In Francia tutto le appare diverso: la gente è libera, nessuno teme la delazione dei vicini di casa, i teatri e i bistrot sono pieni (cit. Berlusconi). Lì conosce un affascinante giornalista, Pierre, e presto se ne innamora. Franzi è felice, eppure continua a chiedersi se sia da codardi abbandonare il proprio Paese nel momento del bisogno. Si chiede a lungo perché gli austriaci non abbiano mosso un dito contro Hitler, senza trovare risposta. Poi la guerra arriva anche in Francia, così come arrivano anche i nazisti. E in quel momento, Franzi decide di fare qualcosa.

Infine, con un po’ di pazienza, sono riuscita a leggere anche il terzo libro, Sotto un sole diverso. La storia è ambientata a Bolzano, nell’agosto del 1938 e la protagonista è sempre una famiglia, i Mumelter, fieri sudtirolesi da molte generazioni. Questa fierezza, però, si scontra con il fatto che il Sudtirolo dal 1919 è entrato a far parte dei confini italiani, per cui la popolazione cerca di resistere a un’italianizzazione forzata, salvaguardando le proprie radici e identità. In quel momento, per i cittadini della regione si è arrivati a un bivio: o lo spostamento in una qualche regione del centro-sud Italia o il “rimpatrio” nei territori del Terzo Reich. Ma né l’una né l’altra soluzione è soddisfacente, perché sarebbero entrambe un esilio forzoso. Così come si sgretolano le speranze dei sudtirolesi, così si sgretola la famiglia Mumelter, tra chi rimane deluso, chi si fa affascinare dalla retorica fascista, chi dà scandalo rimanendo incinta e chi si fa arrestare per antifascismo, fino alla deportazione forzata in Cecoslovacchia di tutti quanti.

Sicuramente non sono romanzi facili, la lettura è intensa e richiede la pazienza di ascoltare un sentimento, quello dell’Essere Austriaco, lontanissimo da noi sia nel tempo sia nel suo significato. Soprattutto nell’ultimo romanzo, da italiana, è stato quasi pietoso leggere gli sfoghi dei personaggi nei confronti del doloroso sradicamento che stavano subendo. Se l’abbandono del proprio Paese d’origine è faticoso adesso, in un mondo tutto sommato globalizzato anche nelle sue periferie (o almeno apparentemente), figurarsi come lo poteva essere per semplici persone vissute nella prima metà del ‘900, quando i nazionalismi erano decisamente imperanti, nel bene e nel male. Di conseguenza anche le identità e le appartenenze erano più dense e concentrate. Il novantenne Mumelter, nato nel 1847 sotto l’imperatore Ferdinando I d’Asburgo, come può concepire di essere governato da Mussolini?

«È una vergogna…Quel maledetto treno ha tre quarti d’ora di ritardo. Perché, poi? Mai che un treno arrivi puntuale in questo paese, lo stesso vale per la posta, la legna è bagnata, le mele Calvilla gelano, va tutto a rotoli!» […] Riccarda Mumelter […] Ride perché sa con quale gusto inveisca il vecchio. Rifiorisce quando scopre qualcosa che, paragonata a com’era prima del 1918, mette in buona luce la monarchia asburgica, le dà la caccia come un collezionista di farfalle e la infilza trionfante con lo spillo del proprio disprezzo.[1]

Ma alla fine si riesce ad arrivare all’ultima riga, perché significa semplicemente ascoltare altri esseri umani, complessi grovigli di sentimenti quali siamo. Famiglia, Amore, Identità, Patria sono tutti macigni che Lothar mette sul piatto e che cerca di dipanare e spiegare, soprattutto alla luce di anni non semplici per la popolazione europea, in cui tutte queste parole sono state stravolte dalla propaganda e dalla politica. Per questo sono storie “pesanti”, perché le vite e le storie comuni sono appesantite dai grandi eventi di quegli anni e ne sono condizionate.