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L’Europa di Gaudé: più libri, meno collera

Autore: Eugenio Giannetta
Testata: Avvenire
Data: 18 maggio 2019

Le elezioni europee sono alle porte, ma non importa tanto il quando, quanto il come ci arriveremo. Sì, perché in questo momento in cui diversi paesi sembrano voler fare marcia indietro rispetto all’Europa, e alcuni l’hanno fatta è necessario più che mai dotarsi di sguardo lucido e ideali solidi. Come? Con la letteratura. Nasce con questo presupposto Noi, l’Europa (edizioni e/o, pagine 213, euro 15), del premio Gouncort Laurent Gaudé. E come questo, altri libri in questo periodo hanno parlato di Europa, seppur con modi e temi diversi: La capitale di Menasse, ad esempio, ma anche Sintomi morbosi dello storico Donald Sassoon, oppure Come sfasciare un paese in sette mosse, della turca Ece Temelkuran.

Gaudè centra il punto con metodo, senza arretrare di un passo. Lo scrittore francese ripercorre il racconto che ha portato all’Europa così come la conosciamo da che era solo un’idea fissandone la nascita nel 1848. Ne racconta sforzi, vacillamenti e crepe, in una sorta di poema in prosa, perché quando si vuole raccontare una storia con precisione, è la lingua della poesia quella che più si avvicina alla precisione richiesta, perché contrariamente a quanto si creda la poesia non è indefinita e sentimentale, semmai il contrario. Ed è proprio quando tutto il resto del linguaggio è stato ripulito, che emerge levigata l’ossatura di parole necessarie. Gaudé le mette in fila, quasi come un elenco. E un po’ come capita in Reality di Szczygiel,: accumula, non inventa, indaga e racconta fatti, che sono naturale evoluzione di un percorso, e assumono condizione di eccezionalità, se guardati a ritroso.

Perché l’Europa? Cos’è l’Europa? Qual è il senso di scrivere? Le risposte sono, in verità, nell’ultima domanda, che ha doppia funzione di formare il dubbio e risolverlo, in un’attenta riflessione alla vigilia delle elezioni, ma anche in un’utile guida a chi siamo e saremo, qualunque sarà l’esito finale. Il percorso è sempre lo stesso: la democrazia svanisce laddove la realtà si alimenta di interessi, diversità non tollerate, precarietà lavorative, disgregazione economica e sociale. Dove nasce e cresce un senso diffuso di crisi, proliferano disuguaglianze e sfiducia. Lì viene dimenticato il passato, e la costruzione dell’idea di cultura comune a cui ha aspirato. Gaudé auspica che l’Europa unita a tavolino, possa alimentarsi invece di passioni condivise e superamento degli egoismi. Da Mazzini e Hugo, passando per la rivoluzione industriale, guerre, totalitarismi e genocidi. L’unione voleva e vuole un superamento, voci che si illuminano contro le divisioni. Gaudé pensa a un’Europa che non significhi riunione d’affari, ma d’intenti: «Moltiplicate le tele, i libri, le poesie!», per un’Europa plurale, senza «mani sporche di sangue e di compromessi». «Tutto va troppo veloce» e «non ci sono gioie di lunga durata nella storia», ma non provarci è tutto sommato peggio, perché di fatto «i cittadini volevano la pace. Oggi ce l’hanno. E la democrazia parlamentare li annoia. Vogliono un capo, un uomo forte... ma dove portano i capi? Lo sappiamo [...]. Il territorio è vasto e noi non ci conosciamo. Dobbiamo attraversarlo, sentirci europei per i chilometri percorsi». Gaudé infine si dice in "collera" per i rifugiati che muoiono nel Mediterraneo, per i porti chiusi, per l’egoismo delle nazioni, e si chiede: «Siamo così fragili?». Chissà la risposta non sia proprio nelle prossimi europee.