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Lo sguardo globale

Autore: Claudia Durastanti
Testata: La Repubblica - Robinson
Data: 25 maggio 2019

Per chi vive all’estero esistono due Elena Ferrante. Una è un’autrice dedita al domestico che esotizza l’Italia senza portarne la lingua in primo piano e opera in un universo tematico di retroguardia. L’altra è un’autrice moderna, di un femminismo austero e radicale e dalle sottotrame quasi “d’anticipazione”. La prima è Elena Ferrante vista dai suoi connazionali, l’altra è l’Elena Ferrante del mondo anglosassone, selezionata dai giudici del Man Booker International perché la disgregazione del tessuto sociale e politico descritta in maniera cupissima nell’Amica geniale è uno dei pochi esempi di letteratura contemporanea in grado di restituire la metastasi antidemocratica dei paesi occidentali. Di retroguardia o d’anticipazione, domestica o radicale, italiana o soltanto globale, come conciliare le due scrittrici?

Quando nel 2018 Ferrante è diventata una presenza sul Guardian, è andata a parlare anche per i lettori italiani residenti all’estero, scissi tra la provincializzazione della cultura di appartenenza e il desiderio, spesso frustrato, di farne emergere gli aspetti più febbrili. La collaborazione col giornale non è nata senza preoccupazioni: da sempre abituata a ragionare sul suo metodo di lavoro, nella prefazione de L’invenzione occasionale l’autrice ammette di temere l’udienza regolare concessa agli intellettuali per i rischi che comporta; la stanchezza congenita del formato va a frantumare la scrittura. È per questo che l’esperimento dura un anno, e che Ferrante trasforma il rischio in un argomento. Ponendosi una domanda che in realtà riguarda tutti i suoi libri: cosa resta alla prosa dopo una profonda immersione nell’ordinario? Senza il ricatto dell’attualità da commentare, cosa c’è nell’esperienza di una donna, di una scrittrice, che merita la letteratura? Usando una sua immagine tipica — «calare un secchio in fretta dentro qualche fondo scuro della mia testa», Ferrante decide di scheletrizzarsi. Accusata di avere una lingua troppo traducibile ed esportabile, qui va a illustrare i meriti di una prosa così piana, sempre tentata dal mito anche nella dimensione circostanziale di un giornale: succede nella descrizione del primo amore, chiusa con una formula di rara eleganza, «Ciò che siamo state all’origine è solo una macchia confusa di colore contemplata dalla sponda di ciò che siamo diventate». Esiste il pregiudizio che la letteratura italiana non abbia in sé i codici del personal essay, e che la lingua di giornali e riviste sia fulminante nel paradosso e nell’invettiva. È il motivo per cui il lavoro saggistico di Natalia Ginzburg è passato in secondo piano, mentre la sua riscoperta in lingua inglese grazie a The Little Virtues ha facilitato il recupero di una “domesticità straniera” dedicata al pensiero quotidiano. C’è questa “domesticità straniera” anche in Ferrante, capace di andare fuori da sé anche quando questo sé è molto stabile e collocato in una precisa tradizione politica e culturale, per quanto modellata in solitudine, e con furia. L’autrice va fuori da sé quando invita le figlie a scacciare il tempo della madre per fare spazio al loro, quando confessa di non amare i giovani che non amano il proprio tempo. Invitando le nuove generazioni a sabotarla, Ferrante rifiuta la nostalgia, e per questo dobbiamo esserle grati.

L’invenzione occasionale dimostra che quelle due scrittrici esistono e sono in un rapporto di perenne amore e conflitto: è vera la radicalità, vera la provincia, è vero il domestico ed è vera la feroce apertura al mondo. Sembra un esercizio quieto, ma non c’è nulla di quieto nel tenere insieme il doppio, Anzi: è una delle ragioni più profonde per cui si fa letteratura.