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Paralizzata sulla banchisa: la violenza nella narrazione di Adélaïde Bon

Autore: Carolina Pernigo
Testata: CriticaLetteraria
Data: 10 giugno 2019
URL: https://www.criticaletteraria.org/2019/06/adelaide-bon-la-bambina-sulla-banchisa.html

Adélaïde ha solo nove anni quando fa esperienza del male, delle molestie, e non si accorge delle meduse che si infilano, silenziose e mortifere, dentro di lei. Negli anni seguenti, mentre la bambina diventa una ragazza, e poi una donna, le meduse proliferano, la paralizzano, condizionano il suo agire, non cessano di allungare i loro tentacoli negli angoli più reconditi del suo essere. E più la giovane soffre e si sente soffocare, più finge serenità, indossa maschere, assume identità diverse dalla propria per non doversi guardare in faccia. La violenza subita e presto rimossa, occultata del desiderio di normalità della famiglia, da una facciata di gioia ostentata, da una vergogna corrosiva che agisce dall’interno, continua a operare inavvertita – anche se a volte le meduse si rifanno vive con prepotenza, nella forma di sogni spaventosi, atti di autolesionismo, disprezzo di sé, estraneità rispetto al proprio corpo. È come se la piccola Adélaïde fosse rimasta congelata in fondo alla sua coscienza, “piccola e persa e ghiacciata, in piedi in un immenso deserto bianco, ad aspettare” (p. 55): è la bambina sulla banchisa, dimenticata, e dovranno passare anni prima che la vittima, ormai adulta, riesca a raggiungerla, a ritrovare una comunicazione con lei.

La narratrice ne parla in terza persona, ma a volte passa al tu, rivolgendosi in tono dolente alla bambina che è stata, altre all'io, per ricordarci quello che è diventata. Una narrazione di grande spessore, formale e contenutistico, che colpisce e commuove senza cedere un passo alla commiserazione, alla retorica.

Quella che si dispiega tra le pagine è la cronistoria agghiacciante, chirurgica, di una lotta che si protrae per anni. L’Adélaïde adolescente, goffa e solitaria, che non si comprende, non si ama, ed “è esausta a furia di sforzarsi, di indossare ogni mattina quel corpo appeso sopra al suo letto come un appendiabiti” (p. 45). L’ Adélaïde ventenne, che non trova la sua strada, non riesce a lasciarsi amare, viene divorata dall’inquietudine, finisce per coincidere con le sue meduse: “s’ingozza di cibo per dimenticarsi, per inghiottirsi nelle pieghe rotonde della sua stessa ciccia, per diventare un ammasso gelatinoso e inutile, una grossa medusa spiaggiata su uno scoglio” (p. 48).

L'Adélaïde trentenne si innamora, si sposa, impara a lasciarsi andare e a volersi più bene, insieme a un uomo delicato che, come lei, deve fare i conti con il "mostro che si invitava ogni sera nel loro letto" (p. 90) trasformando una relazione sentimentale in un triangolo torbido. La gravidanza che presto arriva è destabilizzante, si deve trovare un modo inedito per dominare le meduse, ma in qualche modo la giovane donna riesce a ritrovare un equilibrio. Almeno fino a quanto, una sera, nel centro geometrico del romanzo, una telefonata arriva a spiazzare ogni certezza: ventidue anni dopo la denuncia di molestie, un uomo è stato fermato. È consolante sapere di non essere stata dimenticata, così come poter finalmente riesumare l'elefante nascosto sotto al tappeto: riappropriarsi della prima persona singolare per narrare nella sua compiutezza una storia che non si ha mai avuto il coraggio di raccontare, e che i famigliari – pur amorevoli – hanno per troppo tempo preferito ignorare.

Nella scrittura di Adélaïde Bon, in questo romanzo teso e incalzante, c'è qualcosa che ricorda la prosa scabra e violenta de I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante (qui la recensione), lo stesso desiderio di scarnificarsi, di mettere a nudo i nervi, le ossa, i sentimenti più nascosti. Nel momento in cui viene identificato un colpevole, la vittima inizia a ricostruire la verità del suo passato, e la ripresa passa dapprima attraverso una necessaria riqualificazione delle parole: da molestie a stupro, dalle meduse ai sintomi, dall'angoscia esistenziale allo stress post-traumatico, l'autolesionismo, l'iperfagia bulimica, termini finalmente in grado di dire e di curare:

Le meduse sono l'evidenza medica di ciò che lui le ha fatto. Non sono pazza, non sono spregevole, non sono debole, non sono violenta. Semplicemente, un giorno di maggio, un uomo mi ha presa e mi ha divorata. (p. 118)

È importante dare alle cose il giusto nome, perché sono le parole che ci definiscono, ci qualificano, ci rendono accessibile il reale, e usare parole sbagliate produce un rovesciamento nell'ordine generale delle cose - "quando le parole mentono, quando sostituiamo nemico con amico, violenza con piacere, [...] vittima con colpevole, l'orizzonte diventa un filo spinato che impedisce qualsiasi tipo di fuga" (p. 121). Allo stesso tempo, è stato proprio attraverso le parole che l'orco, in piena consapevolezza, con la fredda determinazione del sadico manipolatore, ha intessuto la sua trama: le parole-bugia per attirare, le parole-veleno per paralizzare, infine le parole-catena per costruire un legame tossico e apparentemente indissolubile con le sue prede. Le considerazioni che la narratrice fa, oscillando con sempre maggiore frequenza tra la narrazione e la riflessione a posteriori, sono precise, pungenti, critiche: la guarigione è un processo elitario, come ci dice senza mezzi termini. “Ho speso una fortuna di ore e di soldi per arrivare fino a qui. [...] Se non fossi nata con un cucchiaio d'argento in bocca sarei di sicuro morta da tanto tempo". La chiarezza lampante di tale asserzione diventa evidente appena si fanno i conti:

226 sedute di terapia individuale, 39 sedute di terapia di gruppo, 21 giornate di costellazione familiare, 146 sedute di yoga della voce, 118 sedute di terapia corporea, 58 lezioni di metodo Feldenkrais, 16 consulti da diversi nutrizionisti, 37 sedute di osteopatia e di altri metodi. Senza contare i laboratori di teatro o i corsi di yoga e quelli di pilates, le migliaia di ore passate a tentare di sentire di nuovo il suo corpo, né i corsi di canto o di tromba a cercare di ritrovare il respiro, o i saggi, le testimonianze, i libri di crescita personale, i siti Internet, tutto quel tempo passato a fare luce sulla sua infinita tristezza. (p. 113) Si inizia a intuire più chiaramente uno degli obiettivi del romanzo: quello della denuncia, l'informazione, la comunicazione.

Aver subito delle violenze sessuali nell'infanzia rimane il principale determinante della propria salute cinquant'anni dopo e può far perdere fino a vent'anni in termini di speranza di vita. Come può essere che nella nostra società super informata questi dati non circolino? (p. 116) Con lo scorrere del romanzo, mentre assistiamo alla giustizia che, seppur tardivamente, fa il suo corso, Adélaïde lancia strali più precisi: nel suo caso, le cose si sono sistemate perché una serie di fattori positivi, di "fortune", hanno trovato un giusto incastro. Troppi però sono i contesti in cui non è così, in cui il molestatore si nasconde all'interno della famiglia, nei luoghi in cui il bambino dovrebbe essere protetto; troppo spesso la donna viene accusata, diffamata, colpevolizzata, umiliata. La società è ancora troppo legata a una mentalità maschilista e troppe volte ci si dimentica che la violenza è connaturata alle società umane, celata appena sotto la superficie.

Una duplice esigenza muove dunque la narrazione: prima di tutto, la rielaborazione e l’accettazione di quel che è stato; per liberarsi è necessario infatti guardare in faccia “l’uomo delle scale”, riconoscere quanto è stato celato – e quanti condizionamenti ne sono derivati: quali che siano le consegne o i vincoli, in modo diretto o indiretto lei scrive sempre del pomeriggio di maggio dei suoi nove anni e di lui […] Sei tu, è la tua legge che regna nel mio busto e che governa la mia gola. Perché da quel giorno e da quei minuti fuori di me, sono tua. O meglio tu sei dentro di me, perché non so più quale sia la differenza. […] Solo scrivere di te può restituirmi la voce. (p. 101, 102)

In secondo luogo, ma altrettanto importante per la scrivente, è svelare una realtà di cui si conosce troppo poco e rispetto alla quale lo Stato e le istituzioni non sono sufficientemente preparati, le procedure giudiziarie non abbastanza aggiornate. La voce della donna, nell'ultima sezione del testo, si fa più forte per denunciare una necessità di cambiamento, perché non sia più vero che "in Francia si può distruggere la vita di una donna al prezzo di un'auto di seconda mano" (p. 199). La tesi viene sostenuta attraverso una dettagliata revisione del processo, in cui alla burocrazia si sovrappone ben presto l’empatia per le altre, molteplici vittime del mostro. Nel corso del dibattito, in un capitolo toccante e spietato, le loro voci si sovrappongono, nel delineare la ferocia assoluta e indifferente del carnefice.

Solo nel momento in cui Adélaïde riuscirà a vedere l'imputato per quello che è, a scorporarlo da sé, si sentirà finalmente libera e potrà raddrizzare sguardo e spalle. Per troppo tempo è rimasta infatti paralizzata sulla banchisa, nel freddo gelato e immutabile dei suoi nove anni, per troppo ha visto i lineamenti del mostro mescolati ai suoi. È necessario tracciare giorno per giorno l'andamento del processo perché, per le vittime presenti, si tratta di una tappa fondamentale del percorso di guarigione: essere riconosciute nel loro trauma e nel loro dolore, ricevere giustizia, ritrovare un giusto ordine. Forse anche grazie a questo progressivo esorcismo del male la narratrice può iniziare a rivolgersi direttamente a Giovanni Costa, ladro e stupratore, per chiedergli conto del suo agire, inchiodarlo alle sue responsabilità: "tocca te adesso essere rinchiuso, Giovanni, a te portare tutto il peso del tuo odio" (p. 197). Sarebbe semplicistico e limitante volere a tutti i costi trovare una conclusione ottimistica allo scritto di Adélaïde Bon. Quella che ci si può aspettare piuttosto, e si trova in una prosa che non perde mai nettezza e onestà, è una sorta di pacificazione. Un tributo, doloroso e dovuto, alla bambina sulla banchisa.