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I social network ci hanno resi più nervosi?

Autore: Letizia Giangualano
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 21 luglio 2019
URL: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2019/07/21/social-network-ci-resi-piu-nervosi/

Sto nervosa. Ansia. Mai una gioia.

Stavo nervosa, adesso esaurita.

Vi è già capitato di vedere magliette con queste scritte indossate da ragazzine preadolescenti? Io le ho viste in vendita al mercato, alla bancarella degli abiti per bambini, reparto quasi adulti. O troppo adulti, sarebbe meglio dire. Si fa per scherzare, forse. È il contrasto tra l’affermazione e l’età di chi la indossa a rendere la maglietta comica, forse. Io però ho sentito un sapore amaro in bocca quando le ho viste, e credo sia colpa (o merito) del libro che sto leggendo.

“Vita su un pianeta nervoso” di Matt Haig, in casa mia ormai è chiamato affettuosamente “il libro arancione”. L’ho pescato io, ma ha cominciato a leggerlo prima mio marito e l’idea che mi sono fatta è che accettare la verità che contiene costi una fatica direttamente proporzionale al grado di dipendenza dai social che abbiamo. Mio marito, che scrive un post su Facebook ogni sei mesi e non usa altri canali social, lo ha adorato da pagina 3. Io sono dovuta arrivare intorno a pagina 150. Se mi sono spinta così in là nella lettura senza abbandonarlo prima, è stato un po’ per amor di sfida verso mio marito e i suoi “Metti via quel cellulare”, ma un po’ anche perchè avevo già amato Haig con il suo splendido “Il patto dei labrador”. E il paragrafo che mi ha fatta capitolare è questo:

“Possiamo accogliere la vita in tutta la sua ampiezza di banda. Certo, siamo incasinati. Ma il casino è la nostra forza. E in questo Internet può essere nostra alleata, non nostra nemica. Può essere quello che vogliamo noi. Può portarci ovunque scegliamo di andare. Dobbiamo solo assicurarci di essere noi a compiere la scelta, non la tecnologia.”

Questo libro non è un saggio sulla tecnologia o su come siano cambiati la società e il nostro modo di comunicare con l’avvento degli smartphone e dei social network. L’argomento, di fatto, è questo. Ma l’autore compie una spietata autoanalisi mettendo a nudo la propria sindrome ansiosa, raccontando i propri attacchi di panico, snocciolando i momenti della propria vita in cui si è lasciato prendere la mano dalla vita on-line causando un fatale scollamento con la sua stessa identità off-line. Si immerge nelle profondità delle dinamiche costruite dalla tecnologia per osservare quanto siano lontane da un modo di vivere sano, naturale e sereno. E l’imputato non è solo internet: Haig si spinge fino all’invenzione dell’orologio per osservare i modi in cui l’innovazione tecnica cambia le nostre abitudini spingendo sempre più in là la soglia dello stress e rendendoci, di fatto, sempre più nervosi. Ansiosi. Tristi.

Non che l’autore proponga soluzioni: sia chiaro che questo non è nemmeno un testo spirituale su come trovare la pace in questa società nervosa. Anzi, siamo di fronte al negativo di un’illuminazione spirituale. L’autore non ci dice dove trovare lo zen, ma racconta dove sicuramente non sta. Per esempio in un supermercato. Partendo dalla statistica secondo cui chi soffre di attacchi di panico molto spesso ne ha all’interno dei supermercati, analizza il luogo spiegando come il suo essere un non-luogo, innaturale, de-realizzato, contribuisca a disintegrare il senso di identità di chi già vive nella fragilità di una psiche ansiosa. “Gli oggetti all’interno di un supermercato non sono oggetti normali. Sono prodotti a marchio. Mentre i prodotti vivono in uno spazio fisico, i marchi sono alla ricerca del nostro spazio mentale. Tentano di entrarci nella mente”. E siccome siamo tutt’altro che stupidi, l’intuizione della costante manipolazione a cui siamo sottoposti ci toglie quel senso di consapevolezza che è il solo vero rimedio che abbiamo contro gli stati d’ansia.

Va detto, a questo punto, che lo scopo del libro è l’ottimismo. Haig scrive che “non dobbiamo mai pensare, sia individualmente sia a livello culturale, che esista un’unica versione inevitabile del futuro. Il futuro lo plasmiamo noi”. Ecco perchè è il caso che tutti, a partire dal grado di dipendenza a cui siamo arrivati, ci facciamo delle domande sull’abuso della tecnologia. E questo libro è un ottimo alleato: sia perchè offre delle pillole di consapevolezza che non affaticano la nostra capacità di concentrazione, già messa alla prova da internet. Sia perchè, in quanto libro, è meravigliosamente analogico.