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“Terra violata” di Mohamed Mbougar Sarr

Autore: Felice Laudadio
Testata: Sololibri
Data: 31 luglio 2019

Un ragazzo e una ragazza, nudi, torturati, vengono spinti verso il luogo dell’esecuzione. Hanno vent’anni, sono belli, non sono sposati, si amano. Per la Sharjah è gravissimo: sono impuri. I genitori li rinnegano pubblicamente. La legge islamica non riconosce i sentimenti: Mohamed Mbougar Sarr lo denuncia nel suo romanzo, “Terra violata”, proposto in Italia dalle Edizioni E/O (febbraio 2019, 236 pagine, 18 euro) nella traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca.

Lo scrittore, nemmeno trentenne, è senegalese. Figlio di un medico e cresciuto in una famiglia molto numerosa a Diourbel, capoluogo della regione omonima a 150 km dalla capitale Dakar, ha studiato in Francia, specializzandosi nella scuola di Alti Studi in Scienze sociali. È sostenuta, perciò, da una solida preparazione la sensibilità nei confronti dei temi socio-politici e politico-religiosi che sviluppa nel romanzo. Come si è visto in avvio del racconto, in uno stato islamico chi trasgredisce la legge di Allah merita la morte, secondo il Corano. Abdel Karim sa bene che la folla che gremisce la piazza di Kalep vuole vedere morire. Il colosso barbuto col cranio pelato e senza turbante prolunga volutamente l’attesa, per far lievitare la tensione. E arringa la folla:

la legge coranica e l’unica via della salvezza, nessuno pensi che l’Occidente abbia ragione quando considera la Sharjah una barbarie. L’unica che vale per noi è la legge di dio, che Allah bruci gli occidentali peccatori e salvi i credenti.

I due ragazzi inginocchiati sono raggiunti da tre pallottole ciascuno. Cadono. Non si stringono più la mano. L’amore è peccato mortale per i musulmani fanatici. E non è l’unico pregiudizio. Uccidono i cani, li considerano animali satanici, ammucchiano le povere carcasse e le danno alle fiamme. Televisione e radio trasmettono solo versetti del Corano salmodiati da voci monotone e volti inespressivi. Quando non citano la Scrittura, ripetono insistentemente di unirsi alla Fratellanza, che ha occupato lo Stato del Sumal per trasformarlo in una “terra di pace”, in cui ognuno non abbia altro scopo che servire Dio. Il comandante delle truppe a Kalep, città di questa provincia del nord, è il gigante spietato Abdel Karim Konatè, un integralista islamico invasato di fondamentalismo.

La Fratellanza è il futuro, Dio è con noi!

Lo Jambar è l’unico locale aperto anche di notte, perché frequentato dai miliziani della Fratellanza e dalle pattuglie notturne. Vanno a divertirsi, dopo qualche combattimento fortunato o lapidazioni ben eseguite, commentando chiassosamente le imprese. Sotto di loro, nella cantina ricavata in una caverna, si riunisce la resistenza, ideologica, non armata. Sono musulmani non fondamentalisti, normali fedeli che non vogliono condividere la barbarie dittatoriale di chi dice di agire in nome di dio, tradendo invece la sua misericordia. Maramine è contro i fanatici, perché contesta la scomparsa del linguaggio. La Fratellanza ha tolto la parola alla gente. Come ogni regime autoritario, convince le persone di saper esprimere ancora meglio il loro stesso pensiero e la propaganda fa credere che senza libertà di parola si possa vivere felici, tanto badano a tutto loro. È un medico, lavora nell’ospedale di Kalep, ha incontrato il proprietario dello Jambar in uno dei vagabondaggi notturni per le strade, in preda al senso di colpa per non sapersi opporre alle uccisioni di gente innocente o colpevole solo agli occhi degli integralisti. Con Badji si sono trovati istintivamente in sintonia e la cantina sotto il locale è stata messa a disposizione del gruppo riunito dal medico.

Aveva passato la voce ad amici che sapeva lo avrebbero aiutato. Dopo un anno e nonostante il continuo pericolo di venire scoperti è arrivato il momento di passare all’azione. In quattro hanno risposto: l’amico di gioventù Dethie, ideologo e docente universitario; la moglie Codol, timida, ma motivata e capace; Ngone, una giovane bellissima informatica, spirito indomito; l’infermiere Alioune, un ragazzo già vecchio che crede nella poesia, ma non più negli uomini e non si arrende all’ingiustizia. A loro si aggiunge Vecchio Faye, quarantenne di un paese vicino, un agitato, sempre in stato febbrile. Dethie è la libertà, Codol la giustizia, Ngone l’uguaglianza, Alioune la bellezza, Vecchio Faye il rifiuto, Badji il mistero. E lui, Maramine? Decidono di fare un giornale clandestino, lo diffondono e gli islamisti, non potendo colpire i redattori, puniscono chi viene sorpreso a leggerlo. Questo pone un problema di coscienza ai resistenti: possono continuare in nome della libertà, sapendo di esporre la gente?

È un libro di una crudezza oggettiva, ma di una bellezza sconvolgente. L’autore fa parlare le vittime, con grande coinvolgimento emotivo. Fa’ rabbia la brutalità degli aguzzini in nome di una religione. Nessun narratore ci ha mai messo altrettanto in allarme sul destino liberticida che attenderebbe la società occidentale se si dovesse realizzare l’obiettivo della Guerra Santa: fare del pianeta un enorme stato islamico.