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Che avventura dare la caccia al tesoro perduto di Mazzarino

Autore: Stenio Solinas
Testata: Il Giornale
Data: 13 agosto 2019
URL: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/che-avventura-dare-caccia-tesoro-perduto-mazzarino-1739639.html

In un'isola immaginaria, Mornesey, ma che fa il verso alle cosiddette Channel Islands di quel tratto di mare in cui la Normandia e la Bretagna parlano inglese, potrebbe nascondersi un tesoro.

Lo nascose lì, stando ai rumors dell'epoca raccolti da Madame de Sevigné nelle sue lettere, il cardinale Mazzarino, politico di spicco e, soprattutto, l'uomo che difese il bambino Luigi XIV, non ancora il re Sole, dalla fronda aristocratica che mirava a buttarlo giù dal trono. Era il secolo XVII e da allora del tesoro, «una fonte inesauribile di ricchezza per cui la corte andava pazza», si sono perse le tracce: con la Rivoluzione francese, da isola prospera Mornesey venne trasformata in bagno penale e come tale si mantenne sino alla prima metà del Novecento, non più Isola del Tesoro, ma Isola dei Briganti...

È solo con l'avvento del turismo di massa che le cose sono cambiate, la speculazione edilizia è divenuta la nuova fonte di ricchezza e i resti architettonici dell'epoca mazzariniana, abbazia, forte, cittadella, l'oggetto del contendere fra costruttori senza scrupoli che li vorrebbero radere al suolo per farne terreno edificabile e storici e archeologi che vorrebbero difendere l'antico splendore. Fra di essi, il trentenne Jean Remy, convinto oltretutto che quelle di Madame de Sevigné non fossero chiacchiere campate in aria e che il tesoro dell'astuto quanto avido cardinale sia ancora lì, magari nei sotterranei fatti costruire da quest'ultimo e che si diramano lungo tutto il perimetro dell'antica cinta per poi sbucare sulla costa orientale, nella località chiamata I Sanguinari... È onesto Remy, e non insegue l'odore dei soldi, quanto il sapore della gloria. È uno studioso e un amante dell'isola, vuole preservarla e riconsegnarla alla storia. Non avrà fortuna: i suoi scavi vengono sabotati, degli operai muoiono, si assume colpe non sue, scompare con la sua barca in mare. Lascia un figlio di sei anni, Colin, che, dieci anni dopo, in vacanza per la prima volta da allora proprio a Mornesey, pensa di riconoscerlo in mezzo alla folla che ingombra il porto: è vivo? E se sì, perché in quel decennio si è finto morto?

La follia Mazzarino (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, 477 pagine, 17 euro), di Michel Bussi, si intitolava nell'edizione originale francese Sang-famille, titolo che evocava il Senza famiglia di Hector Malot, un classico della letteratura per ragazzi, modificando però il senza in sangue, i legami di sangue fra padre e figlio e, più generalmente, il sangue che attraversa una famiglia, un intreccio di legami puri e impuri che fa da contorno alla storia. Colin non è solo orfano di padre: in un incidente di macchina è successivamente morta anche la madre, Anne, e così è stato adottato dagli zii, ma nel breve tempo in cui Anne ha potuto allevarlo gli ha sempre detto che un giorno avrebbe rincontrato quel padre sparito nell'oceano... È anche per questo che il ragazzo non si è stupito più di tanto quando lo ha riconosciuto fra la folla... È anche per questo che è pronto ad ascoltarne le giustificazioni, è ansioso di sapere la verità.

Michel Bussi è un giallista molto noto in Francia, ma La follia Mazzarino è qualcosa di più, anzi, molto di più, di un giallo ben costruito, colpi di scena e agnizioni, montaggio cronologico a più voci con tanto di flash back, psicologie ben tratteggiate, ritmo sostenuto. È un romanzo di formazione che si rifà al più classico e insieme al più insuperabile dei libri in materia, vale a dire L'Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson. Come Jim Hawkins, anche Colin Remy va spavaldamente quanto paurosamente incontro all'ignoto, come lui viene tradito, come lui non perde mai la speranza anche quando la realtà sembra far di tutto per negargliela. Di diverso, forse, c'è il non fidarsi degli adulti, eccezion fatta per il padre, e in questo Bussi si mostra al passo con i suoi tempi, l'accelerazione dell'adolescenza da un lato, lo status di giovane e il relativo disprezzo per i vecchi, categoria indistinta che per un sedicenne comprende un trentenne come un sessantenne, e che all'epoca in cui Stevenson ambientò il suo capolavoro non esisteva, se non all'incontrario, ovvero l'inconsistenza e la non percezione del mondo giovanile a petto dei diritti e del dominio della maturità. Il fascino di Jim Hawkins nasceva proprio da questo, un ragazzo che agiva con l'autonomia di un adulto, mantenendo però la freschezza propria dell'età.

Altro rovesciamento è il tema della caccia al tesoro, che nel romanzo di Stevenson univa il senso di avventura e di cupidigia dei grandi alla fantasia e al senso di meraviglia del più giovane protagonista, e che in La follia Mazzarino riguarda solo di sfuggita il sedicenne Colin e due suoi coetanei che si ritrovano a spalleggiarlo. Per il primo, soprattutto, il tesoro è la ricomparsa-scoperta del padre, il riappropriarsi di qualcosa che era suo e che gli era stato portato via. Il resto, tutto il resto, mappe, perlustrazioni, calcoli, è secondario. La «follia Mazzarino» è invece proprio il motore che muove ogni passo del mondo degli adulti, che giustifica ogni tradimento e ogni orrore.

Geografo, materia che insegna all'università di Rouen, Bussi costruisce un romanzo dove i tocchi di fantasia, un'isola inventata, una lettera mai scritta, si inseriscono perfettamente nella cornice storica che fa da sfondo. Le isole del Canale della Manica hanno visto nel corso dei secoli un alternarsi di dominazione francese e di dominazione inglese e persino tedesca durante la Seconda guerra mondiale, per poi trasformarsi alla metà del Novecento in paradisi fiscali, incongrui residui di feudalità, nuove mete turistiche, paradisi per gli amanti della vela... Bussi le fa rivivere con l'aggiunta di un tocco d'umorismo che stempera la crudeltà e la gravità della storia, perché poi quella di Colin è la ricerca di un'identità, la voglia di sapere e sapendo chiudere quella parte della sua vita che è la sua esistenza di ragazzo, i detriti della sua giovinezza. Bussi riesce nel delicato equilibrio di scrivere un libro intergenerazionale, senza bamboleggiamenti infantili, senza grandguignol per palati a cui l'eccesso di violenza ha tolto la sensibilità del gusto.