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Paolo Teobaldi, Arenaria

Autore: Mario Barenghi
Testata: Doppiozero
Data: 20 agosto 2019
URL: https://www.doppiozero.com/materiali/paolo-teobaldi-arenaria

Una delle tradizioni prosastiche più antiche consiste nelle memorie per i discendenti. A questo filone appartengono i «libri di famiglia» dei primi secoli, i «ricordi» intesi come cose o fatti non «ricordati», ma «da ricordare» (e qui annoveriamo grazie a Guicciardini uno dei capolavori della nostra letteratura), nonché le memorie intime indirizzate a una singola persona, come il settecentesco Manoscritto per Teresa di Pietro Verri. Paolo Teobaldi, classe 1947, per molti anni insegnante di italiano (di quelli che hanno non solo tenuto in piedi, ma onorato la nostra scuola), narratore affermato e – a quanto pare – recente nonno, dedica alla nipotina Julie un libro che rievoca il panorama sociale, umano, geografico della natia Pesaro, dal tempo degli avi fino al secondo dopoguerra. In particolare, oggetto della narrazione è il Monte San Bartolo, oggi parco naturale regionale, che sorge a nord della città. Il titolo Arenaria mette in primo piano la peculiarità geologica di questo complesso di alture, interessate da fenomeni di erosione che nel corso degli ultimi decenni hanno mutato sensibilmente il profilo della costa. Il libro è suddiviso in capitoli, forniti di titolo e sottotitolo altimetrico, con eventuale specifica supplementare: ad esempio, Capitolo I / La casa sull’acqua / Quota topografica: -cm 50 slm; oppure Capitolo V / La casa del Cantante / Quota topografica: m 150 slm (a vernìo); o ancora Capitolo VIII / La Croce / Quote topografiche: da m 100 a m 180 slm (con saliscendi).

Il fenomeno che s’impone con maggior evidenza – ma che per la verità tende a diradarsi man mano che si procede – è il largo uso di termini che esulano dal vocabolario comune, vuoi perché desueti, vuoi perché di uso locale, vuoi perché presi in prestito da un parlato dialettale o semi-dialettale spesso inerente al sottocodice di un mestiere. Il caso più semplice consiste nelle enumerazioni, come le varietà di erbe di campo, i tipi di reti da pesca, o i pesci e i molluschi che un tempo brulicavano a breve distanza dalla riva («zanchette, raschiaterra, aguglie, raguselli, branchetti di papalina e di baldigare, perfino i cavallucci marini, che adesso non si vedono più neanche se li paghi»). A volte il discorso si apre a digressioni lessicografiche o sociolinguistiche: ad esempio, «[…] quando dallo squero del moletto scendono in spiaggia due-tre spazzini del primo turno, che magari avevano appena tolto (tolto, bada bene, non chiappato né preso né assunto né tantomeno consumato) una moretta al caffè della stazione». Un indugio più lungo riguarda la distinzione fra «rapascéto» e «spulvaréto» (rapascét, spulvarét): il primo definito come «uno sconquasso, una confusione, il gran disordine di una casa dopo la visita dei ladri, o, peggio ancora, dopo il passaggio del terremoto o una perquisizione della polizia», il secondo come «il gran polverone sollevato nell’aia del Salón (o dei Mulìga o dei Garnèll) quando il pollame fuggiva starnazzando all’impazzata all’arrivo della Lancia Astura del padrone, col fattore Bonetti al volante e dietro, seduto come un papa, il conte Labardati».

Come si vede, dalla spiegazione del significato delle parole si trapassa facilmente al racconto, secondo un procedimento che Luigi Meneghello ha esemplificato al meglio per un dialetto veneto, l’alto vicentino di Malo. Non sempre Teobaldi è a quell’altezza: tant’è che a un certo punto il lettore si chiede perché mai non si sia pensato di corredare il libro di un piccolo glossario. Ciò non toglie che l’operazione di Arenaria sia comunque meritevole, e non solo perché qualche termine potrebbe tranquillamente entrare nella lingua comune (come la coppia vernìo/ caldese, che designa l’orientamento a settentrione o a mezzogiorno). È infatti probabile che svariati vocaboli correnti almeno fino a ieri nel Pesarese abbiano trovato qui la loro prima, e verosimilmente unica attestazione letteraria. Lo stesso vale per i nomi propri: i cognomi, e soprattutto i soprannomi, individuali e collettivi, suscettibili di obnubilare i dati anagrafici, per la disperazione dei postini: si veda il caso della cartolina-precetto indirizzata a Fenatacci Guerrino, che perviene al recapito solo dopo che una laboriosa inchiesta appura trattarsi del Rino d’Pirón.

Un nesso cruciale lega i nomi alla memoria. Lo sapeva bene il Calvino della Strada di San Giovanni, che citando l’antica fabbrica di ascensori Grazzano chiosa fra parentesi: «i nomi, ora che le cose non esistono più, s’impongono insostituibili e perentori sulla pagina per essere salvati». Salvare: ecco il compito della memoria. Conservare traccia di qualcosa che è stato e non è più, ma che è bene non lasciare scomparire del tutto. Da questo punto di vista, la posizione di Teobaldi risente di due fattori. Il primo, banalmente, è personale: Teobaldi ha raggiunto l’età in cui ci si rende conto di essere tra gli ultimi depositari di memorie destinate inesorabilmente all’oblio, se non ci si impegna a fissarle per tempo sulla pagina. Il secondo ha una validità più estesa. Le generazioni che a conti fatti avranno trascorso la maggior parte della loro vita nel secolo ventesimo sono state testimoni di una trasformazione epocale: negli ultimi decenni il mondo è cambiato più rapidamente di quanto non fosse cambiato in molti secoli. Da entrambi i versanti proviene uno stimolo a ricordare, a registrare: e non possiamo non essere grati a chiunque li raccolga.

Il mondo evocato dalle pagine di Arenaria è in larga misura «il mondo fino a ieri» (per citare Jared Diamond): una civiltà di pescatori e di contadini, adattata a un’economia quasi di sopravvivenza, che comprendeva sia la possibilità di raggiungere modesti agi, sia il pericolo di subire rapidi tracolli. Soprattutto, una civiltà dove le differenze sociali erano enormi, e nulle o quasi le possibilità di ascesa o promozione. Non che la storia sia assente (già abbiamo menzionato la novità dell’automobile): anzi, della guerra viene messo in luce un risvolto secondario ma oltremodo significativo, cioè il riciclaggio dei residuati bellici. «I Pirón, per esempio, usavano le scodelle degli inglesi per servire il pastone alle galline», e l’elmetto tedesco, «perfezionato con un manico di frassino fissato al paranuca, era lo strumento ideale per versare dello stabbio sui tralci e sulle barbatelle più stentati della vigna».

Nell’arco dell’opera, l’istanza propriamente descrittiva cede gradualmente il passo al piacere di raccontare: la rappresentazione si svolge sempre più volentieri per aneddoti, personaggi, episodi, non di rado spassosi. Tant’è che, allo sguardo retrospettivo, il caldese – lo spiovente aprico del San Bartolo – appare in una luce nostalgica, come una sorta di paradiso terrestre. Ma il finale è segnato da un fatto di sangue: l’uccisione del nuovo fattore del conte Labardati, il malvagio Pultracchi, ad opera di un onesto mezzadro ingiustamente maltrattato. L’evento, che simbolicamente contrassegna la fine di un ipotetico Eden, serve anche a mettere in risalto un altro aspetto del mondo di ieri: il tragico e il comico, l’eccezionale e il quotidiano erano allora accomunati da una medesima schiettezza terragna, da una consistenza carnale che gli conferiva un’autenticità umana vivida e immediata, quasi palpabile anche nel ricordo. Sarà questo lo stigma della memorabilità? Ovviamente, nessuno può dirlo, per ora. Così come nessuno può sapere come sarà, e quante e quali lingue parlerà, il mondo di Julie.